Nella società dell’informazione globale sempre più controllata dalle big internet company, ci voglio più biblioteche e non di meno

20160421_151256Presso la “Libera Università Maria SS. Assunta” (LUMSA),  nella sua sede romana a due passi da San Pietro, si è tenuto giovedì 21 aprile – in collaborazione con l’AIB (Associazione Italiana Biblioteche) –  un incontro con il filosofo dell’informazione Luciano Floridi,  docente all’Università di Oxford e membro dell’Advisory Council di Google sul diritto all’oblio.  Tema: “The forgetful memory of the digital (or why we need libraries more, less”, ovvero:  la memoria labile del digitale e perché abbiamo bisogno di più biblioteche, e non di meno.

Negli ultimi anni, molti osservatori di estrazione più diversa, si sono affannati a spiegarci che con l’avvento di Internet siamo ormai nell’era post-biblioteche, e che il destino di quelle rimaste è da considerarsi segnato. Ma, è proprio così? Di questo avviso non sembra Luciano Floridi che forte dei suoi studi sulla teoria dell’informazione e sull’ humanities computing,  giunge a conclusioni diametralmente opposte.

Ma, andiamo con ordine. Secondo Floridi, ogni società subisce – inevitabilmente – un forte condizionamento da parte dei cosiddetti “poteri grigi”. Nella passata società industriale, questi poteri erano – ad esempio –  impersonati dal blocco industriale-finanziario che esercitava il suo condizionamento  attraverso il controllo sulle cose, ovvero su tutti quegli eventi e comportamenti delle persone che potevano essere manipolati mediante il suo dominio sui mezzi di produzione di beni e servizi. Questo significa che nel corso della storia più recente – diciamo a partire dal XIX secolo in poi – le varie forme assunte dalle società sono state anche, e spesso fortemente, determinate dall’azione di queste forze.

E qui, nel ragionamento proposto, entrano in gioco le biblioteche, o meglio il loro modello istituzionale: quello della  “public library” anglosassone, quale presidio democratico per la trasmissione della conoscenza e la diffusione del sapere attraverso la conservazione della memoria documentale fondante la società e mediante l’accesso libero, universale e gratuito al sapere. Biblioteche, che con questo modello forte, cominciano a rappresentare – nell’ambito del sistema socio-politico dato – un fondamentale contrappeso informativo rispetto agli effetti manipolatori esercitati dai poteri grigi e palesi, di fatto uniti nel continuo tentativo di plasmare – sulla base dei propri interessi – a loro immagine la società.

Soprattutto negli ultimi decenni, questi “poteri grigi” sono  radicalmente cambiati: tramontata la lunga fase del “Quarto Potere” durante il quale potenza e centralità risiedevano nella stampa  e che ebbe il suo momento culminante con lo scandalo Watergate quando un presidente degli Stati Uniti fu costretto a dimettersi a causa di un’inchiesta di due giornalisti del Washington Post,  con la recente rivoluzione tecnologica di Internet e del digitale, i “poteri grigi” hanno di nuovo cambiato forma. E per capire a fondo quest’ultima mutazione, dobbiamo renderci conto – come spiega Floridi – che l’informazione è fatta “sia di domande sia di risposte”.

Nella società globale dell’informazione, prima c’è stato il momento delle risposte. Vale a dire, il potere grigio controllava i mezzi di produzione delle risposte: la pubblicità. Si trattava di un sistema che inviava continue risposte a chi non aveva posto alcuna domanda. Ma, ad un certo punto ci si è resi conto che ormai le risposte non valevano quasi più nulla, non conferivano più a chi le controllava un “potere grigio”. E allora, il tiro si è spostato più in là: dal controllo sulle risposte al controllo sulle domande.

Il potere grigio emergente – secondo Floridi – ora si esercita su quali domande posso essere poste, quando e dove, come e da chi, e quali sono le risposte che possono essere ricevute.

Un esempio di potere grigio emergente, è quello delle Big Internet Company: Google –  tra le prime società al mondo per investimento fondi in attività di lobbying per influenzare il governo degli Stati Uniti – che in pratica gode di un monopolio virtuale sulle ricerche on line di circa mezzo miliardo di europei, Facebook che ha superato il miliardo e mezzo di utenti ed è la più grande interfaccia nella gestione di un flusso di domande e risposte dove risiede gran parte delle informazioni sociali, Amazon che con il suo fatturato di oltre i 100 miliardi di dollari è – non a caso – il nuovo padrone del Washington Post.

Chi controlla le domande controlla le risposte. Chi controlla le risposte controlla la realtà. Siccome, una domanda senza risposta  è solo un’altra definizione di incertezza, si può riassumere il tutto – secondo Floridi – sostenendo che nelle società dell’informazione attuali la morfologia del potere grigio è la morfologia dell’incertezza. Insomma, le nuove eminenze grigie che gestiscono – ovviamente per propri fini e non per fini pubblici – questa morfologia dell’incertezza,  risiedono soprattutto in Silicon Valley.

Ma, sono giganti dai piedi d’argilla, e sembra che questo controllo totale lo stiano acquisendo più per demeriti altrui (i pubblici poteri) che per meriti proprio. Tant’è che tutte le questioni aperte sulla regolamentazione o almeno il contenimento di questi poteri grigi – vedi trasparenza, privacy, diritti di proprietà intellettuale, diritto all’oblio – sembrano trovare  sulla loro strada continue difficoltà se non ostacoli insormontabili.

Nelle nostre società liberali, dopo le diagnosi sui poteri grigi, sarebbe urgente mettere a punto terapie sotto forma di controlli da parte di legittimi poteri socio-giuridici e politici. E qui, ritorna il sottotitolo dell’incontro: “we need libraries more, less”, cioè abbiamo bisogno di più biblioteche, non di meno. Questo perché, le biblioteche che sono depositi di risposte – nella loro funzione di contrappesi culturali e democratici rispetto ai mutamenti attuali – possono e devono trasformarsi anche in produttrici di domande. Riproponendosi in questo modo quali punti di riferimento nella costruzione della realtà culturale e sociale.

Però, a questo punto, da parte non solo di Floridi ma anche nostra, sorge – legittimo – un dubbio: i continui e pesanti tagli nei finanziamenti che hanno via via soffocato i sistemi bibliotecari dei paesi occidentali, sono stati dovuti a imprescindibili esigenze di bilancio oppure invece  hanno in qualche modo risposto all’esigenza di depotenziare fino al silenzio voci indipendenti e pubbliche?

Nella tanto decantata società dell’informazione tecnologicamente avanzata nella quale viviamo, sembra un nonsense che agenzie dell’informazione e conoscenza perfettamente a loro agio nel nuovo ecosistema digitale vengano messe da parte, e lasciate in uno stato di mera sopravvivenza. Rinunciando alle biblioteche si fa a meno di un  contributo importante nel controllo pubblico della morfologia dell’incertezza che rischia d’essere sempre di più monopolio dei poteri grigi.

Nella stesura di questo post, oltre all’intervento di Luciano Floridi presso Presso la “Libera Università Maria SS. Assunta” (LUMSA), mi sono anche avvalso del suo articolo “Le nuove eminenza grigie vivono in Silicon Valley” pubblicato su “Che futuro!” il 30 luglio 2015.

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