Raccomandazioni dell’associazione delle biblioteche europee (EBLIDA) per una non più rimandabile riforma del diritto d’autore europeo

Copyright-European-Union-flagSul problema annoso della riforma del copyright in ambito UE – oltre all’associazione non-profit EDRI che si è  espressa abbastanza duramente rispetto ritardi e fallimenti della Commissione europea malgrado l’ambiziosa comunicazione del 9 dicembre scorso (vedi articolo precedente “Copyfails, i fallimenti del diritto d’autore europeo”) – è intervenuta anche EBLIDA (The European Bureau of Library, Information and Documentation Associations). L’associazione europea delle biblioteche, partendo da una posizione più “morbida” e cioè riconoscendo alla Commissione UE di aver avviato una riflessione generale riguardo il problema delle “eccezioni al copyright” alla luce degli sviluppi tecnologici di una società “sempre più digitale”, ha comunque rilevato l’esistenza di problematiche urgenti da affrontare.

Alla base di tutto – secondo l’EBLIDA – c’è il mancato aggiornamento della direttiva Infosoc (2001/29/CE) che nata proprio per adattare la legislazione sul diritto d’autore e diritti connessi agli sviluppi tecnologici della società dell’informazione, risulta ormai vecchia e inadeguata. A regime attuale, la direttiva non ha alcun effettivo potere rispetto alle barriere via via createsi che impediscono di fatto sia l’accesso egualitario ai contenuti culturali europei da parte di tutti i cittadini dell’Unione e sia la realizzazione di progetti di ricerca pan-europei.

L’armonizzazione – da sempre cavallo di battaglia della filosofia copyright della UE – deve assolutamente superare il principio dell’applicazione facoltativa delle eccezioni (che in pratica lascia liberi i 28 paesi di applicarle o meno) e trasformare le proprie direttive in prescrizioni vincolanti. Ma soprattutto, la nuova Infosoc – caldeggiata dall’EBLIDA – deve acquisire forza di legge “sovrastante” rispetto a tutte quelle possibili condizioni contrattuali previste dalle licenze che invece – allo stato attuale –  esercitano un pesante condizionamento su biblioteche, archivi e musei impedendo di fatto a questi istituti di svolgere le loro funzioni istituzionali, e cioè di offrire all’utenza il  più ampio  accesso possibile ai propri contenuti.

Più nel dettaglio, l’EBLIDA – nel suo report – indica delle misure concrete da inserire nella nuova normativa europea sul copyright, a cominciare da una robusta eccezione a favore del “Text and Data Mining”. Si tratta di consentire finalmente anche ai ricercatori europei l’utilizzo di queste tecnologie di rielaborazione dei “big data” superando il diniego degli editori che si oppongono persino nel caso che si possieda l’accesso legale ai database da processare. E poi, aggiornare le eccezioni riguardanti la preservazione digitale con particolare attenzione sia al materiale born digital che a quello derivante da digitalizzazioni, quindi rivedere le eccezioni concernenti gli accessi on line alle collezioni digitalizzate per scopi di studio e ricerca. Infine, introdurre forti eccezioni tali da rendere finalmente possibile l’attivazione di pratiche di e-lending da parte delle biblioteche.

La nefasta prevalenza dei contratti e licenze sulle leggi che dovrebbero regolare il copyright, è ben illustrata dal caso British Library che l’EBLIDA inserisce tra gli esempi di  “fallimenti causa lacune legislative nell’ambito del quadro di riferimento vigente del copyright”. Nel 2012 la British Library deve interrompere il suo servizio di fornitura internazionale di documenti denominato OPLS (Overseas Library Privilege Service), servizio reso possibile proprio da un’eccezione introdotta nella normativa nazionale sul copyright, per salvaguardare la biblioteca da una pioggia di denunce su presunte violazioni del copyright. A quel punto, il servizio viene sostituito non con una nuova legge ma con una licenza – approvata dagli editori – denominata INCD (International Non-Commercial Document Supply).

Il passaggio dalla normazione all’accordo privato determina però,  a partire dal  2014, un crollo verticale delle richieste e quindi degli accessi internazionali ai contenuti della British Library che diminuiscono addirittura del 97%. Un tracollo dovuto da un lato all’enorme crescita dei diritti da caricare nel sistema INCD che inevitabilmente  ha messo le collezioni della biblioteca fuori della portata di molte università e istituti di ricerca europei, e dall’altro al ritiro massiccio (circa del 93%) delle pubblicazioni operato dagli editori che ha ridotto drasticamente l’offerta della British anche verso l’esterno.

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