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Il Vaticano sceglie l'open source

Gli attuali processi di digitalizzazione dei libri che vanno per la maggiore (biblioteche digitali in internet tipo Google Books, Europeana ecc.) sono tecniche per la diffusione via rete della cultura e non per la sua conservazione.

Questo a causa dei tanti problemi ancora non risolti che comporta la conservazione dei testi in formato digitale: fragilità dei supporti informatici, obsolescenza hardware, invecchiamento formati e software ecc.

Ma arriva ora un’interessante novità che potrebbe rappresentare un punto di svolta nella conservazione del sapere mediante il digitale: la Biblioteca Vaticana sta per avviare un grande progetto di digitalizzazione di oltre 80 mila preziosissimi manoscritti (circa 40 milioni di pagine) tra i quali la versione greca della Bibbia (il cosiddetto Codice B), testi autografi del Petrarca, manoscritti tardo antichi con opere di Virgilio ecc.

Si tratta di una mole enorme di dati informatici nell’ordine di 45 petabyte (cioè 45 miliardi di byte) da estrapolare da pagine variamente scritte, illustrate o annotate. Lavoro che necessita di essere eseguito con grande cura e la più alta qualità di definizione, in modo da raccogliere il maggior numero possibile di dati con – soprattutto - la sicurezza di non doverlo ripetere in futuro per non mettere di nuovo a rischio carte delicatissime sempre esposte a danneggiamenti irreversibili.

Per queste ragioni la Vaticana nella sua nuova impresa di digitalizzazione ha deciso di affidarsi al formato FITS (Flexible Image Transport System). Un formato usato ormai da 40 anni dalla NASA per le immagini astronomiche e scientifiche.

Oltre ad essere “open source” e quindi economico, l’utilizzo fatto  nel corso di questi anni – più in generale -  dalla comunità scientifica ha mostrato ampiamente l’affidabilità, la flessibilità e soprattutto la longevità digitale del FITS.

La Vaticana prima di trasferire questo applicativo in ambito culturale e quindi adottarlo definitivamente,  lo sottoporrà ad una serie di test. Se daranno esito positivo, il formato FITS potrebbe avere la certificazione ISO per la conservazione digitale della cultura ed essere poi messo a disposizione di tutte le biblioteche e gli archivi del mondo desiderosi di preservare i loro patrimoni mediante una tecnologia sicura.

Pubblicato su Nòva (Il Sole24ore) 8 luglio 2010


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