Digitalizzare? L’esempio della Biblioteca Vaticana

Salone-Sistino-della-Biblioteca-Apostolica-Vaticana--620x388Il dibattito digitalizzazione si, digitalizzazione no, digitalizzazione forse…, è sempre vivo. I pro e i contro non smettono di darsi battaglia.  Con in più, il fatto che le opinioni contrapposte sono spesso radicalizzate, trasformando una questione centrale per il futuro della conoscenza in uno scontro quasi ideologico, quindi inutile.

Uno dei possibili antidoti a tale situazione può essere trovato esaminando – brevemente – quello che una delle  biblioteche più importanti e prestigiose  del mondo sta tentando di fare nel campo della digitalizzazione: la Biblioteca Vaticana.

Nata nel 1451 per volere di Papa Niccolò V, la Vaticana possiede un enorme patrimonio culturale: dal circa il milione e mezzo di volumi a stampa fino a una delle raccolte di testi antichi e libri rari fra le più importanti al mondo che comprende circa 82 mila manoscritti e tra questi il famoso Codex Vaticanus, il più antico manoscritto completo della Bibbia che si conosca. Questo codice trascritto nel IV secolo in greco su pergamena è stato (come tanti altri) integralmente digitalizzato ed è liberamente consultabile on line attraverso il portale Digital Vatican Library.

Il Codex Vaticanus in formato digitale esemplifica bene i due capisaldi strategici del progetto di digitalizzazione della Vaticana: conservazione a lungo termine delle immagini ad alta risoluzione e accesso universale mediante la biblioteca digitale on line. Fissati questi principi, sono poi i 4 criteri gerarchici stabiliti dal progetto a spiegare la scelta dei documenti dai quali partire per il processo di conversione al digitale:  1) delicatezza, fragilità e pericolo di scomparsa 2) importanza e rarità 3) manoscritti scelti per progetti 4) richieste degli studiosi. Insomma, per la Vaticana la chance del digitale spetta anzitutto alla parte più preziosa e deteriorabile del suo patrimonio: con l’intenzione di favorirne  l’accesso e soprattutto di offrire agli originali maggiori speranze di conservazione.

Nello stesso tempo, ci si preoccupa di impostare una conservazione a lungo termine anche delle copie digitali ad alta risoluzione. Vero punto critico per ogni progetto di digitalizzazione. Si tratta, infatti, di trovare soluzioni efficaci e sostenibili nei tempi lunghi tali da sconfiggere o mitigare il più possibile lo spauracchio dell’obsolescenza. Il rischio è quello – da qui a qualche generazione – di non riuscire più a leggere i formati di archiviazione digitale precedentemente adottati e quindi trasformare miliardi di byte digitalizzati in inutili reperti di archeologia digitale. In altre parole, la minaccia – in prospettiva futura – di un drammatico fallimento del progetto.

Riguardo questo delicatissimo aspetto, la Biblioteca Vaticana, per così dire, ha mirato in “alto”, optando – prima istituzione culturale al mondo a fare tale scelta – per il “formato astronomico” FITS. Il telescopio spaziale Hubble, lanciato nel 1990, e che negli ultimi decenni ha rivoluzionato le conoscenze astronomiche, trasmette i suoi dati in formato FITS. Utilizzano questo formato grandi osservatori astronomici terrestri ed oltre ovviamente alla NASA, è stato anche adottato dalle missioni ESA. FITS ovvero Flexible Image Transport System, è un formato  sviluppato alla fine degli anni ’70 del secolo scorso e mantenuto dall’International Astronomical Union (IAU), non proprietario, aperto e progettato per trasmettere, manipolare, archiviare e manipolare immagini scientifiche e i dati associati. Con una caratteristica fondamentale, che è poi il suo motto: “once FITS, forever FITS”, vale a dire progettato – in quanto supporto per dati scientifici basilari – per essere leggibile senza limiti di tempo.

Passando, invece, all’altro  caposaldo strategico, ossia l’accesso alle raccolte digitalizzate attraverso la biblioteca on line, la Vaticana – in questo caso – ha scelto “l’open”, vale a dire interoperabilità e massima apertura. E per realizzare al meglio questi principi ha adottato le tecnologie API IIIF (International Image Interoperability Framework). L’API IIIF in quanto interfaccia di programmazione consente con un metodo standardizzato di descrivere e fornire le immagini attraverso il web, permettendo altresì l’interoperabilità tra programmi di digitalizzazione diversi con evidente vantaggio per gli utenti finali che possono – indipendentemente dalle applicazione d’origine – accedere alle collezioni digitali.

In conclusione, il progetto in corso della Biblioteca Vaticana mostra che con un approccio equilibrato (la digitalizzazione come mezzo e non come fine), con obiettivi chiari (la salvaguardia del patrimonio più fragile e prezioso) e con scelte tecnologicamente oculate (il formato FITS), è possibile impostare programmi di digitalizzazione razionali, non autoreferenziali, e soprattutto proiettati verso il futuro.

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