Le biblioteche alle prese con il “Big Data”

Un articolo pubblicato su Nature dal titolo “Publishing frontiers: The library reboot”, pone un tema interessante e attuale: l’incontro – probabilmente inevitabile – tra biblioteche e “Big Data”.

Nel mondo scientifico la rivoluzione è già in corso: le pubblicazioni ormai tendono a superare la tradizionale forma testuale per abbracciare sempre di più quella dei data sets. I dati, fino a non molto tempo fa cittadini di seconda classe nel mondo dell’editoria scientifica, rappresentano il futuro con una produzione che ormai invece che con il testo si esplica attraverso fogli di calcolo, algoritmi, video e altri strumenti di analisi.

Collegato a questo scenario, c’è un problema: a fronte di questa “esplosione di dati”, spesso sono proprio gli stessi scienziati che non riescono a gestirli. Da un sondaggio effettuato tra 1300 scienziati, si apprende che l’80% avrebbe usato molto volentieri – per ulteriori sviluppi alle proprie ricerche –  i data sets di altri ricercatori se questi fossero stati facili da raggiungere, ma soltanto il 36% di essi ha ammesso di essere stato in grado di creare quelle condizioni minime di condivisione tali da permettere ad altri scienziati di accedere in modo semplice ai propri dati.

Insomma, il “Big Data” sembra richiedere – soprattutto nel mondo scientifico –  urgentemente professionisti dell’informazione, esperti del “data curation”. Da qui l’iniziativa di alcune biblioteche universitarie americane di ritagliarsi un nuovo ruolo, e cioè proporsi come supporto e assistenza nell’ambito della ricerca, offrendo orientamento e strumenti per la raccolta, esplorazione, visualizzazione, etichettatura e condivisione dei dati.

Le biblioteche Sheridan della Hopkins University hanno lanciato un servizio a pagamento per aiutare i ricercatori a gestire i propri dati. La Bodleian di Oxford sta invece sviluppando un sistema di storage a tariffe differenziate rispetto alla tipologia di dati da gestire e conservare. Più in generale, da uno studio condotto su più di 100  biblioteche universitarie USA, si è evidenziato che circa il 40% è impegnato a sviluppare programmi per supportare scienziati e ricercatori nelle procedure di data curation.

Tuttavia, in un momento così difficile per  il settore delle biblioteche  che – in tutto il mondo – deve affrontare enormi problemi dovuti a continui tagli dei bilanci pubblici e parallelo aumento dei costi di gestione, la sfida del “reboot” finalizzato a colmare il “data gap”  gestionale sembra davvero titanica. Anche perché, se è vero che le biblioteche sembrano avere un “ruolo” naturale nel “mondo dei dati”, è altrettanto vero che dovrebbero misurarsi con concorrenti terribili dotati di ben altre risorse: editori commerciali, società di informazione e storage, data repository tipo GenBank ecc.

Debolezze “rafforzate” dall’opinione circolante in buona parte della comunità scientifica e imprenditoriale americana secondo la quale le biblioteche sarebbero ormai solo costose strutture per ospitare tonnellate di carta, insomma anticaglie del passato ormai praticamente inutili nell’era digitale dei libri in formato ebook. Ma, non tutti sono di questo parere. Ad esempio, il governo australiano ha deciso di investire 78 milioni di dollari per la creazione dell’Australian National Data Service che dovrà supportare le università (e biblioteche) australiane nell’identificazione e pubblicazione di ogni tipologia di dati.

Di sicuro, nell’era digitale dei dati che sta esplodendo, le biblioteche in un modo o nell’altro dovranno raccogliere l’ennesima sfida di ridefinizione dei propri ruoli e obiettivi. Dovranno almeno essere in prima linea nella difesa degli open data e nel supporto professionale a tutti coloro (ricercatori, docenti ecc. ) in difficoltà rispetto alla gestione di propri dati.

In prospettiva, è probabile che diverranno parte di un più vasto ecosistema informativo finalizzato alla information-curation. Un ambiente dati globale, dove i confini tra repository sarà senza soluzione di continuità, di modo che un ricercatore eseguendo una query dalla propria scrivania potrà accedere a dati provenienti da tutto il mondo.

Gli ottimisti, comunque, sostengono che alla fine, per le biblioteche, le cose non cambieranno più di tanto. A parte il “faticoso” ri-adattamento a sempre  nuove tecnologie, in sostanza continueranno anche in futuro a fare quello che fanno da secoli: organizzare le informazioni e preservarle per renderle disponibili agli studiosi.

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