Tecnologia IIIF: un aiuto per la ricostruzione virtuale dei manoscritti frammentati e dispersi

Salterio_diurno_del_XVII_secoloOtto F. Ege, famigerato book breaker del secolo scorso, soleva difendere il suo iper-attivismo di  “tagliatore di manoscritti”, affermando: “forse permettere a mille persone di avere e conservare una foglia originale di un manoscritto…è indurla ad una comprensione che solo il contatto con l’arte più dare…e questo, penso, sia una ragione sufficiente per giustificare la dispersione di tanti frammenti di manoscritti…”. In realtà, le cose stavano un po’ diversamente. La fama di Otto era, infatti, dovuta a motivazioni molto più prosaiche,  vale a dire all’iniziativa delle “Otto Ege Porfolios”: circa 40 scatole piene di frammenti da lui ritagliati da antiche bibbie e  manoscritti medievali con lo scopo di realizzare grossi  profitti  vendendole a università e collezionisti di tutto il mondo.

In verità, il fenomeno della frammentazione e dispersione di parti di manoscritti era già iniziato ben prima di Otto F. Ege. Nel XIX secolo, i collezionisti avevano cominciato a tagliare le artistiche lettere iniziali dei manoscritti miniati. Ma, soprattutto dall’inizio del XX secolo, era diventata pratica tra i librai staccare le foglie dai “libri delle ore” per venderle come pagine singole  e così realizzare maggiori guadagni.

Insomma, un commercio in crescita per un mercato in crescita: soprattutto quello del Nord America, dove – dagli anni ’30 agli anni ’60 del secolo scorso –  il commercio di antichi manoscritti ma soprattutto delle foglie singole conosce un incremento notevole. Ma niente, se paragonato con gli ultimi cinquant’anni, durante i quali la vendita dei frammenti di manoscritti registra un balzo addirittura del 400%.

Da qui, l’allarme degli studiosi per quella che viene considerata una sistematica distruzione di documenti unici e d’inestimabile valore. E di conseguenza, l’idea di correre ai ripari progettando – grazie all’apporto della Rete e delle tecnologie digitali – attività di catalogazione on line e ricostruzione virtuale dei tanti manoscritti smembrati e poi dispersi tra istituzioni e/o collezionisti di tutto il mondo.

Tra i primi a provarci: Erik Drigsdahl e Peter Stoicheff dell’Università di Saskatchewan. Il primo, per anni ha salvato le immagini digitalizzate delle “foglie” vendute su eBay, sperando in questo modo di recuperare informazioni scientifiche inerenti ai manoscritti di provenienza. E poi, dal 2003, attraverso il suo sito, ha catalogato migliaia di frammenti tentando di ricostruire una raccolta di circa 50 manoscritti venduti in aste più o meno recenti. Il secondo, invece, si è adoperato lavorando per individuare tutti gli acquirenti degli “Otto Ege Porfolios”, nel tentativo di incoraggiare una loro collaborazione per la creazione di un database come punto di partenza  per una ricostruzione digitale dei manoscritti ritagliati da Otto F. Ege.

Oltre ai due studiosi citati, diversi sono ormai i progetti avviati per il recupero virtuale di manoscritti frammentati. Tra questi, “Manuscriptlink” che propone una “collezione collettiva di manoscritti virtuali” muovendosi tra il VII al XV secolo. Gli strumenti offerti consentono di studiare i singoli frammenti sia come oggetti indipendenti che come componenti aggregati di manoscritti ricostruiti. Il tutto, corredato di metadati completi e accurati per ogni elemento trattato. Oltre a ciò, gli utenti registrati possono crearsi proprie collezioni on line e confrontare frammenti, foglie e altro mediante un sistema di finestre parallele. C’è poi  “Fragmentarium”, un progetto organizzato dallo stesso team che ha creato il bellissimo “e-codices – Biblioteca virtuale dei manoscritti conservati in Svizzera”, che invece si occupa delle ampie collezioni di frammenti presenti nei patrimoni delle biblioteche nazionali europee.

Tuttavia, il decisivo impulso in questo ambito sta arrivando da una nuova tecnologia del Web: l’International Image Interoperability Framework (IIIF). Si tratta di uno standard innovativo per la descrizione e la distribuzione delle immagini e dei metadati attraverso la Rete. In pratica, IIIF mette a disposizione un vero e proprio framework per la pubblicazione di risorse digitali (costituite da immagini) non esclusivamente per la sola visualizzazione ma anche per altre operazioni come condivisione, apposizione di note, citazioni ecc. Anche perché, accanto all’interoperabilità, l’altro aspetto fondamentale della tecnologia IIIF è  la comunità Web di riferimento in continua crescita e che già comprende diverse tra le principali organizzazioni del mondo della ricerca e del patrimonio culturale su scala globale.

Ma come opera la tecnologia IIIF? Se torniamo al manoscritto smembrato nel lontano passato con le sue “foglie”  disperse tra varie collezioni, ognuna di queste collezioni – aderendo al framework IIIF –  potrebbe esporre le immagini digitalizzate dei propri frammenti mediante endpoint IIIF. A questo punto, qualsiasi visualizzatore sul Web compatibile IIIF sarebbe  in grado di fornire allo studioso interessato uno strumento molto potente e facile nell’uso per procedere a una ricostruzione virtuale del codice oggetto della ricerca ricombinando digitalmente frammenti e “foglie” e ottenendo così  la ricomposizione coerente e unitaria del documento.

Un esempio di piattaforma innovativa che implementa lo standard IIIF, è quello della “Broken Books” dell’Università di St.Louis. La piattaforma utilizza la tecnologia Canvas compatibile con IIIF e in questo modo i metadati descrittivi e strutturali possono essere standardizzati e resi interoperabili. In altre parole, invece di memorizzare immagini e dati su server proprietari dedicati (con tutte le criticità derivanti dalle capacità limitate), Broken Books mediante URL persistenti può recuperare – via Web – le immagini quando richieste e poi fruirne attraverso un visualizzatore compatibile IIIF, in questo caso Mirador. Il modello  rappresentato dalla piattaforma “Broken Books” è molto interessante sia per la sua sostenibilità – grazie all’interoperabilità tecnologica  e alle policy di condivisione  – che  per la sua apertura  verso lo schema di licenze Creative Commons.

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