Biblioteche e nuove tecnologie: scenari dal recente convegno Stelline 2014

Il tradizionale convegno delle Stelline – quest’anno dal titolo “la biblioteca connessa, come cambiano le strategie di servizio al tempo dei social network” – ha di fatto riproposto la questione – ormai da tempo ripetutamente dibattuta – dell’intrigato rapporto tra biblioteche e nuove tecnologie. Questa volta al centro del dirimere: l’impatto sulle biblioteche delle ultime due “rivoluzioni”, quella del web 2.0 nelle sue varie e più recenti declinazioni e quella dei dispositivi mobili.

Il tutto, con occhio fisso su due processi: la “trasformazione dell’informazione” e la “socializzazione virtuale”. Nel primo caso si parla di “ecosistema informativo” e di “evoluzione digitale della specie”, nel senso di una mutazione “tecno-antropologica” che si manifesterebbe “nell’abitare” piuttosto che nel consultare i media. Nel secondo, invece, la pervasività dei social network è vista come l’unica e vera chance da cui ripartire per restituire un futuro alle biblioteche, futuro da costruire – secondo il pluri-citato bibliotecario “social” David Lankes – attraverso scambi e “conversazioni” non solo tra biblioteche e rispettive comunità di riferimento ma anche nell’ambito della comunità pluri-estesa del web.

Dati questi scenari possibili innescati dai processi in corso, per le biblioteche – secondo Riccardo Ridi dell’Università Ca’Foscari di Venezia – non tutto è oro quel che luccica. C’è, infatti, il rischio di una perdita di identità al tempo del web 2.0. Il pericolo – insito nelle “sirene” della “biblioteca come conversazione” – di annegare pian piano nel mare dell’indistinzione e marginalizzazione. La Biblioteca 2.0 sembra rincorrere metamorfosi dagli esiti quantomeno incerti: a cominciare dallo spostare il focus dall’intermediazione documentaria alla socializzazione.

Cambiamento di prospettiva per di più minato da una fallacia logica sottostante: siccome la società – in questa fase storica di crisi – richiede certi servizi per far fronte ai disagi sociali, e visto che le biblioteche sono istituzioni pubbliche al servizio della società, le biblioteche dovrebbero fornire anche e soprattutto questi servizi. Ma, le biblioteche non sono affatto le uniche istituzioni sociali esistenti, e non possono sostituirsi ad altre istituzioni più attrezzate e specializzate per questo scopo. Inoltre, ammesso che in questa difficile congiuntura le biblioteche riescano ad aprirsi a questi servizi sociali “aggiuntivi”, c’è comunque da ritenere che la Biblioteca 2.0 finirebbe – con tutta probabilità – per trasformarsi in una biblioteca più povera, in grado casomai di fornire ai propri utenti un “superfluo” non aggiunta ma al posto dell’indispensabile.

Di diverso parere il “social media manager” del Sistema Bibliotecario Vimercatese, Debora Mapelli, secondo la quale – da sempre – la “vocazione” della biblioteca è il sociale, e dunque la nuova leva tecnologica per favorire la socializzazione e aggregazione – i social network – appare come un percorso logico nel cammino evolutivo delle biblioteche. D’altronde, il nuovo mondo digitale non aspetta e reclama il suo spazio. Come lo reclamano gli utenti che da fruitori passivi delle raccolte bibliotecarie si stanno sempre di più trasformando in attivi produttori dei nuovi contenuti. Spetterà poi ai bibliotecari – chiamati anch’essi ad un cambio di paradigma – analizzare non solo le esigenze dei propri utenti ma anche agire per conto della biblioteca attraverso le comunità virtuali alla ricerca di collaborazioni e di alleanze.

Insomma, al di là dei dubbi e distingui vari, il nuovo ecosistema digitale dell’informazioni è un dato di fatto, da cui le biblioteche dovrebbero ripartire. Si tratta a questo punto di vincere la sfida della rivoluzione in corso trasformando gli ostacoli in opportunità. Ma, tra gli ostacoli, uno appare particolarmente ingombrante: la disintermediazione, capace da sola di mettere fuori gioco le velleità evolutive delle biblioteche. Scavalcate facilmente da Internet – soprattutto nel caso delle biblioteche accademiche – come si fa a riconquistare il “centro della scena” si chiede Maria Cassella dell’Università degli studi di Torino?

La strada per non soccombere non può che essere una strategia basata su un mix di strumenti web 2.0: wiki, social reference tools, social network, microblogging, media sharing ecc. Contando sulla maturazione di queste tecnologie, la biblioteca, aprendosi al sociale e al territorio, può diventare centro di produzione di nuova conoscenza offrendo ad esempio nuovi servizi di rete. Ma soprattutto, in ambito accademico, come sottolinea anche Anna Tammaro, la biblioteca può diventare supporto indispensabile alla ricerca e presentarsi ai docenti come agenzia competente sia a gestire l’intero ciclo delle pubblicazioni accademiche che a valutare le risorse digitali, utilizzando in sede di valutazione nuove metriche tipo “Altmetrics” e informazioni estraibili dai social network.

Un’altra strada per riuscire ad abitare “consapevolmente” l’ecosistema digitale e crescere con esso, le biblioteche possono trovarla – secondo Laura Testoni dell’Università degli studi di Genova – in una “information literacy” ripensata rispetto al web 2.0. Le abilità e competenze – messe a punto in tutti questi anni – per la soluzione di problemi attraverso l’informazione, devono misurarsi con una nuova complessità. Il campo d’azione ora è completamente diverso: non più solo informazioni che si “recuperano”, “conservano” e “utilizzano”, ma flussi continui, ubiqui che attraversano e permeano qualunque attività pubblica e privata. In questo contesto, non è più tanto un problema di “information overload” quanto quello di una “media education” per il 21 secolo. Fuori dal dilemma se Internet può renderci più stupidi o più intelligenti, i risultati dipendono da noi: dalla capacità di mettere all’opera le migliori “literacy” per “fare rete”. In una situazione rinnovata che tende al modello della “stanza intelligente” formulata da Weinberger, il rapporto tra biblioteche e nuove tecnologie può dare saldo positivo.

Insomma, si guarda al futuro con le migliori intenzioni. Tuttavia, il discorso variamente articolato su come le biblioteche possano gestire – evolvendosi – l’ irruzione delle nuove tecnologie digitali, potrebbe, considerato da una diversa prospettiva, poggiare su basi d’argilla. Come, infatti, spiega Gino Roncaglia dell’Università della Tuscia, il Web 2.0 a tutt’oggi non è un punto d’arrivo, ma una rivoluzione ancora in corso con tutto quello che ne consegue. Ad esempio, il fatto che l’ecosistema digitale come lo conosciamo oggi si presenta non strutturato, frammentato, debole e proprio per questo è tendenzialmente percepito come “processo di scambio” e come “conversazione”.

Manca ancora al Web una base solida su cui costruire nuovi e stabili modelli informativi. Secondo Roncaglia è necessario riconquistare una complessità che non può essere di tipo orizzontale già debordante e liquida fatta di un brulicare di post, tweet, social network ecc., ma deve essere verticale in quanto finalizzata alla realizzazione di un Web più strutturato. E un nuovo modo di organizzare e utilizzare la rete potrebbe venire proprio dal mondo bibliotecario. Un esempio tra tanti può essere quello di Twitter che biblioteche e bibliotecari già usano da tempo, ma nella maggior parte dei casi esclusivamente come strumento di “conversazione”, e invece – attraverso una strutturazione magari basata su fonti valide e autorevoli in determinati campi di interesse – potrebbe trasformarsi in una risorsa informativa dalle grandi potenzialità.

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