Nasce la Digital Library Italiana? Forse, chissà…

Digital_LibraryLo scorso 10 marzo è apparso un articolo sulla Stampa che – con toni trionfalistici – dava notizia della nascita della “Digital Library Italiana”: una piattaforma digitale unica dalla quale accedere on line ai contenuti digitalizzati di 101 archivi e 46 biblioteche statali.

In realtà, la notizia prende le mosse da un annuncio del ministro Franceschini riguardante la firma di un decreto del Mibact del 22 febbraio 2017 nel quale si stabilisce la nascita di un “servizio per la digitalizzazione del patrimonio culturale denominato “Digital Library”.

Sono anni – quasi decenni – che a intermittenza si torna a parlare di una “Digital Library Italiana”. Il primo atto concreto data 1999 – un lasso di tempo che se commisurato alla velocità della rivoluzione digitale corrisponde quasi alla distanza che ci separa dal neolitico – quando viene commissionato dal ministero uno studio di fattibilità per la realizzazione di un progetto denominato Biblioteca Digitale Italiana (BDI).

Nel 2001 il progetto prende ufficialmente il via, individuando nella cooperazione tra biblioteche, archivi e musei il fattore indispensabile per avviare una Biblioteca Digitale anche in Italia. Nello stesso tempo, ci si comincia a interrogare sull’identità e funzioni che dovrà avere il progetto.

Tuttavia, volendo realizzare l’impresa in un arco di tempo limitato e soprattutto a costi contenuti – su impulso del neonato Comitato Guida per la BDI – si decide di partire con la digitalizzazione in formato immagine dei cataloghi storici posseduti dalle biblioteche statali. Difatti, a tal proposito, lo studio di fattibilità osservava: “la soluzione appare alquanto intelligente e produttiva…., oltre che economica e facilmente praticabile.”

Qualche anno dopo, il progetto vira decisamente verso un Portale Internet in grado di  dare visibilità e interazione a una BDI in coda alla quale si è aggiunta intanto la sigla NTC, con l’intento di inglobare nel progetto Biblioteca Digitale anche  un  Network Turistico Culturale per la valorizzazione del “brand” Italia. Tutto questo, mentre sul fronte della digitalizzazione si procede con un programma eterogeneo, settoriale, nel quale è molto difficile rintracciare una visione d’insieme, un progetto culturale  definito.

Infatti, dopo i “cataloghi storici”, il Comitato guida BDI decide di finanziare i seguenti progetti: la digitalizzazione dei documenti musicali manoscritti e a stampa che contengono musica notata, con la possibilità di navigare dal record bibliografico verso l’immagine digitalizzata; la scansione di riviste storiche preunitarie; una bibliografia per argomenti di opere edite dal XV alla metà del XVIII secolo; la Biblioteca Galileiana e la Raccolta di opuscoli scientifici e filologici curata da Angelo Calogerà nel Settecento; la collana degli Scrittori d’Italia fondata da Benedetto Croce e pubblicata dall’editore Laterza; i manoscritti conservati nei plutei della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze e le collezioni cartografiche della Biblioteca nazionale Marciana di Venezia (GeoWeb) e della Società geografica italiana.

Questa variegata campagna di digitalizzazione si conclude intorno al 2009, ma già qualche anno prima la Biblioteca Digitale Italiana (BDI) si era – in pratica – dissolta nel portale diventato nel frattempo “Internet Culturale, vale a dire  punto comune di accesso on line per le risorse digitali, i cataloghi di biblioteche, archivi e istituzioni culturali italiane e altro. Viene, infatti, dotato di un motore di ricerca per svariate risorse catalografiche on line (SBN, Manus, Edit 16 ecc), consente l’accesso a diversi repository digitali e offre anche una serie sparsa di risorse multimediali: ipertesti, mostre virtuali, minisiti, 3D, dedicati a luoghi di interesse culturale, figure illustri, itinerari turistico-culturali…

Oggi, dopo 18 anni dallo studio di fattibilità per una Biblioteca Digitale Italiana, il Mibact rilancia di nuovo, annunciando – con un anglicismo di cui non si sentiva il bisogno – non una nuova Biblioteca Digitale, ma una – più enfatica –  “Digital Library” Italiana. Ma allora come oggi, i problemi di fondo sembrano sempre gli stessi: un piano nazionale di digitalizzazione, un coordinamento tra i programmi già in essere. E poiché nel frattempo il patrimonio culturale ha assunto sempre di più una valenza economica e commerciale, il ministro ha aggiunto che compito della Digital Library sarà anche che “ un tale patrimonio non diventi oggetto di trattativa di ogni singolo istituto con i giganti della Rete, con le grandi fondazioni, con cui possono avere dei rapporti di collaborazione, ma trattando da una posizione paritaria”.

Preoccupazione legittima, anche se il Mibact vanta già un precedente con il massimo gigante della Rete (Google) per un progetto Catalogazione e creazione metadati a supporto del Progetto Google finalizzato alla catalogazione delle collezioni di materiale antico e di pregio del Servizio Bibliotecario nazionale (SBN), attraverso la digitalizzazione massiva di opere di pubblico dominio (circa 1 milione di volumi) allo scopo di consentire al maggior numero di utenti l’accesso in linea alla produzione libraria delle biblioteche italiane”. Con funzioni d’indirizzo e monitoraggio affidate a un Comitato tecnico di cui fanno parte rappresentanti della Direzione Generale per le Biblioteche, mentre la responsabilità dell’attuazione del progetto viene assegnata alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Insomma, sia per quel che riguarda un modello procedurale mirato alla digitalizzazione e valorizzazione del patrimonio librario mediante accordi con big company di Internet sia soprattutto rispetto all’individuazione delle giuste competenze – in ambito bibliotecario –  interne al Mibact in grado di implementare una Digital Library in modo logico e coordinato, sembrerebbe che l’accordo con Google avrebbe potuto consentire – almeno per questi 2 aspetti – la ri-partenza non da zero come invece sembra fare il decreto che istituisce il nuovo “Servizio Digital Library per la digitalizzazione del patrimonio culturale”.

Intanto, nell’affidare il nuovo servizio,  il Mibact ha scelto l’Istituto Centrale per Catalogo e la Documentazione (ICCD), nato e sviluppatosi – dal punto di vista delle competenze – per la catalogazione del patrimonio culturale storico-artistico con esclusione proprio di archivi e biblioteche. Mentre, c’è un altro istituto ministeriale – l’ICCU (Istituto Centrale per il Catalogo Unico delle Biblioteche Italiane e per le Informazioni Bibliografiche) – specializzato proprio nel patrimonio librario e soprattutto responsabile dell’SBN (Servizio Bibliotecario Nazionale) –  un successo riconosciuto anche all’estero – già per altro coinvolto nel progetto Google – e che vanta  quasi 6 mila biblioteche collegate nella Rete nazionale,  13 milioni di descrizioni bibliografiche, un catalogo on line con circa 6 milioni di accessi mensili che consente tra l’altro di visualizzare 800 mila testi già digitalizzati. Un Istituto cui fanno capo competenze importanti per l’implementazione di una “Digital Library”, ma che stranamente nel decreto è stato completamente ignorato.

Infine, la sostenibilità economica del progetto. Allo stato delle notizie disponibili, questo punto – fondamentale – appare abbastanza oscuro. Le notizie di stampa che riportano le dichiarazioni del ministro, parlano di un finanziamento – di partenza (?) – di 2 milioni di euro. Ma, scorrendo il decreto Mibact del 22 febbraio 2017 di questa cifra non c’è traccia. Al contrario, nel testo è specificato: il decreto non comporta nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, poiché, come previsto dal comma 2 dell’articolo 1, l’ICCD svolgerà le attività indicate in materia di digitalizzazione del patrimonio culturale nell’ambito della risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente”.

Da qui, un ulteriore dubbio: la cifra in questione sarà reperita – spostandola da un’attività all’altra – all’interno del bilancio del Mibact? Al momento, un chiarimento su questo punto cruciale – pre-condizione ineludibile per tutto il resto – risulta non  disponibile.

Pubblicato in biblioteca digitale, biblioteche italiane, digitalizzazione, futuro del libro, Google Books, patrimonio culturale digitalizzato, SBN (Servizio Bibliotecario Nazionale), tecnologie digitali | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Digitalizzare? L’esempio della Biblioteca Vaticana

Salone-Sistino-della-Biblioteca-Apostolica-Vaticana--620x388Il dibattito digitalizzazione si, digitalizzazione no, digitalizzazione forse…, è sempre vivo. I pro e i contro non smettono di darsi battaglia.  Con in più, il fatto che le opinioni contrapposte sono spesso radicalizzate, trasformando una questione centrale per il futuro della conoscenza in uno scontro quasi ideologico, quindi inutile.

Uno dei possibili antidoti a tale situazione può essere trovato esaminando – brevemente – quello che una delle  biblioteche più importanti e prestigiose  del mondo sta tentando di fare nel campo della digitalizzazione: la Biblioteca Vaticana.

Nata nel 1451 per volere di Papa Niccolò V, la Vaticana possiede un enorme patrimonio culturale: dal circa il milione e mezzo di volumi a stampa fino a una delle raccolte di testi antichi e libri rari fra le più importanti al mondo che comprende circa 82 mila manoscritti e tra questi il famoso Codex Vaticanus, il più antico manoscritto completo della Bibbia che si conosca. Questo codice trascritto nel IV secolo in greco su pergamena è stato (come tanti altri) integralmente digitalizzato ed è liberamente consultabile on line attraverso il portale Digital Vatican Library.

Il Codex Vaticanus in formato digitale esemplifica bene i due capisaldi strategici del progetto di digitalizzazione della Vaticana: conservazione a lungo termine delle immagini ad alta risoluzione e accesso universale mediante la biblioteca digitale on line. Fissati questi principi, sono poi i 4 criteri gerarchici stabiliti dal progetto a spiegare la scelta dei documenti dai quali partire per il processo di conversione al digitale:  1) delicatezza, fragilità e pericolo di scomparsa 2) importanza e rarità 3) manoscritti scelti per progetti 4) richieste degli studiosi. Insomma, per la Vaticana la chance del digitale spetta anzitutto alla parte più preziosa e deteriorabile del suo patrimonio: con l’intenzione di favorirne  l’accesso e soprattutto di offrire agli originali maggiori speranze di conservazione.

Nello stesso tempo, ci si preoccupa di impostare una conservazione a lungo termine anche delle copie digitali ad alta risoluzione. Vero punto critico per ogni progetto di digitalizzazione. Si tratta, infatti, di trovare soluzioni efficaci e sostenibili nei tempi lunghi tali da sconfiggere o mitigare il più possibile lo spauracchio dell’obsolescenza. Il rischio è quello – da qui a qualche generazione – di non riuscire più a leggere i formati di archiviazione digitale precedentemente adottati e quindi trasformare miliardi di byte digitalizzati in inutili reperti di archeologia digitale. In altre parole, la minaccia – in prospettiva futura – di un drammatico fallimento del progetto.

Riguardo questo delicatissimo aspetto, la Biblioteca Vaticana, per così dire, ha mirato in “alto”, optando – prima istituzione culturale al mondo a fare tale scelta – per il “formato astronomico” FITS. Il telescopio spaziale Hubble, lanciato nel 1990, e che negli ultimi decenni ha rivoluzionato le conoscenze astronomiche, trasmette i suoi dati in formato FITS. Utilizzano questo formato grandi osservatori astronomici terrestri ed oltre ovviamente alla NASA, è stato anche adottato dalle missioni ESA. FITS ovvero Flexible Image Transport System, è un formato  sviluppato alla fine degli anni ’70 del secolo scorso e mantenuto dall’International Astronomical Union (IAU), non proprietario, aperto e progettato per trasmettere, manipolare, archiviare e manipolare immagini scientifiche e i dati associati. Con una caratteristica fondamentale, che è poi il suo motto: “once FITS, forever FITS”, vale a dire progettato – in quanto supporto per dati scientifici basilari – per essere leggibile senza limiti di tempo.

Passando, invece, all’altro  caposaldo strategico, ossia l’accesso alle raccolte digitalizzate attraverso la biblioteca on line, la Vaticana – in questo caso – ha scelto “l’open”, vale a dire interoperabilità e massima apertura. E per realizzare al meglio questi principi ha adottato le tecnologie API IIIF (International Image Interoperability Framework). L’API IIIF in quanto interfaccia di programmazione consente con un metodo standardizzato di descrivere e fornire le immagini attraverso il web, permettendo altresì l’interoperabilità tra programmi di digitalizzazione diversi con evidente vantaggio per gli utenti finali che possono – indipendentemente dalle applicazione d’origine – accedere alle collezioni digitali.

In conclusione, il progetto in corso della Biblioteca Vaticana mostra che con un approccio equilibrato (la digitalizzazione come mezzo e non come fine), con obiettivi chiari (la salvaguardia del patrimonio più fragile e prezioso) e con scelte tecnologicamente oculate (il formato FITS), è possibile impostare programmi di digitalizzazione razionali, non autoreferenziali, e soprattutto proiettati verso il futuro.

Pubblicato in biblioteca digitale, digitalizzazione, futuro del libro, patrimonio culturale digitalizzato, preservazione digitale, tecnologie digitali | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

L’importante è realisticamente stupire. Storia di un mass media del XIX secolo: il Panorama.

Panorama_culturadNel 1792, il pittore scozzese Robert Barker, inventò un nuovo intrattenimento popolare: il “panorama”. Il termine appare, infatti,  per la prima volta,  in un annuncio pubblicato dallo stesso Baker sul Times di Londra di quell’anno per pubblicizzare  un nuovo tipo di spettacolo: la veduta panoramica della città, eseguita in maniera tanto precisa e dettagliata che gli spettatori avrebbero potuto individuare la strada se non addirittura l’edificio in cui abitavano.

È un’idea nuova che per il suo realismo e coinvolgimento s’impone subito – a partire dal XIX secolo –  come una tra le forme di intrattenimento emergenti nelle grandi città europee e americane. La spinta al cambiamento economico e sociale che investe le città è frutto dell’industrializzazione, della conseguente urbanizzazione, del trionfo della tecnica e della propensione dei nuovi ceti benestanti al consumo. Tutti fattori che incoraggiano nuove forme di spettacolarità  popolare basate sulla rappresentazione visiva.

E in queste nuove città-spettacolo sempre più popolose, giganteggiano – è il caso di dirlo – i “panorami”: enormi dipinti realistici  allestiti sia in ambienti circolari con vedute a 360° capaci di circondare lo spettatore sia  su mega tavole orizzontalmente panoramiche, ma di dimensioni eccezionali a volte anche superiori ai  6 mila m2.

La risposta del pubblico è entusiasta, il successo dei “panorami” è enorme. Stephan Oettermann – studioso tedesco di letteratura e cultura dell’intrattenimento – che ha dedicato negli anni ’70 del secolo scorso l’unica ricerca esistente su questa antica forma di spettacolo:  The panorama: history of a mass medium, stima che nel corso del XIX secolo furono esposti nelle città europee e americane almeno 400 “panorami” che furono in grado di attirare complessivamente l’incredibile numero di circa 100 milioni di visitatori.

Inizialmente,  i “panorami” sono produzioni artigianali, frutto di un paziente lavoro che poteva durare anche moltissimo tempo. Ma, alla luce del trionfo popolare e relativa opportunità di grandi profitti, ovviamente, cambia tutto. Nasce una vera e propria industria. La veloce commercializzazione dei “panorami” porta a una  fabbricazione razionalizzata e organizzata: nascono nelle grandi metropoli – come Londra e Parigi –  delle “catene di montaggio” che consentono di sfornare grandi “panorami” nel giro di pochi mesi.

Nella scia di questo nuovo “business”, viene a costituirsi a Milano la “Società anonima italiana del panorama” con l’intento di avviare anche nella capitale lombarda la nuova industria d’intrattenimento. Mentre questa accade, si afferma, a livello internazionale, un nuovo grande modello-contenitore-catalizzatore d’intrattenimento popolare: l’Esposizione Universale. Vale a dire, grandi manifestazioni internazionali – un po’ fiere commerciali un po’ mostre tecnico-scientifiche-culturali – che cominciano a tenersi nelle più importanti capitali del mondo, e che rispondono a una doppia esigenza nazionalistica: esaltare le produzioni nazionali e glorificare il paese organizzatore in quanto potenza di rango elevato.

Per l’Italia, l’occasione è l’Esposizione Universale che si terrà a Torino nel 1884. E la “Società anonima italiana del panorama” non perde tempo, e propone come attrazione un “panorama” che rappresenti e faccia rivivere l’emozione di  una battaglia storica per l’identità e l’orgoglio nazionale: la difesa dei garibaldini della Repubblica Romana dall’attacco dei francesi durante primavera del 1849. Il prescelto per realizzare l’opera è il pittore belga Leon Philippet,  considerato all’epoca  come uno dei maggiori artisti di “panorami”.

Il Philippet lavorerà alacremente. Prima a Roma, dove utilizzando un rapporto 1/10 e come punto di osservazione il belvedere di Villa Savorelli -luogo del Gianicolo dove risiedevano le truppe garibaldine nei giorni dell’assedio –  porta termine i lavori preparatori nell’estate del 1882. Poi a Milano, dove – sulla base del lavoro già fatto a Roma – esegue la definitiva pittura del panorama. Ovviamente, non da solo. Per sostenere il grande formato dell’opera – 1800 m2 per 120 di lunghezza – Philippet è affiancato da una decina di collaboratori. Il tutto viene completato  nell’estate del 1883.

Il “panorama” di Philippet avrà però vita breve. Appena terminato, sarà esposto in un edificio – appositamente costruito – al Foro Bonaparte di Milano, quindi trasferito a Torino per l’Esposizione Universale. In seguito, dopo un tour europeo che lo porterà a Vienna, Bruxelles e Londra, la grande tela concluderà i suoi giorni nella stiva della nave che  la trasportava Buenos Aires, verso un’esposizione oltremare che non si fece mai.  Però, curiosamente – sotto altra forma – sopravvivrà, e proprio grazie  a un’altra tecnica di rappresentazione – nata anch’essa nel XIX secolo – che proprio con il suo apparire aveva contribuito (e di molto) ad accelerare il tramonto e scomparsa dei “panorami”:  la fotografia.

Tuttavia, nonostante la breve durata della sua parabola e l’intrinseca fragilità del materiale costitutivo, il genere “panorama” – esemplificato attraverso le vicende della ricostruzione romana di Philippet  – può rappresentare, nell’ambito della storia dei mezzi di comunicazione/intrattenimento di massa, un precursore interessante.  Definibile anche quale esempio di  “archeotecnologia” e “archeovirtualità” rispetto allo sviluppo tecnologico digitale delle attuali forme d’intrattenimento popolare.

Visione di parentela per niente colta dal già citato  Stephan Oettermann, al quale va si il merito di aver per primo capito l’importanza del genere “panorama”, ma averlo però interpretato limitatamente come la manifestazione di una “singolarità” nell’ambito della storia dei mass media: una sorta di fenomeno irripetibile nato da un determinato contesto culturale metropolitano del XIX secolo.

Di tutt’altro avviso, invece,  altri studiosi che in seguito si sono occupati – per lo più  incidentalmente – del “format panorama”. Rintracciandovi una chiara linea temporale che lo congiungerebbe sia al passato sia al futuro delle forme di rappresentazione visuale. A cominciare dal Rinascimento, con l’esempio della realizzazione da parte di Baldassarre Peruzzi della “Sala delle prospettive” di Villa Farnesina a Roma, ma anche di altri tanti affreschi in palazzi, stanze, ville ecc., realizzati anche nei secoli XVII e XVIII. Tutte opere eseguite con lo scopo di trasportare lo stupido osservatore in un mondo artificiale. E finendo con le installazioni tecnologiche del XX e XXI secolo, rispetto le quali risulterebbe netta la comune caratteristica di “immersione”, cioè il fatto che sia il “panorama” sia le forme moderne di rappresentazione visuale mirano a rompere la distanza interna che separa l’osservatore dall’immagine osservata. Insomma, un’immersione davanti ai “panorami” che gli spettatori del tempo – secondo alcune testimonianze – sperimentavano con la sensazione “proprio come se si trovassero in piedi in mezzo a una terribile battaglia…

 L’unico che invece si è soffermato specificamente su il legame tra le forme di intrattenimento popolare del XIX secolo e videoculture (realtà virtuale, videogames ecc.) odierne, è Andrew Darley,  studioso nel campo della cultura visuale e autore del classico dei media e cultural studies “videoculture digitali”. Il quale sostiene che il rapporto (e relativa relazione di discendenza) si basi su una profonda caratterizzazione comune: la forza dell’illusione e della rappresentazione.

Secondo Darley, i principi estetici della cultura dell’intrattenimento, ieri come oggi, sono: spettacolarità e realismo. “Il genere “panorama” per il tipo di immagini create e per la natura del suo spettacolarismo, rispondeva soprattutto al principio estetico del realismo. Infatti, questo genere ebbe successo proprio per il suo straordinario realismo e verosimiglianza. Un tipo di estetica che rispondeva appunto al tentativo di riprodurre una replica verosimile della realtà più che indurre a una distrazione spettacolare”.

Insomma, conclude Darley, le modalità dell’attuale video cultura digitale condividono – per buona parte – lo stesso spazio culturale delle passate tecniche di intrattenimento popolare. In particolare, che si tratti di un film in 3D che di un “panorama” di una battaglia campale, la preoccupazione primaria delle rappresentazione è sempre la  stessaimpossessarsi e mantenere il controllo sullo sguardo dello spettatore, eccitarne, sollecitarne e stimolarne i sensi.

Epilogo

Nel 1967, nell’archivio del Vittoriano, vennero casualmente ritrovate delle vecchie lastre fotografiche. Dopo un esame, si scoprì che ritraevano un panorama del Gianicolo nel periodo della Repubblica Romana del 1849 con scene di una battaglia. Era la riproduzione fotografica dell’ormai dimenticato “panorama” di Leon Philippet. Dalle lastre furono stampate delle copie. Una fu donata all’Accademia Americana di Roma,  proprietaria di villa Savorelli (oggi villa Aurelia), sede del quartier generale garibaldino durante la battaglia. Un’altra copia fu, invece, collocata presso la Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma, dove è tuttora. Posta all’ingresso accoglie i visitatori. E se pur “piccola” rispetto al “panorama” originale (5 metri di lunghezza contro i 120 dell’opera di Philippet), se pur un po’ sfocata e un po’ confusa nell’immagine, è ancora in grado – in sintonia con lo scopo dei “panorami” –   di suscitare curiosità e meraviglia.

Pubblicato in storia mass media | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Può essere il Social Reading il futuro del libro?

1221-The-e-book-e-reader-future-reading-1Il futuro del libro può essere il Social Reading? Oppure, si tratta di un’ipotesi affrettata e tecno-ottimista  che non tiene conto sia del particolare rapporto tra lettori e libro cartaceo sia (e soprattutto) dei tanti significati e scopi che prende su di sé l’esercizio della lettura?

Tuttavia, secondo uno dei suoi principali sostenitori  – Bob Stein fondatore dell’Institute for the Future of the Book – il fatto che sia il Social Reading a ipotecare il futuro del libro è dovuto a un radicamento antico di questa pratica: il bisogno “naturale” di una lettura condivisa, cioè di una pratica che ha trovato il suo senso e si è sviluppata in quanto compiuta insieme agli altri.

Insomma, per questo tipo d’interpretazione, la lettura sarebbe – dalle sue origini – un’esperienza sociale totalizzante. E questa sua caratteristica troverebbe oggi un potente moltiplicatore nella rivoluzione digitale in atto: un mutamento epocale che comporterebbe – secondo la neuro-scienziata cognitivista Maryanne Wolf – un effetto dirompente proprio sulla lettura e su i modi di apprendimento con una riorganizzazione (soprattutto nei nativi digitali) delle strutture e circuiti neuronali rispetto alla precedente configurazione originatasi – sempre secondo la Wolf –  a partire da 6 mila anni fa, cioè a seguito dell’invenzione della lettura.

Per i sostenitori del Social Reading l’attuale rivoluzione tecnologica ci permetterebbe di riconnetterci con un nostro bisogno profondo: la lettura sociale. E finalmente per quest’antica pratica sarebbe arrivato – sostiene Bob Stein – il momento della rivincita, vale a dire il momento di riprendersi il posto che gli spetta al centro della narrazione e trasmissione della cultura umana. Posto, per qualche secolo occupato “abusivamente” da un altro tipo di lettura, quella  solitaria – “da soli con se stessi” – figlia a sua volta di un’altra rivoluzione tecnologica ormai tramontata: la guntenberghiana del libro a stampa.

Ma, le cose stanno proprio così? E’ davvero possibile già assegnare – come sostiene Stein – il futuro del libro e della lettura al Social Reading? O invece il fatto che assistiamo all’evoluzione di nuove piattaforme ebook, al successo della lettura sociale on line (vedi siti come Goodreads, Librarything ecc.), al diffondersi di altre pratiche di lettura condivisa mediante i social media,  non debba più semplicemente essere letto come l’emersione di un trend nell’ambito del variegato e mutabile ecosistema digitale e non come la sostituzione definitiva  di un fenomeno (anche tecnologico) di lunghissima durata e concettualmente/culturalmente complesso come quello del libro a stampa e relative pratiche di lettura endofasica.

Il fatto è che prima di dare per scontato un certo tipo di  “futuro” del libro, ci sarebbero –a cominciare dalle pratiche di lettura –  alcuni importanti problemi da considerare. Intanto, una premessa fondamentale: i testi non possono essere intesi come entità fornite di vita propria,  autosufficienti, a prescindere dalle tecnologie tramite le quali si manifestano. Infatti, come sostengono Guglielmo Cavallo e Roger Chartier nella loro “Storia della lettura”: il testo non esiste di per sé, svincolato da ogni materialità…non vi è testo senza il supporto che lo offre alla lettura, senza la circostanza in cui esso viene letto. Di conseguenza:  la lettura va  considerata anche come modalità: fortemente condizionata dal tipo supporto mediante il quale la  si effettua.

E quando parliamo di Social Reading, di lettura digitale ecc., non possiamo che riferirci a delle modalità di fruizione digitale derivanti da una specifica tecnologica che ne è alla base: quella del computer, declinata poi attraverso innumerevoli dispositivi sia fissi che mobili. Ma tutti – a prescindere dai tipi di schermo, dai pixel, dai pollici ecc. – con una fondamentale caratteristica comune: progettati per consentire solo un certo tipo di lettura, veloce e multitasking.

Da questo, ne consegue che la transizione (in corso) dalle pratiche di lettura del mondo cartaceo alle pratiche di lettura del mondo digitale non può risolversi facilmente e automaticamente. Tutt’altro. Si tratta invece di un percorso tortuoso e difficile, dai risultati controversi e dagli esiti incerti. Come, d’altronde,  facilmente dimostra qualche  breve cenno ad alcuni tra studi e ricerche più interessanti su questi argomenti.

 A cominciare da quella effettuata tra il 2010-2013  tra studenti di diversi paesi che ha prodotto un risultato abbastanza sorprendente. La linguista americana Naomi S. Baron si è chiesta: gli studenti preferiscono leggere e studiare su dispositivi digitali o sulla carta? Dopo aver sottoposto la domanda  agli studenti di alcuni importanti paesi, ha ottenuto i seguenti risultati: il 75 % degli studenti USA e giapponesi preferiscono leggere su carta, mentre nel caso dei tedeschi la percentuale a favore del vecchio supporto arriva al 90%. Inoltre, sempre secondo i dati emersi, gli studenti sarebbero anche consapevoli del problema “distrazione” legato alla lettura su digitale. Infatti, il 90% dei soggetti interpellati ha dichiarato di essere suscettibile al multitasking durante la lettura su schermo, e al momento di indicare  quale piattaforma possa rendere  più facile la concentrazione durante la lettura, il 92% non ha avuto dubbi nel rispondere “l’hard copy”, cioè la copia cartacea.

La già citata Maryanne Wolf – in qualità di direttrice del Center for Reading and Languages Research – ha affrontato il tema dei cambiamenti apportati nell’attività di lettura chiedendosi,  nel caso delle letture digitali – quando le informazioni visive sono fornite apparentemente complete ma in maniera simultanea – se il lettore abbia tempo  e motivazioni sufficienti per elaborarle in modo analitico e  critico. Il timore – secondo la Wolf – sarebbe quello di effetti negativi sul processo definito come lettura profonda, ossia “ la varietà dei processi sofisticati che promuove la comprensione e che include il ragionamento inferenziale e deduttivo, le competenze analogiche, l’analisi critica, la riflessione, e l’intuizione”

Della questione della lettura digitale se ne è occupato anche l’OCSE attraverso il programma PISA (Program for International Student Assessment). Da un’indagine avviata nel 2011 sulle abilità degli studenti quindicenni di leggere, capire e utilizzare i testi in formato digitale è emerso come soltanto l’8% degli studenti  raggiungeva il massimo livello di prestazioni di lettura digitale, mentre in quasi tutti i paesi partecipanti all’indagine (16), un numero significativo di studenti mostrava competenze di lettura sotto i livelli minimi.

Riguardo poi, il confronto tra lettura tradizionale e lettura digitale rispetto alle strategie di lettura, Jakob Nielsen ha condotto degli studi su studenti basati sulle tecnologie d’analisi dei movimenti oculari (eye tracking), scoprendo come nessuno dei partecipanti leggesse in modo metodico, come avrebbe fatto con un testo stampato, e come la lettura su schermo sia di norma più superficiale. Mentre, altri studi hanno constatato che quando si legge su schermo si tende a una modalità come se si eseguisse una scansione del testo.

Sempre nell’ambito dei nuovi comportamenti e delle nuove pratiche di lettura, ma dal punto di vista dell’effetto multitasking. Assodato ormai che l’elemento discriminante è sempre di più non tanto la gestione dell’informazione quanto la gestione dell’attenzione, risorsa sempre più limitata e importante da amministrare. Molte ricerche suggeriscono come il continuo passaggio di attenzione da un medium all’altro – fenomeno definito come “attenzione parziale continua” – possa appesantire il carico cognitivo interferendo poi nella comprensione del testo.

Infine, è interessante rilevare come una delle ultime ricerche ancora di Jakob Nielsen sulla leggibilità dei testi, sposti il focus dal confronto cartaceo vs digitale, a uno tutto interno al mondo digitale contrapponendo pratiche di lettura al desktop con pratiche di lettura su smartphone. Ed è proprio quest’ultimo a uscirne meglio malgrado le ridotte dimensioni degli schermi. Anche in questo caso, il fattore di discrimine è “l’attenzione”. Dalla ricerca risulta che quando si tratta di testi d’argomenti non particolarmente complessi, la capacità di comprensione dei contenuti è migliore leggendo da smartphone. Il motivo – sempre secondo la ricerca – sarebbe il minor tasso di distrazione: nello smartphone vengono, infatti, a mancare  frequenza e intensità delle  finestre riquadri pop-up che invece nel caso del desktop catturano (disturbano) l’attenzione del lettore abbassandone la capacità di concentrazione.

Pubblicato in social reading, società dell'informazione, storia del libro, tecnologie digitali | Contrassegnato , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Social reading and eBooks

SocialReadingUn ricercatore dell’University school of art e design di Helsinki – Harri Heikkilain  un suo report dal titolo “Social reading and eBooks, avanza una tesi interessante: nell’ambito della tecnologia eBook – che ormai da tempo sta trasformando il concetto di libro –  c’è una cultura emergente, quella del “Social Reading”.

La lettura come fatto sociale di condivisione – secondo Heikkila – non è una vera e propria innovazione, ma piuttosto un ritorno di una cultura umana antica: un bisogno sempre presente nei gruppi sociali che però nel suo manifestarsi risulta legato ai prerequisiti tecnologici delle varie epoche. Difatti, dalla rivoluzione di Gutenberg in poi – con l’affermarsi del libro a stampa – sembrava scomparso. Ma, non era così. Il bisogno culturale di leggere con gli altri era stato – secondo Heikkila –  temporaneamente soffocato dall’imposizione – conseguenza della tecnologia della carta stampata – di un tipo diverso di lettura:  silenziosa, interiore,  compiuta  “soli con se stessi”.

Ora, con il cambio di paradigma dovuto all’avvento della cultura digitale – che privilegia immagini e stati da connettere / condividere rispetto alle   letture sequenziali dei testi stampati –  l’esperienza lettura di gruppo condivisa  può essere moltiplicata all’infinito dalle reti, dalle piattaforme e devices digitali. Può rappresentate – secondo questa ricerca – il vero futuro del libro inteso non più come semplice contenitore di testi ma come incrocio e sviluppo di narrazioni e conoscenza.

Nel tentativo di misurare l’emergere del “social reading” dal mondo eBook, Heikkla si è domandato quali possono essere attualmente le dimensioni sociali dell’e-reading e come  possono poi essere classificate le funzioni “social reading” rispetto alle principali piattaforme disponibili. Nel far questo, ha esaminato più di 30 tra le applicazioni e-reading a maggior contenuto social (tra cui Goodreads, Librarything, Scribd, BookLamp) utilizzando il metodo dell’analisi dei contenuti e relative funzioni sociali disponibili. Tra queste, ha posto il focus sull’atto di lettura personale (reading-category) poi sulle funzioni deputate all’organizzazione e archiviazione delle proprie letture (bookshelf-category) quelle concernenti le annotazioni (evidenziazioni, commenti ecc.) e prendendo infine in esame la categoria della valutazione con possibilità di “review”.

Ha poi suddiviso le funzioni sulla base del tipo e direzione della condivisione. A cominciare dalla classificazione “Book 1.0 actions” che riguarda azioni di lettura personali e loro condivisione bidirezionale con altri specifici lettori interessati a un dialogo a due, per arrivare poi alla “Book 2.0 acts” che rappresenta invece il momento della condivisione  di gruppo con interventi e commenti multidirezionali.

Per arrivare infine, a una griglia dettagliata in grado di misurare e “spiegare” le funzioni di “social reading”. Ad esempio, possiamo vedere che la funzione “leggere per se stessi” può poi dividersi in “condiviso quello che ho letto ora” e/o “seguire ciò che gli altri leggono ora”. Oppure che nella classificazione “Book 2.0”  funzione “Bookshelf-class” si articola invece in “condiviso il percorso delle letture o le intenzioni di lettura” e/o “vedo il percorso di lettura degli altri o soltanto le loro intenzioni di lettura”.

Pubblicato in ebook, editoria digitale, futuro del libro, social reading, storia del libro, tecnologie digitali | Contrassegnato , , , , , , | Lascia un commento