Serve un mondo meno digitale? O più “humanities” nel mondo digitale?

Il problema: la rivoluzione tecnologica che con le sue continue ondate dirompenti e pervasive stravolge tutto e tutti. Che fare? Quattro libri usciti recentemente– uno italiano e tre da oltreoceano –   tentano, da impostazioni diverse,  di offrire interpretazioni e fornire risposte.

Il testo italiano abbraccia una critica complessiva – “filosofica” –  sia riguardo il “senso”  della rivoluzione tecnologica sia rispetto i suoi “pesanti” effetti sulla società. Invece, i volumi” made in USA”, concentrano la loro critica  non sulla rivoluzione tecnologica in quanto tale, ma su il suo attuale modello di sviluppo,  in quanto troppo monopolizzato  dal cosiddetto blocco STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) a discapito delle Humanities che viceversa dovrebbero – secondo i tre autori –  riacquistare assolutamente un ruolo centrale.

Il testo italiano è quello del decano dei sociologi italiani, Franco Ferrarotti: “Il viaggiatore sedentario. Internet e la società irretita”. Nelle sue pagine, il problema centrale è l’abuso della tecnologia e le conseguenze di questo abuso sull’individuo, soggiogato e alienato. La tesi di partenza è il fraintendimento della società attuale rispetto allo status della tecnologia, e cioè la confusione tra valore strumentale e valore finale.

Da qui a cascata, una serie di conseguenze nefaste per le persone e  società. A cominciare dalla perdita della struttura originaria della comunicazione. Secondo Ferrarotti, quando tecnicamente si può comunicare in tempo reale su scala planetaria, non c’è più nulla da comunicare. Si perde la comunicazione tra coloro che dialogano, e non rimane altro che un “deserto esistenziale”. C’è poi lo straniamento causato dal potere ipnotico dell’immagine e dalla frammentazione dell’esperienza, conseguenze della pervasività della Rete e dal potere della realtà virtuale.

Tuttavia, nell’allarmata descrizione di Ferrarotti, la tecnologia non è sola  sul banco degli imputati, al suo fianco ci sono anche  quelli che dovrebbero criticarla e non lo fanno: i sociologi. Il loro – denuncia Ferrarotti – è un inspiegabile e “assordante” silenzio davanti a siffatte trasformazioni in corso nella società contemporanea: “non capiscono che i valori strumentali, interpretati e fatti valere come valori finali, sono semplicemente strumenti di morte: uccidono la memoria, inaridiscono la vita interiore, disgregano l’individuo, mettendone in piazza tutti i segreti e quindi svuotandolo”.

Alla Stanford University, gli studenti – scherzosamente – vengono divisi in “Fuzzies” e “Techies”. I primi sono coloro che studiano le arti, le scienze umane, le scienze sociali. I secondi sono invece i tecnici, cioè gli appartenenti a ingegneria, scienze informatiche ecc… Scott Hartley, parte da  questa goliardica dicotomia per dimostrare il suo contrario: l’opposizione tra humanities e hard science non dovrebbe esistere,  è pericolosa. E svolge questa tesi nel suo The fuzzy and the techie. Why the liberal arts will rule the digital world”.

La contrapposizione – secondo Hartley – è frutto di una mentalità sbagliata per la quale educazione e preparazione degli studenti deve essere settoriale e specialista. Al contrario – sostiene Hartley –  per affrontare e risolvere gli attuali e futuri problemi scientifici, ambientali, sociali ecc. su larga scala, è necessaria una formazione il più possibile aperta anche e soprattutto in ambito tecnologico.

Un classico esempio citato dall’autore sono i Big Data, tecnologia emergente e potentissima che però ha un assoluto bisogno di creatività e competenze umanistiche. I dati in quanto tali sono grezzi, vuoti, non dicono nulla. Per farli esprimere è necessario interrogarli, e interpretarli. Chi meglio può farlo che un umanista abituato all’ermeneutica?

Christian Madsbjerg con il suo “Sensemaking” affronta lo stesso problema dei Big Data però in ambito aziendale. Qui, nel marketing, gli algoritmi la fanno da padrone. La tesi, in questo caso, è che per analizzare i Big Data, le aziende dovrebbero capire le persone che stanno dietro quei dati. Non facendolo, e affidandosi soltanto alla tecnologia, rischiano di perdere i contatti con i mercati per i quali stanno lavorando.

Madsnjerg sostiene la rivalutazione del giudizio umano basato su un’attenta osservazione dei contesti. Come esempio di riconsiderazione del fattore umano,  cita il caso della facoltà dell’Accademia navale statunitense, che dopo aver smesso di insegnare – alla fine degli anni ’90 – la navigazione celeste per affidarsi alla tecnologia satellitare GPS, è tornata su i suoi passi ripristinando i corsi di navigazione tramite le stelle.

Madsbjerg non si considera affatto un luddista. Comprende appieno il valore dei dati generati dagli algoritmi, ma è anche certo che una mente umana finemente sintonizzata può risolvere problemi che vanno oltre la portata dei computer privi di emozioni.

La riscoperta del contesto umano, è anche il focus dell’ultimo libro statunitense: “Cents and Sensibility” di Gary Saul Morson e Morton Schapiro docenti di scienze umane ed economiche presso la Northwestern University. In questo caso, la tecnologia da supportare con robusti inserimenti di humanities è quella dei modelli economici artificiali.

La soluzione proposta dagli autori è suggestiva: utilizzare come strumento di lavoro la letteratura. Gli scrittori svolgono – secondo gli autori – analisi approfondite, mentre gli economisti tendono a trattare le persone e i loro contesti come semplici aride astrazioni. I grandi romanzi aiutano a sviluppare empatia costringendo a vedere il mondo come gli altri lo vedono. E in conclusione, Morson e Schapiro si chiedono: un modello economico o un caso-studio possono mai disegnare profondamente e vividamente una persona come Tolstoj ha disegnato Anna Karenina?

Tuttavia, c’è una visione che lega e spiega meglio le tesi dei tre libri USA, cioè la riscoperta dell’importanza delle Humanities.  È lo scenario  “Second Machine Age” raccontato nel libro di Erik Brynijolfsson e Andrew McAfee,  The Second Machine Age: work, progress e prosperità in a time of brillant technologies”.

La nuova rivoluzione delle macchine sta causando un cambiamento esponenziale, digitale e combinatorio mai visto prima. E secondo gli autori sono ormai prossimi due passaggi fondamentali che muteranno definitivamente la società: la creazione di una vera intelligenza artificiale e la connessione di tutti gli umani tramite una rete digitale comune.

Tuttavia, l’uomo mantiene un grosso vantaggio sulle macchine: l’ideazione e l’immaginazione. I computer sono macchine eccezionali ma sanno generare solo risposte. Si aprirà sempre di più un grande spazio per chi dovrà porre le giuste domande, e a chi spetterà il compito se non alle  “Humanities”? Solo grazie a loro, le nuove risposte potranno metterci in grado d’affrontare al meglio i problemi sul tappeto e nello stesso  aiutarci nel progettare un futuro migliore.

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Biblioteche nel diluvio dei Big Data: prospettive per nuovi servizi tra “data curation” e “open data”

SynthSysDATAdiagram-cmykI Big Data – per ora – hanno solo “sfiorato” il mondo delle biblioteche. Si è trattato  di un “rendezvous” che  lascia però presagire ulteriori sviluppi “rivoluzionari”. L’ingresso pieno di questa nuova tecnologia in Biblioteca potrà, infatti, suscitare nuovi importanti significati con ricadute non soltanto tecnologiche ma anche organizzative. Si profila una sfida in grado di determinare un vero e proprio rivolgimento degli attuali assetti bibliotecari. Si può immaginare che l’impatto dei Big Data possa perfino  spostare il tradizionale baricentro delle biblioteche dalle collezioni ai dati. Questo – probabilmente – comporterebbe un ritorno – nell’organizzazione dei sistemi bibliotecari – a forme più centralizzate (più attrezzate nella  gestione della complessità dei Big Data) con il conseguente declino dei modelli distribuiti basati su biblioteche di medio – piccole dimensioni.

Parallelamente, alla luce di questi scenari, anche il ruolo del bibliotecario sembra destinato a cambiare drasticamente. Già ora,  nei paesi anglosassoni e del nord Europa,  si sta affermando una nuova figura professionale: il “liaison librarian”, ovvero un bibliotecario, che a stretto contatto con il mondo della ricerca universitaria,  svolge attività qualificate di consulenza. Ma, questa nuova definizione, potrebbe presto essere a sua volta scavalcata, da un’altra ancora più nuova anch’essa figlia della rivoluzione dei Big Data: quella di “data librarian”, vale a dire un bibliotecario anche e soprattutto capace di “affrontare” grandi masse di dati maneggiando gli  strumenti della “data curation”.

Al momento, le biblioteche hanno cominciato a misurarsi con i Big Data offrendo supporto per la gestione dei dati della ricerca e progettando piattaforme per l’accesso pubblico agli Open Data. Nel mondo scientifico la crescita dei dati in formato digitale ha assunto da tempo un andamento esponenziale. Per molteplici discipline (astronomia, fisica, climatologia, vulcanologia, medicina,    chimica, matematica ecc..) ormai si parla di “data intensive”. Negli USA, secondo uno studio dell’Università del Tennessee, su oltre 100 biblioteche universitarie, almeno il 40% è impegnato a sviluppare programmi per supportare gli scienziati  nelle procedure di “big data curation”. Tra queste, il sistema bibliotecario John Hopkins dell’Università di Baltimora che supporta il progetto  “Sloan Digital Sky Survey” per la gestione dei Big Data astronomici, oppure “l’UC3 Curation Center” della “California Digital Library” che ha iniziato a fornire servizi d’assistenza con sistema di storage a pagamento, fino alle biblioteche della Bodleian di Oxford che affiancano i ricercatori della prestigiosa università  ad amministrare i petabyte di dati da essi generati. Secondo un’altra indagine effettuata da università austriache e britanniche nel 2015, gli ambiti “big data” dove finora c’è stata più richiesta di supporto alle biblioteche sono quelli riguardanti l’assistenza sul formato dati, le stime per lo storage e le questioni tecniche e legali nelle quali possono trovarsi i ricercatori rispetto al copyright.

James R. Jacobs, bibliotecario di Stanford, sostiene che “le biblioteche per le loro competenze negli standard dei metadati e nelle strategie di conservazione, possono candidarsi a partner fondamentali nei processi di costruzione di sistemi pubblici basati sugli Open (Big) Data”. Mentre, il coordinatore del sistema bibliotecario scientifico dell’Università di New Mexico – William Michener – ha fatto osservare che nessuno meglio delle biblioteche può occuparsi della conservazione dei datasets scientifici generati con finanziamenti pubblici.

Insomma, i dati prodotti con i soldi pubblici devono essere liberamente accessibili ai cittadini, ma non basta essere semplicemente “Open”, i dati per essere davvero utilizzabili, devono anche essere “Intelligently Open”. E qui le biblioteche possono avere un ruolo importante nel rendere “di qualità” i dati, e cioè intellegibili, autentici, affidabili, di rilevanza scientifica, e poi anche “nell’arricchirli” con adeguate descrizioni tramite metadati.

Diverse iniziative sono in campo e vedono sistemi di biblioteche che offrono piattaforme per l’accesso pubblico agli Open Data. Le biblioteche degli Enti locali emiliano – romagnoli raccolgono, organizzano e diffondono dati e in questo modo  promuovono il diritto all’informazione, allo studio e alla cultura dei cittadini. I datasets “open” mettono a disposizione informazioni sulle biblioteche del circuito, sugli archivi storici e su i musei presenti sul territorio provinciale. “Open Data” è anche il progetto delle Biblioteche di Roma. Tramite il portale “Biblio Tu”, sono stati resi disponibili dati che sono la diretta conseguenza dell’operato delle biblioteche sul territorio: servizio di prestito, anagrafica delle sedi, patrimonio documentale. Tutti datasets fruibili per il download e soprattutto per il libero riuso.

Un importante e innovativo progetto di “Open Data” viene anche direttamente dal mondo delle biblioteche: è quello della Library Of Congress che recentemente ha annunciato di aver deciso di rendere “open” e riusabili ben 25 milioni di record bibliografici. Carla Hayden, bibliotecaria della LOC, ha spiegato lo spirito e lo scopo del progetto: “La Library of Congress è un monumento alla conoscenza della nostra nazione, e dobbiamo assicurarci che le porte siano aperte a tutti, non solo fisicamente ma anche digitalmente…rendere accessibili i dati bibliografici del catalogo on line è un grande passo in avanti. Sono impaziente di vedere come le persone utilizzeranno queste informazioni”.

Nel dettaglio, l’iniziativa prevede la messa a disposizione di un enorme dataset che copre 45 anni dell’attività della Biblioteca: dal 1968 al 2014. Ogni record rilasciato contiene una serie di informazioni standardizzate: titolo, autore,  anno pubblicazione, soggetto,  note ecc., e sono dati riguardanti una vasta gamma di  documenti della biblioteca: libri,  file computer, manoscritti, mappe, musica e materiali visivi. Il rilascio del dataset prevede due modalità: accessibilità gratuita per i cittadini mediante il sito data.gov e distribuzione a pagamento in formato MARC solo per grandi clienti commerciali e biblioteche di tutto il mondo.

Infine, sull’importanza innovativa nel riuso di dati bibliografici, Beacher Wiggins – direttore della LOC per le acquisizioni e l’accesso bibliografico – ha sintetizzando il progetto esprimendo un auspicio suggestivo: «Oltre al loro tradizionale valore,  i dati bibliografici rilasciati potranno  essere utilizzati per una vasta gamma di ricerche culturali, storiche e letterarie… da una  più efficiente condivisione delle informazioni alla visualizzazioni e altre possibilità che  possiamo cominciare a prevedere…speriamo che questi dati vengano analizzati da scienziati sociali, analisti di dati, sviluppatori, statistici e tutti coloro che possono fare un lavoro innovativo con grandi set di dati per migliorare l’apprendimento e la formazione di nuove conoscenze “

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Dal documento ai dati: la scomparsa del record bibliografico nel web

informaizoni_bibliograficheTutto ha inizio con Tim Berners Lee. È il 2001, quando l’inventore del Web scrive: “Le macchine diventeranno capaci di analizzare tutti i dati sul Web, il contenuto, i link e le transazioni tra persone e computer. La “Rete Semantica” che dovrebbe renderlo possibile deve ancora nascere, ma quando l’avremo i meccanismi quotidiani di commercio, burocrazia e vita saranno gestiti da macchine che parleranno a macchine, lasciando che gli uomini pensino soltanto a fornire l’ispirazione e l’intuito”.

È la visione di quello che oggi chiamiamo Web Semantico. A 16 di distanza, il web si sta via via trasformando in un ambiente dove i documenti pubblicati (pagine HTML, file, immagini, e così via) possono essere associati a informazioni e dati (metadati) che ne specificano il contesto semantico in un formato adatto all’interrogazione e l’interpretazione (es. tramite motori di ricerca) e, più in generale, all’elaborazione automatica.

Le biblioteche, dal canto loro, malgrado le ricorrenti rivoluzioni tecnologiche, hanno continuato a fare quello che hanno sempre fatto: favorire l’incontro tra informazioni e lettori. E l’hanno fatto, mettendo a punto sistemi informativi basati sull’indicizzazione dei documenti: i cataloghi. Tuttavia, a un certo punto, nella loro storia, si è ri-presentato il momento di ripensare ai processi catalografici in modalità automatizzata. Il nuovo inizio è in ambito anglosassone: si tratta di rendere più efficiente archiviazione e reperimento delle informazioni nelle università statunitensi.

Il nuovo approccio – siamo nel 1945 – è teorizzato da Vannevar Bush, che in un mondo ancora completamente analogico, progetta una sorta di computer  ante litteram capace non solo di archiviare meccanicamente i testi ma anche di collegarli tra loro anticipando anche l’ipertestualità: il Memex (Memory Expansion).

Il progetto Memex, anche se solo teorico, rappresenta un momento importante nello sforzo di immaginare nuove soluzioni per organizzare quantità sempre maggiori di informazioni. Anche perché, da quel punto in poi, comincerà a imporsi – grazie alla nascente rivoluzione informatica – l’idea di performance tecnologica come valore assoluto.  E soprattutto nell’ambito dei sistemi basati sulle tecnologie della comunicazione, la variabile “velocità d’accesso” diverrà via via in un certo senso equivalente  (se non addirittura prevalente) rispetto  ai significati delle informazioni veicolate, al punto da far addirittura affermare – sull’onda della prima rivoluzione informatica- al fisico americano Lewis M. Branscomb: “i documenti sono ormai solo sottoprodotti occasionali dell’accesso all’informazione e non la sua principale incarnazione”.

In pratica, dal progetto Memex in poi, la rivoluzione tecnologia ha avuto un abbrivio  esponenziale. Nel giro di qualche decennio, la società è mutata prima in “società dell’informazione” poi nel “pervasivo ecosistema digitale” nel quale attualmente siamo tutti immersi. Le biblioteche,  parte tradizionalmente importante del sistema d’accesso alla conoscenza, hanno assistito (per lo più passivamente) a un iper-potenziamento della performance tecnologica indotta da internet e poi dal web: connettività, velocità, ipertestualità, social media, web semantico ecc. Una rivoluzione tutta velocità e big e data sempre più lontana dalla forma-libro e dalla forma-documento, pilastri del vecchio sapere analogico strutturato.

Ma prima delle più recenti rivoluzioni, le biblioteche avevano già aperto all’informatica per quel che riguarda le procedure di catalogazione. La vecchia scheda cartacea, negli anni ’60 dello scorso secolo,  aveva cominciato la sua trasformazione in record bibliografico mediante il formato di conversione MARC: è stato il primo passo per le biblioteche verso la transizione dalla carta al bit. La descrizione bibliografica ha iniziato il suo processo di smaterializzazione, rimanendo però compatta e strutturata per quel che riguarda le informazioni veicolate: documento bibliografico e non ancora dati bibliografici. In pratica, continua a essere la versione elettronica della vecchia descrizione su scheda cartacea.

  È  con gli inizi del XXI secolo che il muro – nel frattempo alzatosi – tra biblioteche e il sapere globalizzato e immateriale della Rete, comincia a vacillare. Il bibliotecario statunitense – Roy Tennant – suscita scalpore con il suo artico “MARC must die”, nel quale invita il mondo delle biblioteche ha superare i vecchi standard che costringono i dati bibliografici in un mondo a parte. La prima cosa da fare – secondo Tennant – è abbandonare il vecchio MARC, e poi subito dopo lavorare  a nuovi standard che consentano ai cataloghi delle biblioteche di aprirsi alle tecnologie del web.

Mentre i bibliotecari lavorano a nuovi standard, le tecnologie del web però corrono. Viaggiano verso il web semantico. Le nuove tecnologie si chiamano: linked data e RDF (Resource Description Framework). È la ricerca della massima granularità:  ridurre tutta l’informazione del web in dati interoperabili e soprattutto processabili in maniera automatica dai computer connessi nella rete globale. Nello stesso tempo, la vecchia informazione analogica va convertita, frantumata e sminuzzata per essere anch’essa ridotta in dati.  Per le biblioteche tutto questo significa: destrutturazione del documento, destrutturazione del record bibliografico.

Si tratta per le biblioteche di cominciare ad attuare una sorta di “rivoluzione copernicana” nella concezione del record bibliografico, ovvero spostare il focus dall’oggetto al contenuto della risorsa catalogata. Andare, insomma, oltre la materialità dei documenti, oltre il supporto fisico, verso l’immaterialità del web. La chiave è il passaggio dalle descrizioni alle relazioni, o meglio: l’abbandono del modello basato su descrizioni e intestazioni che hanno dato forma ai dati bibliografici nell’epoca del libro a stampa,  e il passaggio al nuovo modello (proveniente dai database relazionali) entità – relazioni per il quale l’informazione è frazionata appunto in entità e poi definita dalle relazioni tra queste entità.

La prima realizzazione di questa “rivoluzione copernicana” è FRBR (Functional Requirements for Bibliographic Records): lo schema sviluppato, a partire dai primi anni del XX secolo, dall’IFLA (International Federation of Library Associations). Il modello entità – relazioni è rivisto, all’interno di FRBR,  in chiave bibliografica. Le entità assumono il valore di cose specifiche d’interesse per l’utente (opera, espressione, manifestazione, item,  persona, ente ecc.), mentre le relazioni tra queste entità consentono all’utente – tramite  ricerca –  di individuare i collegamenti tra le entità e quindi “navigare” tra i dati bibliografici.

Ma, per realizzare la funzione “navigare”,  i dati che rappresentano gli attributi delle entità devono essere connessi tra loro in un reticolo, e per rendere questa navigazione davvero efficace, esaustiva e soddisfacente per utenti sempre più tentati – nelle loro ricerche – dalla modalità “Google” , il reticolo dei dati bibliografici dovrebbe espandersi oltre il catalogo tradizionale ed essere in qualche modo parte del più vasto mondo del web.

Per questo, il ripensamento sul catalogo deve andare oltre la biblioteca. In questo senso, il modello FRBR può essere considerato già superato, in quanto basato su un’analisi ancora molto legata al mondo delle biblioteche. Si tratta, infatti, di non pensare più in termini di “dati prodotti dalle biblioteche” ma di “dati prodotti in generale delle istituzioni della memoria”.

Una riflessione importante che si concretizza –  a partire dal 2010 – nello sviluppo di un nuovo standard: RDA (Resource Description and Access).  Con RDA si compie un ulteriore salto concettuale e tecnologico verso la decostruzione (definitiva) del record bibliografico. Per raggiungere l’obiettivo di integrare il mondo delle istituzioni della memoria (biblioteche, musei e archivi) con quello del web, RDA è implementato come standard di contenuto: separazione netta e definitiva dal supporto. Infatti, fornisce solo istruzioni su come descrivere e registrare i dati individuati, ma non si occupa né della presentazione né della visualizzazione. Insomma, RDA può essere indifferentemente utilizzato a prescindere dai formati utilizzati.

Nel trattamento delle risorse, RDA riprende le entità individuate da FRBR: opera, espressione, manifestazione e item. Entità che poi sono rappresentate da un insieme di dati che corrispondono agli attributi delle identità stesse. La navigazione tra le entità descritte da RDA abbatte – finalmente – quel famoso muro che separa le biblioteche dal web. Grazie alla compatibilità di RDA con la nuova tecnologia linked data, la navigazione tra entità può procedere oltre e integrarsi nel web dei dati  avanzando verso la ricerca globale.

Come ha dichiarato Gordon Dunsire – responsabile del comitato per lo sviluppo di RDA“il lavoro da svolgere di qui in avanti per far crescere RDA e seguirlo nella sua evoluzione, consiste da una parte collaborare alla costruzione degli strumenti necessari, primi fra tutti vocabolari e ontologie, dall’altra nella conversione dei record che si trovano nei cataloghi delle biblioteche, archivi e musei in formati compatibili con RDA, che rappresenta la porta di accesso al web semantico”.

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Una bussola per i Big Data: la Biblioteca

Sharper-2017-300x150BIBLIOTECHE E BIG DATA C’è una bussola per il mare magnum dei Big Data: la Biblioteca. Alla scoperta della biblioteca come piattaforma professionale di supporto nel trattamento di grandi quantità di dati: una istituzione pubblica come luogo di accesso dei dati (big) Open. Con Fabio Di Giammarco, bibliotecario presso la Biblioteca Statale di Storia moderna e contemporanea di Roma. Biblioteca San Matteo degli Armeni, Perugia Ore 17.30

 

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soBig Data: le tracce digitali che lasciamo dietro di noi

PrintIl CNR di Pisa, guida il primo progetto pubblico su Big Data e Social Mining: soBig Data. Finanziato con 6 milioni di euro nell’ambito del programma Horizon 2020 Infraia 2014-2015, ha una durata di 4 anni e – oltre al CNR – mette insieme altre eccellenze italiane: l’Università di Pisa, l’Imt di Lucca e la Scuola Normale superiore.

L’obiettivo di soBig Data è mettere a punto un ecosistema integrato di dati, strumenti e competenze, tali da rendere possibile grandi esperimenti di social mining su varie dimensioni della vita sociale e sulle attività umane memorizzate nei Big Data (dati da social media, da smartphone, da open data, da linked data, etc.).

Inoltre, punta sullo sviluppo di una comunità interdisciplinare di data scientist, con la possibilità di creare nuove opportunità di ricerca e innovazione nelle scienze umane, sociali, economiche e Ict. Il tutto supportato dall’implementazione di una piattaforma per una scienza “aperta” e “riusabile”.

soBig Data si articola in tre componenti fondamentali: un ecosistema per la cura e l’accesso ai Big Data nell’ambito di una cornice etica che tiene conto della privacy; una piattaforma aperta anche rispetto alle strategie per condividere e preservare i risultati degli esperimenti; una rete di alta formazione in social mining, finalizzata a creare la nuova generazione di data scientist.

I Big data non sono altro – ha spiegato Fosca Giannotti coordinatrice del progetto – che  tracce digitali lasciate dietro di noi quando utilizziamo le tecnologie, e che fanno ormai parte integrante della nostra vita, raccontando di noi e della nostra vita. E’ da qui che nasce l’idea di soBig Data: un’infrastruttura di ricerca per mettere a disposizione strumentazione e competenze e permettere a scienziati e ricercato di realizzare nuovi esperimenti sociali.

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