Strategie di contrasto all’obsolescenza digitale

A junk pile of computers

A junk pile of computers

Alla fine degli anni ’80 del secolo scorso veniva avviato il progetto “BBC Domesday” con lo scopo – al tempo rivoluzionario – di replicare in formato digitale, dopo 900 anni, il famoso censimento inglese “Domesday Book”. Peccato che nel volgere di soli due decenni se ne dovette costatare il sostanziale fallimento e la sua trasformazione in uno dei più citati casi di obsolescenza digitale: i laser disc sui quali erano state memorizzate immagini e dati del censimento risultavano, infatti, a distanza di poco tempo,  praticamente inservibili causa  scomparsa sia dei software e che dell’hardware in grado di accedere ai dischi, mentre al contrario  le informazioni originali del “Domesday Book”  erano – dopo ben nove secoli! –  ancora accessibili.

Si tratta di uno, tra i più conosciuti,  casi precursori di quella che viene definita come prossima  “digital dark age”, ovvero un imminente Medioevo digitale” dove diventerà sempre più difficile – se non impossibile –  interagire con i tanti supporti e software via via negli anni creati per l’utilizzo e memorizzazione di tutte le nostre passate e presenti attività e vite digitali.

Nel tentativo di contrastare questa deriva, da tempo, sono state implementate diverse strategie miranti alla conservazione a lungo termine dei dati e degli ecosistemi digitali. In questo senso si parla di “refreshing”  ovvero il trasferimento di dati tra sue supporti digitali dello stesso tipo oppure di “migrazione” vale a dire il trasferimento da vecchi e nuovi supporti digitali o anche di “emulazione” con la duplicazione delle funzionalità di un sistema digitale ormai obsoleto.

Ultimamente si è fatta strada una nuova strategia che si preoccupa non solo di spedire nel futuro copie perfettamente conservate dei nostri contenuti digitali, ma anche e soprattutto di far capire agli utilizzatori di domani il tipo di prodotto tecnologico che si troveranno tra le mani e quindi come utilizzarlo.

Si tratta di un nuovo software open source “packager” chiamato “Archivematica capace di analizzare i materiali digitali di tutti i tipi, registrare i risultati in un file formato testo confezionato e conservato con i materiali stessi. Un sistema pensato per aiutare le future generazioni a comprendere i “flussi di bit” – provenienti dal passato –  che si troveranno davanti.

Questo software si appoggia sulla tecnologia “BagIt” sviluppata non a caso da coloro che da sempre si occupano della conservazione – tramite sviluppo e innovazione dei supporti – delle memorie sociali: le biblioteche. Infatti, “BagIt” nasce per iniziativa della Library of Congress coadiuvata  dalla California Digital Library e dalla Standford University. La Library of Congress usa questa tecnologia per diversi progetti, in particolare in quei servizi di trasferimento dei contenuti digitali, dove è necessaria la loro inventariazione e replica in ambienti di produzione e stoccaggio.

Di recente, il Museum of Modern Arts (MoMa) di New York ha proceduto alla digitalizzazione di parte del suo grande patrimonio: circa 65 mila opere realizzate tra il 1860 e il 2016. In questo progetto di codificazione digitale è stato appunto utilizzato il “packager”  “Archivematica”. In questo caso, ha assunto ancora più importanza garantire nel tempo l’autenticità del contenuto digitale via via archiviato. Il problema è stato risolto assegnando a ciascun “pacchetto confezionato” un algoritmo – checksum – in grado di controllare anche a distanza di 100 anni la serie di lettere e numeri verificando che l’oggetto in questione non sia stato né manomesso né corrotto.

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