La “non riforma” del diritto d’autore EU e il Trattato di Marrakesh

marrakesh_screenshotDopo i tanti “rumors” sui lavori della Commissione riguardo un nuovo diritto d’autore “più moderno ed europeo”, la montagna sembra aver partorito il solito topolino… Lo scorso 14 settembre è stato diffuso  il pacchetto di documenti approvati dalla Commissione UE, e le reazioni negative degli addetti ai lavori sono state immediate:  l’AIB si è immediatamente unita a IFLA, EBLIDA, Public Libraries 2020, Europeana e Liber Liber nell’esprimere “forte delusione e disappunto a seguito della lettura dei provvedimenti che dopo tanta attesa e tanto lavoro si sperava segnassero un momento significativo nel riequilibrio dei diritti in gioco: diritto d’autore e diritto all’informazione come bene comune”. Dal canto suo, il presidente dell’IFLA – Donna Scheeder – ha rincarato la dose, commentando che “le proposte odierne sulla riforma europea Copyright sono deludenti a dir poco. Sembra che i politici siano più interessati a uno o due settori particolari (vedi lobbies editori/autori)  che alla promozione del bene pubblico. Il Parlamento europeo e gli Stati membri dovrebbero dar prova di leadership cosa di cui la Commissione non è stata all’altezza, e dare alle biblioteche l’opportunità di cui hanno bisogno per aiutare i cittadini ad accedere alla conoscenza, lavorando in questo modo alla costruzione di un’Europa più creativa, innovativa e quindi più forte”.

L’unica buona notizia che sembra far  capolino dai documenti approvati, concerne il sospirato arrivo di nuove eccezioni tali da consentire – anche in ambito UE –  il  “text and data mining”,  ovvero la possibilità  per i ricercatori europei di utilizzare queste tecnologie d’analisi di grandi insiemi di dati (big data) by-passando la tenace opposizione degli editori e i tanti  off-limits dei database proprietari.  Per il resto, a prevalere è una generale delusione. C’è però un punto dove l’inadeguatezza del “topolino” – fondamentalmente riflesso dell’assenza di una forte e condivisa volontà politica per il bene comune –  è davvero macroscopica: è quello delle “dimenticanze” rispetto alle persone con disabilità, o meglio della più generale questione della ratifica del trattato di Marrakesh.

Il 28 giugno 2013 è stato sottoscritto a Marrakesh (Marocco) un trattato internazionale frutto di una proposta elaborata dall’Unione Mondiale Ciechi: la ratio è che il diritto d’autore debba subire forti deroghe per permettere anche ai non vedenti e/o ipovedenti di accedere alla conoscenza attraverso testi veicolati in Braille, formati audio, ebook e con caratteri stampati molto ingranditi. Firma accolta con soddisfazione non solo dall’Unione Mondiale Ciechi, ma anche dal WIPO (Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale) – che in un suo studio aveva già evidenziato come solo 57 Stati membri su 184  già prevedessero eccezioni al diritto d’autore a favore di persone con disabilità visive – e soprattutto  dalla organizzazione rappresentante i non vedenti europei (European Blind Union) la quale a sua volta stima che a fronte di circa 285 milioni di ciechi esistenti al mondo soltanto il 5% dei libri pubblicati sia attualmente disponibile in versione accessibile.

Il trattato – per la prima volta – impone un vero e proprio obbligo nell’introdurre, nelle legislazioni nazionali degli Stati aderenti,  eccezioni al diritto d’autore che permettano alle associazioni dei disabili di produrre, distribuire e rendere disponibili – in formati accessibili – copie per i beneficiari senza alcuna necessità di ottenere l’autorizzazione del titolare dei diritti. Il suo campo di applicazione è quello delle opere letterarie e artistiche in forma testuale (comprese le illustrazioni), pubblicate e disponibili su qualsiasi supporto, con esclusione delle opere audiovisive quali film e programmi televisivi. I paesi  sottoscrittori al 28 giugno 2013 sono  51, tuttavia per l’effettiva entrata in vigore è sufficiente la ratifica di almeno 20 paesi: quota che è raggiunta nel giugno scorso con l’approvazione definitiva da parte di India, El Salvador, Emirati Arabi Uniti, Mali, Uruguay, Paraguay, Singapore, Argentina, Messico, Mongolia, Corea del Sud, Australia, Brasile, Perù, Corea del Nord, Israele, Cile, Ecuador, Guatemala e Canada.  Scorrendo l’elenco, balza subito agli occhi l’assenza dei principali paesi occidentale, e in particolare  di quelli UE. Ragione per cui, diventa interessante riandare agli ambiziosi pronunciamenti della Commissione Europea in materia di diritto d’autore – nel senso di “…norme moderne sul diritto d’autore nell’UE per la promozione e la circolazione della cultura europea” – per valutarli alla luce dell’atteggiamento fin qui tenuto  da Bruxelles e da alcuni dei principali Stati membri (Italia compresa ) rispetto alla ratifica del Trattato di Marrakesh.

In realtà, l’Unione Europea ha sottoscritto il Trattato e nel periodo della presidenza greca ha ripetutamente invitato gli Stati membri a ratificarlo. Ma, si sono subito manifestate forti resistenze. Il contrasto principale è sorto intorno alla questione della competenza riguardo l’eccezioni sul copyright. Per l’Unione sarebbe propria ed esclusiva , mentre per diversi Stati membri – tra cui Germania, Francia, Finlandia – si tratterebbe solo di competenza concorrente. Della controversia è stata investita la Corte di giustizia dell’Unione cui la Commissione Europea ha richiesto il parere ai sensi dell’articolo 218, paragrafo 11 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, ponendo la seguente questione: “l’Unione Europea detiene la competenza esclusiva per concludere il trattato di Marrakech volto a facilitare l’accesso alle opere pubblicate per le persone non vedenti con disabilità visive o con altre difficoltà nella lettura di testi a stampa?” la Commissione – nel tentativo di trovare comunque una via d’uscita –  ha anche avanzato delle proposte di compromesso che da un lato riaffermano la sovranità dei singoli Stati membri dell’Unione  e dall’altro ribadiscono il principio della competenza giuridica dell’Unione stessa. Il tentativo di trovare un punto di equilibro, tuttavia, al momento sembra fallito, in quanto almeno sette paese – tra cui Germania e Italia – non sembrano d’accordo con questo tentativo di conciliazione.

Riguardo poi specificatamente la posizione italiana, la ratifica implicherebbe sicuramente una modifica in senso estensivo della legislazione nazionale rispetto alle tipologie di disabilità coperte dalle eccezioni.  Infatti, il regolamento attuativo – derivante dall’introduzione di un’eccezione con l’art. 71 bis sul diritto d’autore – al momento fa riferimento soltanto alla categoria dei “disabili sensoriali” (vale a dire con difficoltà a vista e udito la cui situazione sia accertata ai sensi della legge 104), mentre il Trattato di Marrakesh estende le eccezioni anche a soggetti con disabilità percettive e/o fisiche tali di compromettere l’accesso a testi stampati e/o digitalizzati.

Nel maggio 2015,  l’Unione Italiana Ciechi ha sollecitato il governo italiano a procedere alla ratifica del Trattato di Marrakesh. Invito a cui è seguita un’interrogazione parlamentare presentata al Senato. Tuttavia, la risposta data dal governo lascia presagire  una situazione di stallo che allontana le promesse di un “diritto d’autore più democratico e inclusivo” e nello specifico a tutto svantaggio di un paritario accesso alla conoscenza da  parte dei soggetti deboli:  “ritenendo che la materia di cui al trattato di Marrakech non sia di esclusiva pertinenza della UE, come la Commissione propone ma, in senso opposto, che tale competenza sia concorrente. Le asserite riluttanze del nostro Paese, in concorso con altri, a dare attuazione al trattato in esame e a ritardarne la ratifica, non corrispondono a realtà, essendo proprio l’Italia uno dei pochi Paesi che, proprio dall’asserire la competenza concorrente con la UE nella materia vorrebbe, con tale mezzo, offrire non solo tutela specifica in tutto il continente europeo alle categorie interessate, ma anche un servizio efficiente per il tramite di una normativa omogenea”.

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New Challenges for Public Libraries

image001Il futuro delle biblioteche pubbliche mai è parso così incerto. Secondo alcuni: la rivoluzione del Web, i continui e veloci cambiamenti delle tecnologie dell’informazione e la “dematerializzazione” del libro, sembrano non concedere scampo a istituzioni considerate ormai “intrinsecamente” vecchie e quindi non più giustificabili economicamente.

Ma, è proprio così? Oppure si tratta – come affermano i sostenitori delle biblioteche – di “riposizionare” la grande tradizione dei servizi bibliotecari aggiornandone ruolo e funzioni alla luce sia dell’espansione dei nuovi servizi digitali che dei nuovi bisogni sociali espressi dalle comunità di riferimento. Insomma, come sostiene John Palfrey nel suo bel libro “BiblioTech”, in realtà:  “le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google”.

Il prossimo Venerdì 23 settembre – presso il Centro Culturale Pertini di Cinisello Balsamo –  verrà presentato un progetto innovativo per le biblioteche pubbliche che potrebbe contribuire  a “riposizionare” la grande tradizione dei servizi bibliotecari  aggiornandone ruolo e funzioni alla luce sia dell’espansione delle nuove tecnologie digitali che dei nuovi bisogni sociali espressi dalle comunità di riferimento.

Si tratta del progetto europeo “New Challenges for Public Libraries” coordinato da CSBNO (uno dei principali network italiani di biblioteche) in partnership con l’Università degli studi Milano-Bicocca , Regione Lombardia e importanti enti europei.

L’aspetto  interessante è il tentativo di ribaltamento del modello tradizionale di biblioteca fisica con la sua trasformazione da semplice “repository di libri” in  “human centred innovation”. Vale a dire, la nuova biblioteca pubblica dovrebbe assumere la funzione di “hub” e di “piattaforma distributiva” sia per l’erogazione di servizi d’inclusione sociale che  per fornire spazi di co-working, ma soprattutto dovrebbe essere in grado di  distribuire in rete servizi sempre più innovativi centrati sul cittadino.

 Per la ri-progettazione del modello bibliotecario “New Challenges for Public Libraries” si affida al “Design Thinking for Libraries”, uno strumento  manageriale di gestione aziendale, particolarmente adatto a trattare problemi complessi. Lo scopo fondamentale del “Design Thinking” applicato alle biblioteche e quello di aiutarle a connettersi con i loro utenti e le loro comunità in maniera più incisiva attraverso lo sviluppo di soluzioni innovative, ma nello stesso tempo sostenibili ed efficaci.

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Dalla Bibliotheca Universalis a Google Books, passando per la Bibliotheca Selecta

Gessner_Possevino_GoogleL’idea di offrire “un accesso universale” al sapere non è un concetto esclusivamente moderno. Non sono stati Larry Page e Sergey Brin –  con il loro visionario “Google Books”  che doveva “ organizzare l’informazione del mondo per renderla accessibile a tutti” – i primi ad avere questa idea. Qualche secolo addietro – per la precisione nel 1545 – qualcuno aveva già pensato una cosa simile.

Infatti, proprio in quell’anno cominciava a circolare in Europa la “Bibliotheca Universalis”, opera monumentale – in 4 volumi – del naturalista, teologo e bibliografo svizzero Conrad Gessner (1516-1565). La tecnologia utilizzata è, ovviamente, la più avanzata dell’epoca: il libro a stampa. Ma, l’eccezionalità è soprattutto nei contenuti: migliaia di pagine dove è raccolto la summa dello scibile umano dell’epoca. Si tratta dell’elenco di oltre 15 mila opere – nelle tre lingue base della cultura europea: ebraico, greco e latino – che rappresentano, in quello scorcio del XVI secolo, tradizione e apice della civiltà occidentale.

Nelle pagine della “Bibliotheca Universalis”, le opere sono catalogate per titolo e autore, con l’aggiunta di note tipografiche, numero delle pagine e formato. Inoltre, l’ordinamento immaginato da Gessner offre anche la possibilità di localizzare – e quindi teoricamente di accedere – alle opere, riportando per ognuna l’indicazione del luogo ove è conservata: le biblioteche di Roma, Firenze, Bologna, Venezia, alcune  biblioteche dei paesi germanici e poi raccolte private di studiosi tra le quali anche quella di Erasmo.

Ovviamente, l’accesso universale ”modello XXI secolo” di Google Books – conseguenza dell’impressionante rivoluzione tecnologia e digitale degli ultimi decenni – presenta numeri di tutt’altro genere rispetto alle dimensioni della “Bibliotheca Universalis” di Gessner: a ottobre 2015 i libri digitalizzati dalla Big Company di mountain view erano più di 25 milioni,  con l’obiettivo finale di annettere al mega archivio digitale tutti i libri pubblicati al mondo che – secondo una stima più o meno attendibile – ammonterebbero a circa 130 milioni.

Tuttavia, oltre a numeri completamente diversi  (anche se sulla base di alcune stime è stato calcolato che già nel 1500 i libri a stampa in circolazione Europa si aggirassero tra dieci e venti milioni di copie) bisogno tener conto dell’impostazione opposta delle due “Biblioteche Universali”: quella di Google basata visibilmente sulla quantità ovvero sul voler indicizzare – a prescindere –  tutto il patrimonio librario esistente, mentre la “Bibliotheca Universalis” di Gessner al contrario basata sulla qualità,  cioè su una selezione erudita di opere ritenute fondamentali sia alla circolazione del sapere che allo sviluppo della cultura umana del tempo.

Ma c’è di più, la “modernità” di Gessner non si limita alla sola idea di “accesso universale”, ma va oltre:  l’erudito svizzero si preoccupa anche di come debba  essere organizzato tecnicamente l’accesso al sapere. A questo scopo, Gessner scompone raccolta e strutturazione delle informazioni in tre passaggi ancora oggi attualissimi: 1) raccolta delle informazioni 2) inserimento di queste informazioni in una forma memoria organizzata 3) predisposizione strumenti per il recupero di queste informazioni. E nella sistematizzazione del terzo passaggio, ha un ulteriore colpo di genio: inventa la “scheda di catalogo”.

Insieme all’ideazione di questo strumento innovativo,  nasce anche l’idea della moderna biblioteconomia. Infatti, la scheda di catalogo non solo sopravvive al suo ideatore, ma attraversando i secoli e dopo  aver conquistato il mondo delle biblioteche è giunta fino a noi. E oggi –sopravvissuta anche alla rivoluzione dell’informatizzazione – la scheda di catalogo la ritroviamo, dematerializzata ma inalterata nei suoi tratti essenziali, ancora in uso nei cataloghi on line (OPAC) delle biblioteche di tutto il mondo.

 Nel 1525, durante il sacco di Buda compiuto dai turchi, la grande biblioteca del re Mattia Corvino viene devastata. Vent’anni dopo, al momento della comparsa della “Bibliotheca Universalis”, la grande impressione suscitata da questo evento è ancora forte tra gli eruditi europei, tra questi c’è anche Gessner che ne trae spunto per affrontare un altro grande problema strettamente connesso con l’accesso universale: la tutela e la conservazione del patrimonio librario. In questo senso la “Bibliotheca” di Gessner si propone anche come “guida” per la formazione di biblioteche pubbliche e private concepite – per la prima volta – come istituzioni indispensabili nel mettere a riparo le collezioni librarie da eventi calamitosi di varia natura.

Ma come sempre accade, a un certo punto, il pendolo della storia muta direzione: e alla cultura universale umanistica da cui aveva avuto origine la “Bibliotheca” di Conrad Gessner presto si sostituiscono particolarismi e chiusure che annunciano da lì a poco l’avvento della Controriforma. Ed è in un’Europa ormai attraversata dal “morbo dell’eresia” che la Chiesa Cattolica parte al contrattacco sbarrando la strada all’accesso universale al sapere, a cominciare dai libri. Nel 1559 su ordine del Papa Paolo IV è pubblicato l’Index librorum prohibitorum cui presto seguirà “l’Indice tridentino”.

È in questo clima oscurantista che nasce il progetto del gesuita Antonio Possevino (1533-1611) della “Bibliotheca Selecta”, in pratica l’anti-Bibliotheca Universalis: è la fine dell’idea di biblioteca aperta e universale e inizio del suo contrario. La biblioteca progettata da Possevino è “Selecta” in quanto filtro “ad excludendum” del sapere. Al contrario della “Bibliotheca Universalis”, deve con urgenza  porre “rimedi contra la libertà degl’ingegni troppo o curiosi o penetranti” e quindi creare una “biblioteca ideale e chiusa” del sapere controriformato nella quale solo alcuni libri (religiosi) sono permessi mentre molti altri (classici antichi e contemporanei) invece proibiti, tra questi: il Principe di Machiavelli, “l’arabica versio Aristotelis depravatissima”, le Satire di Luciano, il De rerum natura di Lucrezio…ecc.

E il pendolo della storia oggi da che parte sta andando? Dalla presentazione – nel 2004 –  del progetto “Google Books” che appunto doveva “ organizzare l’informazione del mondo per renderla accessibile a tutti”, molta acqua è passata sotto i ponti e la grande campagna di mass digitization per “liberare” tutti i libri del mondo, secondo molti osservatori, è in realtà diventata un modo per rendere i testi digitalizzati computabili e di conseguenza trasformabili in risorsa sia per lo sviluppo di progetti di intelligenza artificiale che di altre applicazioni “smart” a carattere prevalentemente commerciale, con un progressivo affievolirsi (se non spegnersi) dell’originario progetto culturale.

Nell’era post-libro, nell’era di Internet dove – all’inizio – tutto sembrava più aperto e libero, è in corso una mutazione preoccupante. L’accesso universale – grande promessa dalla rivoluzione digitale –appare sempre di più una chimera. Le Big Internet Company, a cominciare da Google, Facebook ecc., hanno ormai colonizzato la Rete e controllano domande e risposte delle ricerche on line di tutto il mondo. E chi controlla domande e rispose, controlla la realtà. Oggi, come nel XVI secolo, abbiamo bisogno di più cultura umanistica, di più apertura, di più universalismo. Servono – con urgenza – tanti Gessner per contrastare i Possevino  del XXI secolo.

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Raccomandazioni dell’associazione delle biblioteche europee (EBLIDA) per una non più rimandabile riforma del diritto d’autore europeo

Copyright-European-Union-flagSul problema annoso della riforma del copyright in ambito UE – oltre all’associazione non-profit EDRI che si è  espressa abbastanza duramente rispetto ritardi e fallimenti della Commissione europea malgrado l’ambiziosa comunicazione del 9 dicembre scorso (vedi articolo precedente “Copyfails, i fallimenti del diritto d’autore europeo”) – è intervenuta anche EBLIDA (The European Bureau of Library, Information and Documentation Associations). L’associazione europea delle biblioteche, partendo da una posizione più “morbida” e cioè riconoscendo alla Commissione UE di aver avviato una riflessione generale riguardo il problema delle “eccezioni al copyright” alla luce degli sviluppi tecnologici di una società “sempre più digitale”, ha comunque rilevato l’esistenza di problematiche urgenti da affrontare.

Alla base di tutto – secondo l’EBLIDA – c’è il mancato aggiornamento della direttiva Infosoc (2001/29/CE) che nata proprio per adattare la legislazione sul diritto d’autore e diritti connessi agli sviluppi tecnologici della società dell’informazione, risulta ormai vecchia e inadeguata. A regime attuale, la direttiva non ha alcun effettivo potere rispetto alle barriere via via createsi che impediscono di fatto sia l’accesso egualitario ai contenuti culturali europei da parte di tutti i cittadini dell’Unione e sia la realizzazione di progetti di ricerca pan-europei.

L’armonizzazione – da sempre cavallo di battaglia della filosofia copyright della UE – deve assolutamente superare il principio dell’applicazione facoltativa delle eccezioni (che in pratica lascia liberi i 28 paesi di applicarle o meno) e trasformare le proprie direttive in prescrizioni vincolanti. Ma soprattutto, la nuova Infosoc – caldeggiata dall’EBLIDA – deve acquisire forza di legge “sovrastante” rispetto a tutte quelle possibili condizioni contrattuali previste dalle licenze che invece – allo stato attuale –  esercitano un pesante condizionamento su biblioteche, archivi e musei impedendo di fatto a questi istituti di svolgere le loro funzioni istituzionali, e cioè di offrire all’utenza il  più ampio  accesso possibile ai propri contenuti.

Più nel dettaglio, l’EBLIDA – nel suo report – indica delle misure concrete da inserire nella nuova normativa europea sul copyright, a cominciare da una robusta eccezione a favore del “Text and Data Mining”. Si tratta di consentire finalmente anche ai ricercatori europei l’utilizzo di queste tecnologie di rielaborazione dei “big data” superando il diniego degli editori che si oppongono persino nel caso che si possieda l’accesso legale ai database da processare. E poi, aggiornare le eccezioni riguardanti la preservazione digitale con particolare attenzione sia al materiale born digital che a quello derivante da digitalizzazioni, quindi rivedere le eccezioni concernenti gli accessi on line alle collezioni digitalizzate per scopi di studio e ricerca. Infine, introdurre forti eccezioni tali da rendere finalmente possibile l’attivazione di pratiche di e-lending da parte delle biblioteche.

La nefasta prevalenza dei contratti e licenze sulle leggi che dovrebbero regolare il copyright, è ben illustrata dal caso British Library che l’EBLIDA inserisce tra gli esempi di  “fallimenti causa lacune legislative nell’ambito del quadro di riferimento vigente del copyright”. Nel 2012 la British Library deve interrompere il suo servizio di fornitura internazionale di documenti denominato OPLS (Overseas Library Privilege Service), servizio reso possibile proprio da un’eccezione introdotta nella normativa nazionale sul copyright, per salvaguardare la biblioteca da una pioggia di denunce su presunte violazioni del copyright. A quel punto, il servizio viene sostituito non con una nuova legge ma con una licenza – approvata dagli editori – denominata INCD (International Non-Commercial Document Supply).

Il passaggio dalla normazione all’accordo privato determina però,  a partire dal  2014, un crollo verticale delle richieste e quindi degli accessi internazionali ai contenuti della British Library che diminuiscono addirittura del 97%. Un tracollo dovuto da un lato all’enorme crescita dei diritti da caricare nel sistema INCD che inevitabilmente  ha messo le collezioni della biblioteca fuori della portata di molte università e istituti di ricerca europei, e dall’altro al ritiro massiccio (circa del 93%) delle pubblicazioni operato dagli editori che ha ridotto drasticamente l’offerta della British anche verso l’esterno.

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Copyfails, i fallimenti del diritto d’autore europeo

CjSlZpSXAAAPixNL’associazione non-profit EDRI (European Digital Rights),  impegnata da anni nella difesa dei diritti e le libertà nell’ambiente digitale europeo, ha tra le sue priorità anche la riforma del copyright in ambito UE. Quest’ultimo tema d’urgenza si è ulteriormente rafforzato alla luce dell’ultima comunicazione della Commissione europea – presentata lo scorso 9 dicembre 2015 –  dove, malgrado l’ambizioso riferimento a un “diritto d’autore moderno, più europeo”, si evidenzia- secondo l’EDRI – un interesse solo incentrato sull’accesso ai contenuti e sul relativo adattamento di alcune eccezioni con l’esclusivo scopo di migliorare il mercato facendo rispettare alcuni precetti del diritto d’autore.

In pratica, il copyright in Europa è ancora fermo alla direttiva Infosoc (2001/29/CE) “sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione”.  Nel frattempo, la società dell’informazione e l’ecosistema digitale sono cambiati più e più volte. Secondo l’EDRI la Commissione con la comunicazione del 9 dicembre 2015 ha perso un’altra importante occasione per una riforma vera del diritto d’autore  capace di sfidare le potenti lobby costituite dalle aziende tecnologiche, dagli editori e dai titolari dei diritti.

Entrando più nel dettaglio rispetto a come il sistema copyright UE  si è finora realizzato, l’EDRI ha individuato almeno nove “fallimenti” (copyfails) rispetto ai quali sarebbe urgente intervenire per ri-impostare un  progetto di “vera” riforma a beneficio di tutti gli attori (creatori e utenti) e degno del 21° secolo:

  1. Un sistema frammentato e caotico di eccezioni nell’utilizzo delle opere protette da copyright: in base all’attuale direttiva copyright UE sulle “eccezioni e limitazioni” ogni paese dei 28 può scegliere di includere o escludere qualunque di queste eccezioni facoltative. Di conseguenza: in alcuni paesi – tra cui la Francia – gli usi delle opere protette da copyright nelle scuole subiscono molte più limitazioni che in altre paesi come ad esempio l’Estonia, mentre nel Regno Unito le persone non sono autorizzate a fare copie di brani musicali acquistati legalmente contraddicendo il diritto alla copia privata.
  1. il fallimento della legislazione UE nel dare accesso ai non vedenti alle opere protette da copyright: la UE non ha ancora ratificato il Trattato di Marrakech – ratificato anche dalla Corea del Nord – che obbliga gli Stati a introdurre limitazioni e/o eccezioni nelle loro legislazioni nazionali tale da facilitare l’accesso alle persone non vedenti o ipovedenti ai contenuti (ebook) culturali digitalizzati.
  1. Le big company di internet – Google e Facebook su tutte – indebitamente investite dagli stessi governi di un ruolo di controllo tale da trasformarle in iuna sorta di “polizia di internet”: una sorta di privatizzazione strisciante dell’applicazione della legge che sposta sulle aziende private la sorveglianza dei contenuti pubblicati in internet. Insomma, invece che sistemi come “contentID”, una vera riforma del copyright.
  1. Il problema degli autori nell’ottenere una remunerazione equa.
  1. Una protezione del copyright così eccessiva da uccidere la creatività e l’accesso alla cultura.
  1. Una “Google tax” che non è una tassa e che Google non paga…!
  1. L’impedimento della ricerca – via commerciale – del text and data mining.
  1. Il Geo-blocking, ovvero l’accesso bloccato dai contenuti on line basati sulle geolocalizzazioni.
  1. la questione DRM: la limitazione dei diritti sulla musica e libri in formato digitale.
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