L’importante è realisticamente stupire. Storia di un mass media del XIX secolo: il Panorama.

Panorama_culturadNel 1792, il pittore scozzese Robert Barker, inventò un nuovo intrattenimento popolare: il “panorama”. Il termine appare, infatti,  per la prima volta,  in un annuncio pubblicato dallo stesso Baker sul Times di Londra di quell’anno per pubblicizzare  un nuovo tipo di spettacolo: la veduta panoramica della città, eseguita in maniera tanto precisa e dettagliata che gli spettatori avrebbero potuto individuare la strada se non addirittura l’edificio in cui abitavano.

È un’idea nuova che per il suo realismo e coinvolgimento s’impone subito – a partire dal XIX secolo –  come una tra le forme di intrattenimento emergenti nelle grandi città europee e americane. La spinta al cambiamento economico e sociale che investe le città è frutto dell’industrializzazione, della conseguente urbanizzazione, del trionfo della tecnica e della propensione dei nuovi ceti benestanti al consumo. Tutti fattori che incoraggiano nuove forme di spettacolarità  popolare basate sulla rappresentazione visiva.

E in queste nuove città-spettacolo sempre più popolose, giganteggiano – è il caso di dirlo – i “panorami”: enormi dipinti realistici  allestiti sia in ambienti circolari con vedute a 360° capaci di circondare lo spettatore sia  su mega tavole orizzontalmente panoramiche, ma di dimensioni eccezionali a volte anche superiori ai  6 mila m2.

La risposta del pubblico è entusiasta, il successo dei “panorami” è enorme. Stephan Oettermann – studioso tedesco di letteratura e cultura dell’intrattenimento – che ha dedicato negli anni ’70 del secolo scorso l’unica ricerca esistente su questa antica forma di spettacolo:  The panorama: history of a mass medium, stima che nel corso del XIX secolo furono esposti nelle città europee e americane almeno 400 “panorami” che furono in grado di attirare complessivamente l’incredibile numero di circa 100 milioni di visitatori.

Inizialmente,  i “panorami” sono produzioni artigianali, frutto di un paziente lavoro che poteva durare anche moltissimo tempo. Ma, alla luce del trionfo popolare e relativa opportunità di grandi profitti, ovviamente, cambia tutto. Nasce una vera e propria industria. La veloce commercializzazione dei “panorami” porta a una  fabbricazione razionalizzata e organizzata: nascono nelle grandi metropoli – come Londra e Parigi –  delle “catene di montaggio” che consentono di sfornare grandi “panorami” nel giro di pochi mesi.

Nella scia di questo nuovo “business”, viene a costituirsi a Milano la “Società anonima italiana del panorama” con l’intento di avviare anche nella capitale lombarda la nuova industria d’intrattenimento. Mentre questa accade, si afferma, a livello internazionale, un nuovo grande modello-contenitore-catalizzatore d’intrattenimento popolare: l’Esposizione Universale. Vale a dire, grandi manifestazioni internazionali – un po’ fiere commerciali un po’ mostre tecnico-scientifiche-culturali – che cominciano a tenersi nelle più importanti capitali del mondo, e che rispondono a una doppia esigenza nazionalistica: esaltare le produzioni nazionali e glorificare il paese organizzatore in quanto potenza di rango elevato.

Per l’Italia, l’occasione è l’Esposizione Universale che si terrà a Torino nel 1884. E la “Società anonima italiana del panorama” non perde tempo, e propone come attrazione un “panorama” che rappresenti e faccia rivivere l’emozione di  una battaglia storica per l’identità e l’orgoglio nazionale: la difesa dei garibaldini della Repubblica Romana dall’attacco dei francesi durante primavera del 1849. Il prescelto per realizzare l’opera è il pittore belga Leon Philippet,  considerato all’epoca  come uno dei maggiori artisti di “panorami”.

Il Philippet lavorerà alacremente. Prima a Roma, dove utilizzando un rapporto 1/10 e come punto di osservazione il belvedere di Villa Savorelli -luogo del Gianicolo dove risiedevano le truppe garibaldine nei giorni dell’assedio –  porta termine i lavori preparatori nell’estate del 1882. Poi a Milano, dove – sulla base del lavoro già fatto a Roma – esegue la definitiva pittura del panorama. Ovviamente, non da solo. Per sostenere il grande formato dell’opera – 1800 m2 per 120 di lunghezza – Philippet è affiancato da una decina di collaboratori. Il tutto viene completato  nell’estate del 1883.

Il “panorama” di Philippet avrà però vita breve. Appena terminato, sarà esposto in un edificio – appositamente costruito – al Foro Bonaparte di Milano, quindi trasferito a Torino per l’Esposizione Universale. In seguito, dopo un tour europeo che lo porterà a Vienna, Bruxelles e Londra, la grande tela concluderà i suoi giorni nella stiva della nave che  la trasportava Buenos Aires, verso un’esposizione oltremare che non si fece mai.  Però, curiosamente – sotto altra forma – sopravvivrà, e proprio grazie  a un’altra tecnica di rappresentazione – nata anch’essa nel XIX secolo – che proprio con il suo apparire aveva contribuito (e di molto) ad accelerare il tramonto e scomparsa dei “panorami”:  la fotografia.

Tuttavia, nonostante la breve durata della sua parabola e l’intrinseca fragilità del materiale costitutivo, il genere “panorama” – esemplificato attraverso le vicende della ricostruzione romana di Philippet  – può rappresentare, nell’ambito della storia dei mezzi di comunicazione/intrattenimento di massa, un precursore interessante.  Definibile anche quale esempio di  “archeotecnologia” e “archeovirtualità” rispetto allo sviluppo tecnologico digitale delle attuali forme d’intrattenimento popolare.

Visione di parentela per niente colta dal già citato  Stephan Oettermann, al quale va si il merito di aver per primo capito l’importanza del genere “panorama”, ma averlo però interpretato limitatamente come la manifestazione di una “singolarità” nell’ambito della storia dei mass media: una sorta di fenomeno irripetibile nato da un determinato contesto culturale metropolitano del XIX secolo.

Di tutt’altro avviso, invece,  altri studiosi che in seguito si sono occupati – per lo più  incidentalmente – del “format panorama”. Rintracciandovi una chiara linea temporale che lo congiungerebbe sia al passato sia al futuro delle forme di rappresentazione visuale. A cominciare dal Rinascimento, con l’esempio della realizzazione da parte di Baldassarre Peruzzi della “Sala delle prospettive” di Villa Farnesina a Roma, ma anche di altri tanti affreschi in palazzi, stanze, ville ecc., realizzati anche nei secoli XVII e XVIII. Tutte opere eseguite con lo scopo di trasportare lo stupido osservatore in un mondo artificiale. E finendo con le installazioni tecnologiche del XX e XXI secolo, rispetto le quali risulterebbe netta la comune caratteristica di “immersione”, cioè il fatto che sia il “panorama” sia le forme moderne di rappresentazione visuale mirano a rompere la distanza interna che separa l’osservatore dall’immagine osservata. Insomma, un’immersione davanti ai “panorami” che gli spettatori del tempo – secondo alcune testimonianze – sperimentavano con la sensazione “proprio come se si trovassero in piedi in mezzo a una terribile battaglia…

 L’unico che invece si è soffermato specificamente su il legame tra le forme di intrattenimento popolare del XIX secolo e videoculture (realtà virtuale, videogames ecc.) odierne, è Andrew Darley,  studioso nel campo della cultura visuale e autore del classico dei media e cultural studies “videoculture digitali”. Il quale sostiene che il rapporto (e relativa relazione di discendenza) si basi su una profonda caratterizzazione comune: la forza dell’illusione e della rappresentazione.

Secondo Darley, i principi estetici della cultura dell’intrattenimento, ieri come oggi, sono: spettacolarità e realismo. “Il genere “panorama” per il tipo di immagini create e per la natura del suo spettacolarismo, rispondeva soprattutto al principio estetico del realismo. Infatti, questo genere ebbe successo proprio per il suo straordinario realismo e verosimiglianza. Un tipo di estetica che rispondeva appunto al tentativo di riprodurre una replica verosimile della realtà più che indurre a una distrazione spettacolare”.

Insomma, conclude Darley, le modalità dell’attuale video cultura digitale condividono – per buona parte – lo stesso spazio culturale delle passate tecniche di intrattenimento popolare. In particolare, che si tratti di un film in 3D che di un “panorama” di una battaglia campale, la preoccupazione primaria delle rappresentazione è sempre la  stessaimpossessarsi e mantenere il controllo sullo sguardo dello spettatore, eccitarne, sollecitarne e stimolarne i sensi.

Epilogo

Nel 1967, nell’archivio del Vittoriano, vennero casualmente ritrovate delle vecchie lastre fotografiche. Dopo un esame, si scoprì che ritraevano un panorama del Gianicolo nel periodo della Repubblica Romana del 1849 con scene di una battaglia. Era la riproduzione fotografica dell’ormai dimenticato “panorama” di Leon Philippet. Dalle lastre furono stampate delle copie. Una fu donata all’Accademia Americana di Roma,  proprietaria di villa Savorelli (oggi villa Aurelia), sede del quartier generale garibaldino durante la battaglia. Un’altra copia fu, invece, collocata presso la Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma, dove è tuttora. Posta all’ingresso accoglie i visitatori. E se pur “piccola” rispetto al “panorama” originale (5 metri di lunghezza contro i 120 dell’opera di Philippet), se pur un po’ sfocata e un po’ confusa nell’immagine, è ancora in grado – in sintonia con lo scopo dei “panorami” –   di suscitare curiosità e meraviglia.

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Può essere il Social Reading il futuro del libro?

1221-The-e-book-e-reader-future-reading-1Il futuro del libro può essere il Social Reading? Oppure, si tratta di un’ipotesi affrettata e tecno-ottimista  che non tiene conto sia del particolare rapporto tra lettori e libro cartaceo sia (e soprattutto) dei tanti significati e scopi che prende su di sé l’esercizio della lettura?

Tuttavia, secondo uno dei suoi principali sostenitori  – Bob Stein fondatore dell’Institute for the Future of the Book – il fatto che sia il Social Reading a ipotecare il futuro del libro è dovuto a un radicamento antico di questa pratica: il bisogno “naturale” di una lettura condivisa, cioè di una pratica che ha trovato il suo senso e si è sviluppata in quanto compiuta insieme agli altri.

Insomma, per questo tipo d’interpretazione, la lettura sarebbe – dalle sue origini – un’esperienza sociale totalizzante. E questa sua caratteristica troverebbe oggi un potente moltiplicatore nella rivoluzione digitale in atto: un mutamento epocale che comporterebbe – secondo la neuro-scienziata cognitivista Maryanne Wolf – un effetto dirompente proprio sulla lettura e su i modi di apprendimento con una riorganizzazione (soprattutto nei nativi digitali) delle strutture e circuiti neuronali rispetto alla precedente configurazione originatasi – sempre secondo la Wolf –  a partire da 6 mila anni fa, cioè a seguito dell’invenzione della lettura.

Per i sostenitori del Social Reading l’attuale rivoluzione tecnologica ci permetterebbe di riconnetterci con un nostro bisogno profondo: la lettura sociale. E finalmente per quest’antica pratica sarebbe arrivato – sostiene Bob Stein – il momento della rivincita, vale a dire il momento di riprendersi il posto che gli spetta al centro della narrazione e trasmissione della cultura umana. Posto, per qualche secolo occupato “abusivamente” da un altro tipo di lettura, quella  solitaria – “da soli con se stessi” – figlia a sua volta di un’altra rivoluzione tecnologica ormai tramontata: la guntenberghiana del libro a stampa.

Ma, le cose stanno proprio così? E’ davvero possibile già assegnare – come sostiene Stein – il futuro del libro e della lettura al Social Reading? O invece il fatto che assistiamo all’evoluzione di nuove piattaforme ebook, al successo della lettura sociale on line (vedi siti come Goodreads, Librarything ecc.), al diffondersi di altre pratiche di lettura condivisa mediante i social media,  non debba più semplicemente essere letto come l’emersione di un trend nell’ambito del variegato e mutabile ecosistema digitale e non come la sostituzione definitiva  di un fenomeno (anche tecnologico) di lunghissima durata e concettualmente/culturalmente complesso come quello del libro a stampa e relative pratiche di lettura endofasica.

Il fatto è che prima di dare per scontato un certo tipo di  “futuro” del libro, ci sarebbero –a cominciare dalle pratiche di lettura –  alcuni importanti problemi da considerare. Intanto, una premessa fondamentale: i testi non possono essere intesi come entità fornite di vita propria,  autosufficienti, a prescindere dalle tecnologie tramite le quali si manifestano. Infatti, come sostengono Guglielmo Cavallo e Roger Chartier nella loro “Storia della lettura”: il testo non esiste di per sé, svincolato da ogni materialità…non vi è testo senza il supporto che lo offre alla lettura, senza la circostanza in cui esso viene letto. Di conseguenza:  la lettura va  considerata anche come modalità: fortemente condizionata dal tipo supporto mediante il quale la  si effettua.

E quando parliamo di Social Reading, di lettura digitale ecc., non possiamo che riferirci a delle modalità di fruizione digitale derivanti da una specifica tecnologica che ne è alla base: quella del computer, declinata poi attraverso innumerevoli dispositivi sia fissi che mobili. Ma tutti – a prescindere dai tipi di schermo, dai pixel, dai pollici ecc. – con una fondamentale caratteristica comune: progettati per consentire solo un certo tipo di lettura, veloce e multitasking.

Da questo, ne consegue che la transizione (in corso) dalle pratiche di lettura del mondo cartaceo alle pratiche di lettura del mondo digitale non può risolversi facilmente e automaticamente. Tutt’altro. Si tratta invece di un percorso tortuoso e difficile, dai risultati controversi e dagli esiti incerti. Come, d’altronde,  facilmente dimostra qualche  breve cenno ad alcuni tra studi e ricerche più interessanti su questi argomenti.

 A cominciare da quella effettuata tra il 2010-2013  tra studenti di diversi paesi che ha prodotto un risultato abbastanza sorprendente. La linguista americana Naomi S. Baron si è chiesta: gli studenti preferiscono leggere e studiare su dispositivi digitali o sulla carta? Dopo aver sottoposto la domanda  agli studenti di alcuni importanti paesi, ha ottenuto i seguenti risultati: il 75 % degli studenti USA e giapponesi preferiscono leggere su carta, mentre nel caso dei tedeschi la percentuale a favore del vecchio supporto arriva al 90%. Inoltre, sempre secondo i dati emersi, gli studenti sarebbero anche consapevoli del problema “distrazione” legato alla lettura su digitale. Infatti, il 90% dei soggetti interpellati ha dichiarato di essere suscettibile al multitasking durante la lettura su schermo, e al momento di indicare  quale piattaforma possa rendere  più facile la concentrazione durante la lettura, il 92% non ha avuto dubbi nel rispondere “l’hard copy”, cioè la copia cartacea.

La già citata Maryanne Wolf – in qualità di direttrice del Center for Reading and Languages Research – ha affrontato il tema dei cambiamenti apportati nell’attività di lettura chiedendosi,  nel caso delle letture digitali – quando le informazioni visive sono fornite apparentemente complete ma in maniera simultanea – se il lettore abbia tempo  e motivazioni sufficienti per elaborarle in modo analitico e  critico. Il timore – secondo la Wolf – sarebbe quello di effetti negativi sul processo definito come lettura profonda, ossia “ la varietà dei processi sofisticati che promuove la comprensione e che include il ragionamento inferenziale e deduttivo, le competenze analogiche, l’analisi critica, la riflessione, e l’intuizione”

Della questione della lettura digitale se ne è occupato anche l’OCSE attraverso il programma PISA (Program for International Student Assessment). Da un’indagine avviata nel 2011 sulle abilità degli studenti quindicenni di leggere, capire e utilizzare i testi in formato digitale è emerso come soltanto l’8% degli studenti  raggiungeva il massimo livello di prestazioni di lettura digitale, mentre in quasi tutti i paesi partecipanti all’indagine (16), un numero significativo di studenti mostrava competenze di lettura sotto i livelli minimi.

Riguardo poi, il confronto tra lettura tradizionale e lettura digitale rispetto alle strategie di lettura, Jakob Nielsen ha condotto degli studi su studenti basati sulle tecnologie d’analisi dei movimenti oculari (eye tracking), scoprendo come nessuno dei partecipanti leggesse in modo metodico, come avrebbe fatto con un testo stampato, e come la lettura su schermo sia di norma più superficiale. Mentre, altri studi hanno constatato che quando si legge su schermo si tende a una modalità come se si eseguisse una scansione del testo.

Sempre nell’ambito dei nuovi comportamenti e delle nuove pratiche di lettura, ma dal punto di vista dell’effetto multitasking. Assodato ormai che l’elemento discriminante è sempre di più non tanto la gestione dell’informazione quanto la gestione dell’attenzione, risorsa sempre più limitata e importante da amministrare. Molte ricerche suggeriscono come il continuo passaggio di attenzione da un medium all’altro – fenomeno definito come “attenzione parziale continua” – possa appesantire il carico cognitivo interferendo poi nella comprensione del testo.

Infine, è interessante rilevare come una delle ultime ricerche ancora di Jakob Nielsen sulla leggibilità dei testi, sposti il focus dal confronto cartaceo vs digitale, a uno tutto interno al mondo digitale contrapponendo pratiche di lettura al desktop con pratiche di lettura su smartphone. Ed è proprio quest’ultimo a uscirne meglio malgrado le ridotte dimensioni degli schermi. Anche in questo caso, il fattore di discrimine è “l’attenzione”. Dalla ricerca risulta che quando si tratta di testi d’argomenti non particolarmente complessi, la capacità di comprensione dei contenuti è migliore leggendo da smartphone. Il motivo – sempre secondo la ricerca – sarebbe il minor tasso di distrazione: nello smartphone vengono, infatti, a mancare  frequenza e intensità delle  finestre riquadri pop-up che invece nel caso del desktop catturano (disturbano) l’attenzione del lettore abbassandone la capacità di concentrazione.

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Social reading and eBooks

SocialReadingUn ricercatore dell’University school of art e design di Helsinki – Harri Heikkilain  un suo report dal titolo “Social reading and eBooks, avanza una tesi interessante: nell’ambito della tecnologia eBook – che ormai da tempo sta trasformando il concetto di libro –  c’è una cultura emergente, quella del “Social Reading”.

La lettura come fatto sociale di condivisione – secondo Heikkila – non è una vera e propria innovazione, ma piuttosto un ritorno di una cultura umana antica: un bisogno sempre presente nei gruppi sociali che però nel suo manifestarsi risulta legato ai prerequisiti tecnologici delle varie epoche. Difatti, dalla rivoluzione di Gutenberg in poi – con l’affermarsi del libro a stampa – sembrava scomparso. Ma, non era così. Il bisogno culturale di leggere con gli altri era stato – secondo Heikkila –  temporaneamente soffocato dall’imposizione – conseguenza della tecnologia della carta stampata – di un tipo diverso di lettura:  silenziosa, interiore,  compiuta  “soli con se stessi”.

Ora, con il cambio di paradigma dovuto all’avvento della cultura digitale – che privilegia immagini e stati da connettere / condividere rispetto alle   letture sequenziali dei testi stampati –  l’esperienza lettura di gruppo condivisa  può essere moltiplicata all’infinito dalle reti, dalle piattaforme e devices digitali. Può rappresentate – secondo questa ricerca – il vero futuro del libro inteso non più come semplice contenitore di testi ma come incrocio e sviluppo di narrazioni e conoscenza.

Nel tentativo di misurare l’emergere del “social reading” dal mondo eBook, Heikkla si è domandato quali possono essere attualmente le dimensioni sociali dell’e-reading e come  possono poi essere classificate le funzioni “social reading” rispetto alle principali piattaforme disponibili. Nel far questo, ha esaminato più di 30 tra le applicazioni e-reading a maggior contenuto social (tra cui Goodreads, Librarything, Scribd, BookLamp) utilizzando il metodo dell’analisi dei contenuti e relative funzioni sociali disponibili. Tra queste, ha posto il focus sull’atto di lettura personale (reading-category) poi sulle funzioni deputate all’organizzazione e archiviazione delle proprie letture (bookshelf-category) quelle concernenti le annotazioni (evidenziazioni, commenti ecc.) e prendendo infine in esame la categoria della valutazione con possibilità di “review”.

Ha poi suddiviso le funzioni sulla base del tipo e direzione della condivisione. A cominciare dalla classificazione “Book 1.0 actions” che riguarda azioni di lettura personali e loro condivisione bidirezionale con altri specifici lettori interessati a un dialogo a due, per arrivare poi alla “Book 2.0 acts” che rappresenta invece il momento della condivisione  di gruppo con interventi e commenti multidirezionali.

Per arrivare infine, a una griglia dettagliata in grado di misurare e “spiegare” le funzioni di “social reading”. Ad esempio, possiamo vedere che la funzione “leggere per se stessi” può poi dividersi in “condiviso quello che ho letto ora” e/o “seguire ciò che gli altri leggono ora”. Oppure che nella classificazione “Book 2.0”  funzione “Bookshelf-class” si articola invece in “condiviso il percorso delle letture o le intenzioni di lettura” e/o “vedo il percorso di lettura degli altri o soltanto le loro intenzioni di lettura”.

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La “non riforma” del diritto d’autore EU e il Trattato di Marrakesh

marrakesh_screenshotDopo i tanti “rumors” sui lavori della Commissione riguardo un nuovo diritto d’autore “più moderno ed europeo”, la montagna sembra aver partorito il solito topolino… Lo scorso 14 settembre è stato diffuso  il pacchetto di documenti approvati dalla Commissione UE, e le reazioni negative degli addetti ai lavori sono state immediate:  l’AIB si è immediatamente unita a IFLA, EBLIDA, Public Libraries 2020, Europeana e Liber Liber nell’esprimere “forte delusione e disappunto a seguito della lettura dei provvedimenti che dopo tanta attesa e tanto lavoro si sperava segnassero un momento significativo nel riequilibrio dei diritti in gioco: diritto d’autore e diritto all’informazione come bene comune”. Dal canto suo, il presidente dell’IFLA – Donna Scheeder – ha rincarato la dose, commentando che “le proposte odierne sulla riforma europea Copyright sono deludenti a dir poco. Sembra che i politici siano più interessati a uno o due settori particolari (vedi lobbies editori/autori)  che alla promozione del bene pubblico. Il Parlamento europeo e gli Stati membri dovrebbero dar prova di leadership cosa di cui la Commissione non è stata all’altezza, e dare alle biblioteche l’opportunità di cui hanno bisogno per aiutare i cittadini ad accedere alla conoscenza, lavorando in questo modo alla costruzione di un’Europa più creativa, innovativa e quindi più forte”.

L’unica buona notizia che sembra far  capolino dai documenti approvati, concerne il sospirato arrivo di nuove eccezioni tali da consentire – anche in ambito UE –  il  “text and data mining”,  ovvero la possibilità  per i ricercatori europei di utilizzare queste tecnologie d’analisi di grandi insiemi di dati (big data) by-passando la tenace opposizione degli editori e i tanti  off-limits dei database proprietari.  Per il resto, a prevalere è una generale delusione. C’è però un punto dove l’inadeguatezza del “topolino” – fondamentalmente riflesso dell’assenza di una forte e condivisa volontà politica per il bene comune –  è davvero macroscopica: è quello delle “dimenticanze” rispetto alle persone con disabilità, o meglio della più generale questione della ratifica del trattato di Marrakesh.

Il 28 giugno 2013 è stato sottoscritto a Marrakesh (Marocco) un trattato internazionale frutto di una proposta elaborata dall’Unione Mondiale Ciechi: la ratio è che il diritto d’autore debba subire forti deroghe per permettere anche ai non vedenti e/o ipovedenti di accedere alla conoscenza attraverso testi veicolati in Braille, formati audio, ebook e con caratteri stampati molto ingranditi. Firma accolta con soddisfazione non solo dall’Unione Mondiale Ciechi, ma anche dal WIPO (Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale) – che in un suo studio aveva già evidenziato come solo 57 Stati membri su 184  già prevedessero eccezioni al diritto d’autore a favore di persone con disabilità visive – e soprattutto  dalla organizzazione rappresentante i non vedenti europei (European Blind Union) la quale a sua volta stima che a fronte di circa 285 milioni di ciechi esistenti al mondo soltanto il 5% dei libri pubblicati sia attualmente disponibile in versione accessibile.

Il trattato – per la prima volta – impone un vero e proprio obbligo nell’introdurre, nelle legislazioni nazionali degli Stati aderenti,  eccezioni al diritto d’autore che permettano alle associazioni dei disabili di produrre, distribuire e rendere disponibili – in formati accessibili – copie per i beneficiari senza alcuna necessità di ottenere l’autorizzazione del titolare dei diritti. Il suo campo di applicazione è quello delle opere letterarie e artistiche in forma testuale (comprese le illustrazioni), pubblicate e disponibili su qualsiasi supporto, con esclusione delle opere audiovisive quali film e programmi televisivi. I paesi  sottoscrittori al 28 giugno 2013 sono  51, tuttavia per l’effettiva entrata in vigore è sufficiente la ratifica di almeno 20 paesi: quota che è raggiunta nel giugno scorso con l’approvazione definitiva da parte di India, El Salvador, Emirati Arabi Uniti, Mali, Uruguay, Paraguay, Singapore, Argentina, Messico, Mongolia, Corea del Sud, Australia, Brasile, Perù, Corea del Nord, Israele, Cile, Ecuador, Guatemala e Canada.  Scorrendo l’elenco, balza subito agli occhi l’assenza dei principali paesi occidentale, e in particolare  di quelli UE. Ragione per cui, diventa interessante riandare agli ambiziosi pronunciamenti della Commissione Europea in materia di diritto d’autore – nel senso di “…norme moderne sul diritto d’autore nell’UE per la promozione e la circolazione della cultura europea” – per valutarli alla luce dell’atteggiamento fin qui tenuto  da Bruxelles e da alcuni dei principali Stati membri (Italia compresa ) rispetto alla ratifica del Trattato di Marrakesh.

In realtà, l’Unione Europea ha sottoscritto il Trattato e nel periodo della presidenza greca ha ripetutamente invitato gli Stati membri a ratificarlo. Ma, si sono subito manifestate forti resistenze. Il contrasto principale è sorto intorno alla questione della competenza riguardo l’eccezioni sul copyright. Per l’Unione sarebbe propria ed esclusiva , mentre per diversi Stati membri – tra cui Germania, Francia, Finlandia – si tratterebbe solo di competenza concorrente. Della controversia è stata investita la Corte di giustizia dell’Unione cui la Commissione Europea ha richiesto il parere ai sensi dell’articolo 218, paragrafo 11 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, ponendo la seguente questione: “l’Unione Europea detiene la competenza esclusiva per concludere il trattato di Marrakech volto a facilitare l’accesso alle opere pubblicate per le persone non vedenti con disabilità visive o con altre difficoltà nella lettura di testi a stampa?” la Commissione – nel tentativo di trovare comunque una via d’uscita –  ha anche avanzato delle proposte di compromesso che da un lato riaffermano la sovranità dei singoli Stati membri dell’Unione  e dall’altro ribadiscono il principio della competenza giuridica dell’Unione stessa. Il tentativo di trovare un punto di equilibro, tuttavia, al momento sembra fallito, in quanto almeno sette paese – tra cui Germania e Italia – non sembrano d’accordo con questo tentativo di conciliazione.

Riguardo poi specificatamente la posizione italiana, la ratifica implicherebbe sicuramente una modifica in senso estensivo della legislazione nazionale rispetto alle tipologie di disabilità coperte dalle eccezioni.  Infatti, il regolamento attuativo – derivante dall’introduzione di un’eccezione con l’art. 71 bis sul diritto d’autore – al momento fa riferimento soltanto alla categoria dei “disabili sensoriali” (vale a dire con difficoltà a vista e udito la cui situazione sia accertata ai sensi della legge 104), mentre il Trattato di Marrakesh estende le eccezioni anche a soggetti con disabilità percettive e/o fisiche tali di compromettere l’accesso a testi stampati e/o digitalizzati.

Nel maggio 2015,  l’Unione Italiana Ciechi ha sollecitato il governo italiano a procedere alla ratifica del Trattato di Marrakesh. Invito a cui è seguita un’interrogazione parlamentare presentata al Senato. Tuttavia, la risposta data dal governo lascia presagire  una situazione di stallo che allontana le promesse di un “diritto d’autore più democratico e inclusivo” e nello specifico a tutto svantaggio di un paritario accesso alla conoscenza da  parte dei soggetti deboli:  “ritenendo che la materia di cui al trattato di Marrakech non sia di esclusiva pertinenza della UE, come la Commissione propone ma, in senso opposto, che tale competenza sia concorrente. Le asserite riluttanze del nostro Paese, in concorso con altri, a dare attuazione al trattato in esame e a ritardarne la ratifica, non corrispondono a realtà, essendo proprio l’Italia uno dei pochi Paesi che, proprio dall’asserire la competenza concorrente con la UE nella materia vorrebbe, con tale mezzo, offrire non solo tutela specifica in tutto il continente europeo alle categorie interessate, ma anche un servizio efficiente per il tramite di una normativa omogenea”.

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New Challenges for Public Libraries

image001Il futuro delle biblioteche pubbliche mai è parso così incerto. Secondo alcuni: la rivoluzione del Web, i continui e veloci cambiamenti delle tecnologie dell’informazione e la “dematerializzazione” del libro, sembrano non concedere scampo a istituzioni considerate ormai “intrinsecamente” vecchie e quindi non più giustificabili economicamente.

Ma, è proprio così? Oppure si tratta – come affermano i sostenitori delle biblioteche – di “riposizionare” la grande tradizione dei servizi bibliotecari aggiornandone ruolo e funzioni alla luce sia dell’espansione dei nuovi servizi digitali che dei nuovi bisogni sociali espressi dalle comunità di riferimento. Insomma, come sostiene John Palfrey nel suo bel libro “BiblioTech”, in realtà:  “le biblioteche sono importanti più che mai nell’era di Google”.

Il prossimo Venerdì 23 settembre – presso il Centro Culturale Pertini di Cinisello Balsamo –  verrà presentato un progetto innovativo per le biblioteche pubbliche che potrebbe contribuire  a “riposizionare” la grande tradizione dei servizi bibliotecari  aggiornandone ruolo e funzioni alla luce sia dell’espansione delle nuove tecnologie digitali che dei nuovi bisogni sociali espressi dalle comunità di riferimento.

Si tratta del progetto europeo “New Challenges for Public Libraries” coordinato da CSBNO (uno dei principali network italiani di biblioteche) in partnership con l’Università degli studi Milano-Bicocca , Regione Lombardia e importanti enti europei.

L’aspetto  interessante è il tentativo di ribaltamento del modello tradizionale di biblioteca fisica con la sua trasformazione da semplice “repository di libri” in  “human centred innovation”. Vale a dire, la nuova biblioteca pubblica dovrebbe assumere la funzione di “hub” e di “piattaforma distributiva” sia per l’erogazione di servizi d’inclusione sociale che  per fornire spazi di co-working, ma soprattutto dovrebbe essere in grado di  distribuire in rete servizi sempre più innovativi centrati sul cittadino.

 Per la ri-progettazione del modello bibliotecario “New Challenges for Public Libraries” si affida al “Design Thinking for Libraries”, uno strumento  manageriale di gestione aziendale, particolarmente adatto a trattare problemi complessi. Lo scopo fondamentale del “Design Thinking” applicato alle biblioteche e quello di aiutarle a connettersi con i loro utenti e le loro comunità in maniera più incisiva attraverso lo sviluppo di soluzioni innovative, ma nello stesso tempo sostenibili ed efficaci.

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