Serve un mondo meno digitale? O più “humanities” nel mondo digitale?

Il problema: la rivoluzione tecnologica che con le sue continue ondate dirompenti e pervasive stravolge tutto e tutti. Che fare? Quattro libri usciti recentemente– uno italiano e tre da oltreoceano –   tentano, da impostazioni diverse,  di offrire interpretazioni e fornire risposte.

Il testo italiano abbraccia una critica complessiva – “filosofica” –  sia riguardo il “senso”  della rivoluzione tecnologica sia rispetto i suoi “pesanti” effetti sulla società. Invece, i volumi” made in USA”, concentrano la loro critica  non sulla rivoluzione tecnologica in quanto tale, ma su il suo attuale modello di sviluppo,  in quanto troppo monopolizzato  dal cosiddetto blocco STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) a discapito delle Humanities che viceversa dovrebbero – secondo i tre autori –  riacquistare assolutamente un ruolo centrale.

Il testo italiano è quello del decano dei sociologi italiani, Franco Ferrarotti: “Il viaggiatore sedentario. Internet e la società irretita”. Nelle sue pagine, il problema centrale è l’abuso della tecnologia e le conseguenze di questo abuso sull’individuo, soggiogato e alienato. La tesi di partenza è il fraintendimento della società attuale rispetto allo status della tecnologia, e cioè la confusione tra valore strumentale e valore finale.

Da qui a cascata, una serie di conseguenze nefaste per le persone e  società. A cominciare dalla perdita della struttura originaria della comunicazione. Secondo Ferrarotti, quando tecnicamente si può comunicare in tempo reale su scala planetaria, non c’è più nulla da comunicare. Si perde la comunicazione tra coloro che dialogano, e non rimane altro che un “deserto esistenziale”. C’è poi lo straniamento causato dal potere ipnotico dell’immagine e dalla frammentazione dell’esperienza, conseguenze della pervasività della Rete e dal potere della realtà virtuale.

Tuttavia, nell’allarmata descrizione di Ferrarotti, la tecnologia non è sola  sul banco degli imputati, al suo fianco ci sono anche  quelli che dovrebbero criticarla e non lo fanno: i sociologi. Il loro – denuncia Ferrarotti – è un inspiegabile e “assordante” silenzio davanti a siffatte trasformazioni in corso nella società contemporanea: “non capiscono che i valori strumentali, interpretati e fatti valere come valori finali, sono semplicemente strumenti di morte: uccidono la memoria, inaridiscono la vita interiore, disgregano l’individuo, mettendone in piazza tutti i segreti e quindi svuotandolo”.

Alla Stanford University, gli studenti – scherzosamente – vengono divisi in “Fuzzies” e “Techies”. I primi sono coloro che studiano le arti, le scienze umane, le scienze sociali. I secondi sono invece i tecnici, cioè gli appartenenti a ingegneria, scienze informatiche ecc… Scott Hartley, parte da  questa goliardica dicotomia per dimostrare il suo contrario: l’opposizione tra humanities e hard science non dovrebbe esistere,  è pericolosa. E svolge questa tesi nel suo The fuzzy and the techie. Why the liberal arts will rule the digital world”.

La contrapposizione – secondo Hartley – è frutto di una mentalità sbagliata per la quale educazione e preparazione degli studenti deve essere settoriale e specialista. Al contrario – sostiene Hartley –  per affrontare e risolvere gli attuali e futuri problemi scientifici, ambientali, sociali ecc. su larga scala, è necessaria una formazione il più possibile aperta anche e soprattutto in ambito tecnologico.

Un classico esempio citato dall’autore sono i Big Data, tecnologia emergente e potentissima che però ha un assoluto bisogno di creatività e competenze umanistiche. I dati in quanto tali sono grezzi, vuoti, non dicono nulla. Per farli esprimere è necessario interrogarli, e interpretarli. Chi meglio può farlo che un umanista abituato all’ermeneutica?

Christian Madsbjerg con il suo “Sensemaking” affronta lo stesso problema dei Big Data però in ambito aziendale. Qui, nel marketing, gli algoritmi la fanno da padrone. La tesi, in questo caso, è che per analizzare i Big Data, le aziende dovrebbero capire le persone che stanno dietro quei dati. Non facendolo, e affidandosi soltanto alla tecnologia, rischiano di perdere i contatti con i mercati per i quali stanno lavorando.

Madsnjerg sostiene la rivalutazione del giudizio umano basato su un’attenta osservazione dei contesti. Come esempio di riconsiderazione del fattore umano,  cita il caso della facoltà dell’Accademia navale statunitense, che dopo aver smesso di insegnare – alla fine degli anni ’90 – la navigazione celeste per affidarsi alla tecnologia satellitare GPS, è tornata su i suoi passi ripristinando i corsi di navigazione tramite le stelle.

Madsbjerg non si considera affatto un luddista. Comprende appieno il valore dei dati generati dagli algoritmi, ma è anche certo che una mente umana finemente sintonizzata può risolvere problemi che vanno oltre la portata dei computer privi di emozioni.

La riscoperta del contesto umano, è anche il focus dell’ultimo libro statunitense: “Cents and Sensibility” di Gary Saul Morson e Morton Schapiro docenti di scienze umane ed economiche presso la Northwestern University. In questo caso, la tecnologia da supportare con robusti inserimenti di humanities è quella dei modelli economici artificiali.

La soluzione proposta dagli autori è suggestiva: utilizzare come strumento di lavoro la letteratura. Gli scrittori svolgono – secondo gli autori – analisi approfondite, mentre gli economisti tendono a trattare le persone e i loro contesti come semplici aride astrazioni. I grandi romanzi aiutano a sviluppare empatia costringendo a vedere il mondo come gli altri lo vedono. E in conclusione, Morson e Schapiro si chiedono: un modello economico o un caso-studio possono mai disegnare profondamente e vividamente una persona come Tolstoj ha disegnato Anna Karenina?

Tuttavia, c’è una visione che lega e spiega meglio le tesi dei tre libri USA, cioè la riscoperta dell’importanza delle Humanities.  È lo scenario  “Second Machine Age” raccontato nel libro di Erik Brynijolfsson e Andrew McAfee,  The Second Machine Age: work, progress e prosperità in a time of brillant technologies”.

La nuova rivoluzione delle macchine sta causando un cambiamento esponenziale, digitale e combinatorio mai visto prima. E secondo gli autori sono ormai prossimi due passaggi fondamentali che muteranno definitivamente la società: la creazione di una vera intelligenza artificiale e la connessione di tutti gli umani tramite una rete digitale comune.

Tuttavia, l’uomo mantiene un grosso vantaggio sulle macchine: l’ideazione e l’immaginazione. I computer sono macchine eccezionali ma sanno generare solo risposte. Si aprirà sempre di più un grande spazio per chi dovrà porre le giuste domande, e a chi spetterà il compito se non alle  “Humanities”? Solo grazie a loro, le nuove risposte potranno metterci in grado d’affrontare al meglio i problemi sul tappeto e nello stesso  aiutarci nel progettare un futuro migliore.

Questa voce è stata pubblicata in big data, Big Data culturali, Intelligenza artificiale, società dell'informazione, tecnologie digitali e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *