La Presidenza italiana della UE lancia il “riuso dei contenuti culturali digitali” come volano per l’economia europea: un “volano” che però non sembra girare come dovrebbe…

La “cultura in digitale” dovrebbe essere quel famoso “volano” – del quale si parla in continuazione – capace di contribuire a far ripartire l’addormentata economia europea. Soprattutto nuove e mirabolanti possibilità dovrebbero scaturire dall’uso/riuso dei contenuti culturali. Insomma, a detta di tutti, la carta da giocare per vincere la partita è quella del patrimonio europeo digitalizzato. Se ne parlato alla conferenza internazionale per il “riuso dei contenuti culturali digitali per l’istruzione, il turismo e il tempo libero”,  organizzata il 2 ottobre 2014 presso la Biblioteca nazionale centrale di Roma su iniziativa della Presidenza italiana della Unione Europea.

I termini più ricorrenti tra i  relatori stati: riuso e digitalizzazione. È stata molto sottolineata l’importanza  strategica del riuso dei dati del patrimonio culturale digitalizzato. È stato fatto notare che il “riuso” è un accrescimento di valore e che va sempre collegato indissolubilmente con l’open data: dati riutilizzabili e aperti. Inoltre, è stata indicata la struttura portante del progetto: un sistema multistrato alla cui base vi è la digitalizzazione, poi a salire i dati aperti (con la buona pratica di “Cultura Italia”), quindi dal punto di vista turistico le sinergie territoriali, a seguire le vere e proprie iniziative turistiche con un arricchimento dell’esperienza grazie alle nuove tecnologie e infine, ultimo strato, il contesto normativo, vale a dire la questione delle licenze d’uso dei contenuti culturali utilizzati.

Strano che, nell’ambito del riuso, non sia stato fatto quasi alcun cenno all’importanza di un urgente sviluppo in ambito culturale della tecnologia che – in pratica –  è alla base del riuso dei dati: quella dei LOD (Linked Open Data). Anche perché “riuso dei contenuti culturali digitali per l’istruzione, il turismo e il tempo libero” non può significare altro che completa apertura dell’ecosistema cultura – a cominciare dai datasets culturali – al Web. Che poi vuol dire l’imprescindibilità di una condizione rispetto a tutto il discorso dell’uso e riuso dei dati:  ovvero che i metadati del dominio cultura inizino – ma il più velocemente possibile – a riconvertirsi secondo gli standard del web semantico.

La questione “controversa” dell’economia digitale è stata anche interpretata acutamente da Pierluigi Sacco della IULM (Libera Università di Lingue e Comunicazione). Sacco ha, innanzitutto, spiegato che è in corso una transizione epocale dalla cultura 1.0 alla cultura 3.0. In altre parole, stiamo passando da un sistema basato sui mercati culturali a un altro basato sulla tecnologia pervasiva nel quale la differenza tra produttore e consumatore risulta sempre più sfumata. La vecchia Europa è stata la culla della cultura 1.0, basata sostanzialmente sulla conservazione. Poi è arrivato il nuovo mondo –  l’America – dove si è sviluppato il mercato e conseguentemente la cultura 2.0 detta “based theme park”, con tutti i suoi effetti diretti. Oggi dall’Asia arriva la cultura 3.0, quella della tecnologia pervasiva, dell’intangibile. Davanti a tali nuovi scenari, l’aspetto fondamentale non è tanto quello del digitalizzare punto (che comunque va fatto al meglio), ma quello di implementare piattaforme – supportate da adeguate infrastrutture di rete (banda larga!) – per la distribuzione pervasiva dei contenuti.

Sono stati poi mostrati casi interessanti – buone pratiche avanzate – sia concernenti il riuso di dati e contenuti che rispetto alla produzione di contenuti in 3D, vale a dire i primi effetti della rivoluzione dei “makers”. Il Rijksmuseum con il suo laboratorio – Rijkstudio – ha sciorinato esempi di mashup e di stampe in 3D. Similmente ha fatto lo Smithsonian di Washigton. Molto “makers” anche il Museo delle scienze di Trento, dove – come ha spiegato il direttore Michele Sieger – è stato avviato un laboratorio per le riproduzioni in 3D, il  “MuseFabLab”.

Infine, la direttrice dell’Europeana Foundation, Jill Cousins, ha snocciolato dati: finora Europeana ha raccolto più di 33 milioni di contenuti digitali che corrispondono a circa 11,5 milioni di voci. La road map che ha illustrato prevede un ampliamento di servizi a cominciare dal “cloud”, mentre sul fronte costi, il finanziamento dell’impresa per il 2015 è nell’ordine dei 10 milioni di euro. Però, c’è un però, nel suo intervento sono venuti fuori altri dati molto molto meno trionfalistici. In pratica, attualmente, il patrimonio culturale europeo digitalizzato corrisponderebbe solo a circa il 10% del patrimonio globale, e dunque mancherebbe ancora all’appello ben il 90% di patrimonio culturale europeo! Ma, non basta. Di questo striminzito 10% digitalizzato, Europeana (che è online già da 6 anni…) ne ha raccolto solamente il 12%, e di questo esiguo spicco, solo una piccola parte – il 35% – è attualmente disponibile sulla piattaforma per il riuso. Insomma, parliamo di un 35% di un 12% di un 10%. Cifre che da sole gettano una luce del tutto diversa sul quel famoso “volano” che attraverso i contenuti digitali dovrebbe contribuire a far ripartire – a breve – il motore economico europeo.

Ma, l’efficacia o meno del “volano” non è solo legata a quello che a tutti gli effetti a oggi sembra un quasi “flop”, cioè lo stato della  digitalizzazione del patrimonio culturale europeo. Ma,  dipende anche da altri fattori strutturali rispetto ai quali lo stato dell’arte non sembra per niente buono. Intanto, l’infrastruttura di rete: vale a dire la situazione banda larga (soprattutto in Italia), fattore imprescindibile per veicolare pervasivamente  i contenuti digitale secondo la regola della cultura 3.0, e cioè “anywhere and anytime”. E poi, la questione – sempre in fase di studio, d’approfondimento e di fatto mai risolta – della riconfigurazione del sistema dei diritti rispetto all’ecosistema digitale: altro formidabile ostacolo che continua a frapporsi tra la pervasività tecnologica dei  contenuti digitali e la grande potenzialità  rappresentata dalla crescente platea degli  utenti/consumatori.

 

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