“m-library”: un’occasione per le biblioteche?

Le biblioteche hanno vissuto, negli ultimi anni, ricorrenti ondate di innovazioni tecnologiche: dai primi siti web ai servizi di biblioteca digitale, dalla multimedialità al web 2.0, fino al nuovo paradigma “library 2.0” centrato sull’utente. Innovazioni che hanno determinato, almeno dal punto di vista teorico, tentativi di ri-progettazione e riorganizzazione delle strutture e degli scopi della biblioteca. Ma, quando sembrava, malgrado i continui ondeggiamenti tra il pessimismo “per una biblioteca ormai sostituita dalla rete” e l’ottimismo “per un suo ruolo sempre più rilevante in quanto concettualmente funzionale agli spazi digitali”, che si fosse finalmente trovato un equilibrio intorno all’idea di biblioteca come “presidio del sapere qualificato con i bibliotecari intenti a mettere ordine nel web”,  è arrivata invece l’ennesima innovazione a ri-scompaginare tutto, e con forza, perché più delle precedenti dirompente e pervasiva:  quella del mobile computing. 

Effettivamente, il boom della tecnologia mobile sembra inarrestabile. Gli ultimi dati  parlano da soli: gli abbonamenti alla telefonia mobile hanno raggiunto globalmente la cifra record di 6 miliardi, mentre 4 miliardi sono i telefoni cellulari operativi su scala mondiale di cui più di 1 miliardo smartphone. Per quel che riguarda invece i tablet pc, solo di iPad, nel corso del 2012, ne saranno venduti , secondo le proiezioni Apple, almeno 60 milioni.  Il traffico dati del mobile, fa sapere Cisco, è stato lo scorso anno (2011) di otto volte superiore a quello prodotto da tutta internet nell’anno 2000. Ma, non è finita qui. Gli analisti avvertono che il traffico raddoppierà da qui al prossimo anno, e stimano, per il periodo dal 2008 al 2012, un aumento complessivo di almeno 60 volte. Inoltre, si prevede che nel 2014 l’utilizzo di internet mobile supererà per la prima volta quello da postazione fissa, ma già oggi oltre il 50% delle ricerche in rete avvengono tramite dispositivo mobile.

Date queste dimensioni del fenomeno, che poi le generazioni cresciute con i telefoni cellulari si aspettino dalle varie istituzioni servizi mobili e considerino come una sorta di disservizio una loro eventuale assenza, può essere ritenuto abbastanza normale. E ancor di più  in ambito bibliotecario,  dove spesso l’informatizzazione è più diffusa e gli studenti “mobilizzati” si attendono come minimo forme di interazione  “wireless”. Una tendenza che le biblioteche – soprattutto nord americane ma anche di alcuni paesi europei – sembrano aver colto con prontezza. D’altronde, tralasciando le mode, la continua dilatazione dell’universo digitale spinge in questa direzione: la crescita esponenziale dell’accesso alle informazioni mediante smartphone, tablet pc, PDA ecc., unita alla possibilità di scaricare un’infinità di contenuti tramite apps, non solo sta trasformando il mobile computing nel principale punto d’accesso universale, ma  sta ridisegnando attraverso esso modalità e esperienza nella fruizione dei contenuti. Diventa – a questo punto – importante osservare come queste tecnologie, accomunate nella voce “m-library”,  comincino a trovare spazio  nella “struttura” biblioteca.

Biblioteche del peso della National Library of Australia e della Library of Congress offrono già da tempo accesso, tramite dispositivi mobili,  ai loro cataloghi on line. All’Università di Salamanca è possibile con il proprio smartphone interrogare la base dati dell’intero sistema bibliotecario, conoscere le offerte di servizi, individuare le biblioteche d’area ed essere sempre informati sulle ultime novità in arrivo dal campus. Le biblioteche dalla Duke University hanno messo a disposizione immagini digitali di porzioni di materiali di studio appositamente formattate per iPhone. Cercare libri, musica e film, leggere recensioni e brevi riassunti di testi, prenotare libri e altro materiale: questi i servizi in “mobilità” proposti dalla Washigton DC Public Library.  E così via. Si tratta di esempi che mostrano il tentativo delle biblioteche di esplorare il  nuovo campo operativo con la messa a punto di aggiuntivi menù di servizi.

In linea generale, l’introduzione del “m-library” può riferirsi a tre aree d’azione: le risorse, vale a dire accesso ai cataloghi e alle collezioni digitalizzate nonché agli e-book, e-journal ecc.; i servizi, nel senso d’estendere i tradizionali e implementarne di nuovi; le nuove funzionalità, cioè lo sfruttamento delle potenzialità specifiche offerte dalla tecnologia mobile tipo geolocalizzazione, realtà aumentata ecc. Nella pratica italiana, esiste già qualche esempio interessante, come: Polimi Library, applicazione mobile del Politecnico di Milano – per iPhone, iPad e Android – che consente di consultare l’OPAC e tra l’altro salvare sul proprio telefonino anche una bibliografia. Oppure, l’ACNP Mobile, ovvero la possibilità di effettuare il “search on the mobile” attraverso il Catalogo Italiano Periodici.

C’è poi il capitolo delle “apps”, cioè quei programmini (a pagamento e no) progettati appositamente per i cellulari che una volta scaricati possono trasformare l’apparecchio telefonico in tante cose diverse: in navigatore satellitare, in guida turistica digitale, in una piattaforma per l’entertainment ecc. Anche in questo caso, si tratta di un fenomeno di dimensioni planetarie: dallo store Apple dal 2008 a oggi sono state scaricate 25 miliardi di apps, mentre Android per il solo 2011 vanta più di 8 miliardi di download. Per le biblioteche le “apps” significano, in prima battuta,  implementazione di servizi mobili, ma possono anche voler dire un modo nuovo di offrire e/o proporre contenuti. Come ha fatto la British Library con la app  “manoscritti reali” (a pagamento) con 500 immagini ad alta risoluzione e 6 video per esplorare i dettagli e la storia di 58 manoscritti medievali e rinascimentali, ognuno corredato anche di testo interpretativo. Oppure come la “app EconBiz” della German National Library of Economics che permette l’accesso a oltre 5 milioni di voci su libri, articoli di riviste e documenti di lavoro.

Le “library-apps” potrebbero, tra l’altro, aiutare le biblioteche a compiere un ulteriore balzo verso la conquista di nuovi spazi digitali, come ad esempio la possibilità per le biblioteche digitali di predisporre – soprattutto in vista delle connessioni superveloci 4G per la telefonia mobile – nuovi modelli di distribuzione dei materiali digitalizzati in modalità “anywhere anytime”, cioè all’insegna del “dove e quando” gli utenti ne hanno bisogno.

Detto ciò, vediamo ora d’affrontare la questione anche dal punto di vista diverso: quello delle problematiche e possibili criticità. Su uno degli ultimi “policy brief” dell’Office for Information Technology Policy dell’ ALA, Timothy Vollmer ha esplorato  proprio le conseguenze dell’incontro tra  biblioteche e mobile computing partendo dalla considerazione – basilare – che l’impatto di una tecnologia così innovativa e allo stesso tempo pervasiva non può non alterare i tradizionali rapporti tra le biblioteche e i loro utenti, a cominciare dal fatto che l’ubiquità delle comunicazioni mobili – non più protette da mura domestiche o se esterne dalla cabina telefonica – determinano, per forza,  una ri-definizione del concetto di privacy. Difatti, con l’introduzione nelle biblioteche dei servizi digitali, l’anonimato della tradizionale biblioteca fisica non è più garantito. I dispositivi mobili, nel loro normale uso, possono determinare fenomeni di tracciabilità, associabilità e geolocalizzazione degli stessi e dei loro utilizzatori.  Inoltre, è nella natura stessa dei nuovi supporti digitali veicolare informazioni aggiuntive: un e-book in prestito sarà in grado, ad esempio, di “riferire” informazioni sulle abitudini di lettura e di ricerca nel testo degli utenti. C’è poi da ri-considerare la “grande promessa” del “mobile computing”: l’accesso illimitato. Un’ entusiasmante caratteristica tecnologica che però comporta per le biblioteche non pochi problemi quando poi si tratta di accedere “effettivamente” ai contenuti digitali.

Mentre, prosegue Vollmer,  nella tradizionale biblioteca fisica, acquisizioni e prestiti avvengono sulla base della “first sale doctrine”, in quella digitale ci si deve per forza affidare a terze parti (i venditori) con le quali è necessario negoziare – attraverso licenze – l’accesso ai contenuti digitali. Il problema è che i modelli di distribuzione negoziabili sono sempre più restrittivi: dai crescenti obblighi contrattuali fino alla “morsa”dei DRM, veri e propri “lucchetti digitali” che mettono in essere tutta una serie di limitazioni tecniche anche rispetto alla conservazione dei contenuti nel lungo periodo. E in questa situazione, per gli utenti, anche per i più “user geek”, non rimane che adattarsi.

Il fatto è  che le biblioteche non essendo spesso proprietarie dei contenuti digitali che poi distribuiscono, non sono nella condizione di sfruttare le potenzialità delle tecnologie digitali, e men che meno quelle offerte dalla comunicazione mobile. Servirebbero nuovi modelli di distribuzione attraverso i quali le comunità bibliotecarie – cooperando – potrebbero impegnarsi nel ruolo di “content repository” eliminando, in questo modo, anche un’altra grave anomalia imposta dalle piattaforme private: la “creazione di scarsità là dove non esiste”, ottenuta attraverso la replica, nell’ambiente digitale, dei modelli del mondo fisico, ovvero la costrizione del libro digitale nella condizione di “unicum” con permessi di utilizzo per singolo utente alla volta.

Insomma,  conclude Timothy Vollmer, nel raccogliere la sfida della tecnologie mobili, le biblioteche si devono attrezzare. Per promettere servizi sempre più avanzati all’altezza di utenti sempre più esigenti, è necessario agire su tre fronti: formazione del personale, nuovi modelli finanziari e nuove piattaforme distributive. Sono indispensabili per i bibliotecari nuove conoscenze tecniche che attraversino trasversalmente tutta la professione. La endemica scarsezza di stanziamenti pubblici deve stimolare le biblioteche verso soluzioni innovative, ad esempio la veloce interazione – tramite tecnologia mobile – degli utenti con i contenuti digitali potrebbe offrire l’opportunità di studiare forme pubblicitarie istantanee per la finanziamento delle raccolte  e delle nuove infrastrutture. Infine, visto che spesso le piattaforme distributrici private di contenuti sono progettate non per le biblioteche ma per singoli acquirenti, le istituzioni bibliotecarie dovrebbero intervenire su questo punto richiedendo – insieme – modifiche e/o soluzioni diverse.

La tecnologia del mobile computing è destinata nei prossimi anni a diventare dominante, e le biblioteche dovranno sforzarsi a pensare ai “servizi mobili” non come semplice sostituzione di quelli “fissi”. Dovranno, invece, cercare di sfruttarne le caratteristiche intrinseche (information anywhere and anytime) per offrire attraverso esse “qualcosa di importante in più” e nello stesso tempo “modellare” questi servizi rispetto alla tipologia  della  biblioteca (accademica, pubblica lettura, specializzata ecc.)  Tutto questo, però, senza andare pedissequamente al rimorchio della tecnologia. Evitando, ad esempio, che nell’era del mobile la metodologia di acquisto dei titoli (ebook) – malgrado che ciò può portare  nuovi utenti nelle biblioteche –  diventi sempre più “user-driven” snaturando in questo modo il ruolo delle biblioteche che nello sviluppo delle collezioni deve rimanere centrale, perché come sostiene Umberto Eco: “è bello andare in una biblioteca non solo per cercare un libro del quale si conosce il titolo, ma anche per scoprire un libro che non si conosce affatto”.

Pubblicato su Biblioteche oggi n. 4 2012

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