Può essere il Social Reading il futuro del libro?

1221-The-e-book-e-reader-future-reading-1Il futuro del libro può essere il Social Reading? Oppure, si tratta di un’ipotesi affrettata e tecno-ottimista  che non tiene conto sia del particolare rapporto tra lettori e libro cartaceo sia (e soprattutto) dei tanti significati e scopi che prende su di sé l’esercizio della lettura?

Tuttavia, secondo uno dei suoi principali sostenitori  – Bob Stein fondatore dell’Institute for the Future of the Book – il fatto che sia il Social Reading a ipotecare il futuro del libro è dovuto a un radicamento antico di questa pratica: il bisogno “naturale” di una lettura condivisa, cioè di una pratica che ha trovato il suo senso e si è sviluppata in quanto compiuta insieme agli altri.

Insomma, per questo tipo d’interpretazione, la lettura sarebbe – dalle sue origini – un’esperienza sociale totalizzante. E questa sua caratteristica troverebbe oggi un potente moltiplicatore nella rivoluzione digitale in atto: un mutamento epocale che comporterebbe – secondo la neuro-scienziata cognitivista Maryanne Wolf – un effetto dirompente proprio sulla lettura e su i modi di apprendimento con una riorganizzazione (soprattutto nei nativi digitali) delle strutture e circuiti neuronali rispetto alla precedente configurazione originatasi – sempre secondo la Wolf –  a partire da 6 mila anni fa, cioè a seguito dell’invenzione della lettura.

Per i sostenitori del Social Reading l’attuale rivoluzione tecnologica ci permetterebbe di riconnetterci con un nostro bisogno profondo: la lettura sociale. E finalmente per quest’antica pratica sarebbe arrivato – sostiene Bob Stein – il momento della rivincita, vale a dire il momento di riprendersi il posto che gli spetta al centro della narrazione e trasmissione della cultura umana. Posto, per qualche secolo occupato “abusivamente” da un altro tipo di lettura, quella  solitaria – “da soli con se stessi” – figlia a sua volta di un’altra rivoluzione tecnologica ormai tramontata: la guntenberghiana del libro a stampa.

Ma, le cose stanno proprio così? E’ davvero possibile già assegnare – come sostiene Stein – il futuro del libro e della lettura al Social Reading? O invece il fatto che assistiamo all’evoluzione di nuove piattaforme ebook, al successo della lettura sociale on line (vedi siti come Goodreads, Librarything ecc.), al diffondersi di altre pratiche di lettura condivisa mediante i social media,  non debba più semplicemente essere letto come l’emersione di un trend nell’ambito del variegato e mutabile ecosistema digitale e non come la sostituzione definitiva  di un fenomeno (anche tecnologico) di lunghissima durata e concettualmente/culturalmente complesso come quello del libro a stampa e relative pratiche di lettura endofasica.

Il fatto è che prima di dare per scontato un certo tipo di  “futuro” del libro, ci sarebbero –a cominciare dalle pratiche di lettura –  alcuni importanti problemi da considerare. Intanto, una premessa fondamentale: i testi non possono essere intesi come entità fornite di vita propria,  autosufficienti, a prescindere dalle tecnologie tramite le quali si manifestano. Infatti, come sostengono Guglielmo Cavallo e Roger Chartier nella loro “Storia della lettura”: il testo non esiste di per sé, svincolato da ogni materialità…non vi è testo senza il supporto che lo offre alla lettura, senza la circostanza in cui esso viene letto. Di conseguenza:  la lettura va  considerata anche come modalità: fortemente condizionata dal tipo supporto mediante il quale la  si effettua.

E quando parliamo di Social Reading, di lettura digitale ecc., non possiamo che riferirci a delle modalità di fruizione digitale derivanti da una specifica tecnologica che ne è alla base: quella del computer, declinata poi attraverso innumerevoli dispositivi sia fissi che mobili. Ma tutti – a prescindere dai tipi di schermo, dai pixel, dai pollici ecc. – con una fondamentale caratteristica comune: progettati per consentire solo un certo tipo di lettura, veloce e multitasking.

Da questo, ne consegue che la transizione (in corso) dalle pratiche di lettura del mondo cartaceo alle pratiche di lettura del mondo digitale non può risolversi facilmente e automaticamente. Tutt’altro. Si tratta invece di un percorso tortuoso e difficile, dai risultati controversi e dagli esiti incerti. Come, d’altronde,  facilmente dimostra qualche  breve cenno ad alcuni tra studi e ricerche più interessanti su questi argomenti.

 A cominciare da quella effettuata tra il 2010-2013  tra studenti di diversi paesi che ha prodotto un risultato abbastanza sorprendente. La linguista americana Naomi S. Baron si è chiesta: gli studenti preferiscono leggere e studiare su dispositivi digitali o sulla carta? Dopo aver sottoposto la domanda  agli studenti di alcuni importanti paesi, ha ottenuto i seguenti risultati: il 75 % degli studenti USA e giapponesi preferiscono leggere su carta, mentre nel caso dei tedeschi la percentuale a favore del vecchio supporto arriva al 90%. Inoltre, sempre secondo i dati emersi, gli studenti sarebbero anche consapevoli del problema “distrazione” legato alla lettura su digitale. Infatti, il 90% dei soggetti interpellati ha dichiarato di essere suscettibile al multitasking durante la lettura su schermo, e al momento di indicare  quale piattaforma possa rendere  più facile la concentrazione durante la lettura, il 92% non ha avuto dubbi nel rispondere “l’hard copy”, cioè la copia cartacea.

La già citata Maryanne Wolf – in qualità di direttrice del Center for Reading and Languages Research – ha affrontato il tema dei cambiamenti apportati nell’attività di lettura chiedendosi,  nel caso delle letture digitali – quando le informazioni visive sono fornite apparentemente complete ma in maniera simultanea – se il lettore abbia tempo  e motivazioni sufficienti per elaborarle in modo analitico e  critico. Il timore – secondo la Wolf – sarebbe quello di effetti negativi sul processo definito come lettura profonda, ossia “ la varietà dei processi sofisticati che promuove la comprensione e che include il ragionamento inferenziale e deduttivo, le competenze analogiche, l’analisi critica, la riflessione, e l’intuizione”

Della questione della lettura digitale se ne è occupato anche l’OCSE attraverso il programma PISA (Program for International Student Assessment). Da un’indagine avviata nel 2011 sulle abilità degli studenti quindicenni di leggere, capire e utilizzare i testi in formato digitale è emerso come soltanto l’8% degli studenti  raggiungeva il massimo livello di prestazioni di lettura digitale, mentre in quasi tutti i paesi partecipanti all’indagine (16), un numero significativo di studenti mostrava competenze di lettura sotto i livelli minimi.

Riguardo poi, il confronto tra lettura tradizionale e lettura digitale rispetto alle strategie di lettura, Jakob Nielsen ha condotto degli studi su studenti basati sulle tecnologie d’analisi dei movimenti oculari (eye tracking), scoprendo come nessuno dei partecipanti leggesse in modo metodico, come avrebbe fatto con un testo stampato, e come la lettura su schermo sia di norma più superficiale. Mentre, altri studi hanno constatato che quando si legge su schermo si tende a una modalità come se si eseguisse una scansione del testo.

Sempre nell’ambito dei nuovi comportamenti e delle nuove pratiche di lettura, ma dal punto di vista dell’effetto multitasking. Assodato ormai che l’elemento discriminante è sempre di più non tanto la gestione dell’informazione quanto la gestione dell’attenzione, risorsa sempre più limitata e importante da amministrare. Molte ricerche suggeriscono come il continuo passaggio di attenzione da un medium all’altro – fenomeno definito come “attenzione parziale continua” – possa appesantire il carico cognitivo interferendo poi nella comprensione del testo.

Infine, è interessante rilevare come una delle ultime ricerche ancora di Jakob Nielsen sulla leggibilità dei testi, sposti il focus dal confronto cartaceo vs digitale, a uno tutto interno al mondo digitale contrapponendo pratiche di lettura al desktop con pratiche di lettura su smartphone. Ed è proprio quest’ultimo a uscirne meglio malgrado le ridotte dimensioni degli schermi. Anche in questo caso, il fattore di discrimine è “l’attenzione”. Dalla ricerca risulta che quando si tratta di testi d’argomenti non particolarmente complessi, la capacità di comprensione dei contenuti è migliore leggendo da smartphone. Il motivo – sempre secondo la ricerca – sarebbe il minor tasso di distrazione: nello smartphone vengono, infatti, a mancare  frequenza e intensità delle  finestre riquadri pop-up che invece nel caso del desktop catturano (disturbano) l’attenzione del lettore abbassandone la capacità di concentrazione.

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