Sentenza Google Books: vince il “fair use trasformativo”

Nel dicembre 2004, alla fiera del libro di Francoforte, Google annuncia di voler realizzare – mediante digitalizzazione massiva – una biblioteca digitale universale aperta a tutti: è l’atto di nascita di quello che poi sarebbe diventato il progetto “Google Books”. A più di dieci anni di distanza, dopo aver digitalizzato più 25 milioni volumi provenienti dalle biblioteche di mezzo mondo, e soprattutto dopo aver affrontato tutta una serie di controversie legali intentate da autori ed editori riguardo presunte e ripetute violazioni  del copyright, la seconda Corte D’Appello di New York – lo scorso 16 ottobre –  ha definitivamente stabilito che il progetto di mass digitization di Google è legale.

Al centro di questa importante decisione c’è il giudice Pierre Leval e la sua interpretazione “trasformativa” del “fair use”.  Nella legislazione statunitense, al contrario di quello che accade in molti altri paesi (compreso l’Italia) dove sono previste precise e circostanziate eccezioni di legge al diritto d’autore, può essere autorizzato un utilizzo gratuito di opere sotto copyright se questo utilizzo  rientra – a parere dei giudici – “nell’uso equo”. Inoltre, l’uso equo è considerato suscettibile di evolvere e cambiare nel tempo, ed anche “ri-adattarsi” rispetto a situazioni particolari.

Nella sentenza del tribunale, il giudice Leval ha scritto: “né la digitalizzazione non autorizzata di opere protette da copyright né la creazione  di funzionalità di ricerca né tanto meno la visualizzazione di frammenti di opere digitalizzate costituiscono violazione e rientrano nel fair use… Secondo Leval, la chiave per capire se una tipologia di ri-utilizzo di un lavoro originale sotto copyright può o meno rientrare nel fair use sta nel suo grado di trasformazione. Se si parla – ad esempio –  di un brano citato, non deve trattarsi di semplice ri-pubblicazione dell’originale ma ci deve essere una “trasformazione” attraverso un ri-utilizzo del brano che va considerato come una sorta di materia prima dalla quale estrarre nuove informazioni, nuove conoscenze, nuove intuizioni.

D’altronde, il concetto di “fair use trasformativo” –  applicato in alcune sentenze di corti federali in California – ha anticipato la sentenza Google nei punti in cui i giudici hanno affermato  che: “ un software che effettua ricerche di pagine web e di immagini applica un processo trasformativo riconducibile all’uso equo così come le miniature di immagini mostrate in rete per orientare la navigazione che non sono stessa cosa dell’immagini originali”. In sostanza, con queste sentenze favorevoli al “fair use”,  i giudici statunitensi hanno confermato un aspetto fondamentale, e cioè che in talune circostanze l’assoluto controllo degli autori sulle copie delle loro opere può limitare invece che espandere la pubblica conoscenza.

Nella sentenza del 16 ottobre, il giudice Leval non ha fatto che sancire di nuovo questi concetti ri-affermando che: “il diritto d’autore non è un diritto assoluto o divino che conferisce agli autori la proprietà assoluta delle loro creazioni, ma è un diritto concepito per stimolare l’attività e il progresso delle arti al fine di un arricchimento intellettuale dei cittadini”. Meno enfaticamente, ma con pratica soddisfazione, la portavoce di Google – Gina Scigliano – nell’apprendere la decisione dei giudici, ha commentato: “siamo lieti che la Corte abbia confermato che il progetto Google Books rientra nel fair use e che di conseguenza agisce come un catalogo a schede semplicemente funzionale all’era digitale”.

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