Spie gialle su Internet
L’Internet cinese, con più di 130 milioni di navigatori di cui 32 a banda larga, con decine di migliaia di cyber caffè spuntati come funghi ai quattro angoli dell’immenso paese, si accontenta, per ora, d’occupare soltanto il secondo posto, dietro gli Stati Uniti, nella classifica dei più grandi spazi web al mondo.
Nata e sviluppatasi per incentivare e sostenere, con un aggressivo business online, la precipitosa rincorsa del paese all’economia di mercato, ha inevitabilmente prodotto, vista la natura del mezzo, effetti collaterali che preoccupano enormemente le autorità di Pechino: la circolazione in Rete non solo di articoli in vendita ma anche d’idee e temi considerati altamente pericolosi per la stabilità del regime.
L’ONI (OpenNet Iniziative) nata per scovare nel mare magnum di Internet la presenza di sistemi, sia a livello nazionale che aziendale, di filtraggio, sorveglianza e censura, evidenziandone poi i loro impatti sui diritti dei singoli e delle comunità, ha concentrato ultimamente i suoi sforzi sul “caso Cina” e, in partnership con le Università di Harvard, Cambridge e Toronto, ha portato a termine una ricerca: Internet Filtering in China in 2004-2005, dagli esiti allarmanti.
Il governo cinese, nel corso degli ultimi anni, mobilitando enti di Stato, agenzie pubbliche e private con un dispiegamento di circa 50 mila persone, ha messo a punto un sistema tecnologico e giuridico di sorveglianza e di censura su Internet che può essere ritenuto il più sofisticato sforzo del genere al mondo anche perché supportato da un vero e proprio “patchwork legale” formato da un’infinità di leggi e regolamenti per controllo all’accesso e alla pubblicazione del materiale online.
L’Internet cinese è, in pratica, sotto il pieno controllo dello Stato. Sono soltanto 9 gli IAPs (Internet Access Provider) autorizzati, ognuno dei quali è connesso al backbone dell’Internet globale. A loro volta, gli IAPs, che fanno riferimento a 3 Internet exchange points, anch’esse gestite dallo Stato, accordano ai fornitori di servizi Internet regionali (ISPs), che sono ormai sparsi a migliaia nel territorio, l’accesso al backbone. E su tutto, costantemente, incombe, l’occhiuta vigilanza del Ministero dell’informazione e dell’industria.
Il sistema di filtri, che comprende livelli multipli di regole e di controlli tecnici, si basa sulla sorveglianza e censura dei contenuti ed è veicolato attraverso molteplici metodi che includono pagine web, blog, e-mail, forum online ecc. L’ONI dopo aver sottoposto il sistema a molteplici test, è giunto alla conclusione che i filtri, sostanzialmente, agiscono in base ad una lista di argomenti ritenuti “sensibili” dal governo.
Se i cittadini provano ad accedere a siti che trattano temi tipo Tawain, l’indipendenza del Tibet, il movimento religioso Falun Gong, il Dalai Lama, piazza Tiananmen, i partiti d’opposizione politica, i movimenti anti-comunisti o più in generale di news (tra cui il portale della BBC) troveranno questi siti bloccati.
Diversamente da altri sistemi di filtraggio in uso in altri paesi, già esaminati dall’ONI, quello cinese appare sicuramente il più complesso, per la sua pervasività nonché per la sua capacità di funzionare dinamicamente modificando, secondo le necessità, i punti di controllo, e di conseguenza anche il più difficile da descrivere compiutamente. Tuttavia, per quel che concerne il posizionamento dei filtri, è stato possibile accertare l’esistenza di un duplice sbarramento: sia a livello di backbone che di provider.
Ci sono poi filtri particolari inseriti nei maggiori motori di ricerca, compresa la versione cinese di Google, capaci di rimuovere automaticamente, sulla scorta di parole chiave, certi risultati e news dalle loro liste. Parimenti, anche i blog provider devono sottostare ad un meccanismo di filtri ad hoc, basato su una lista di 987 parole ritenute a rischio, in grado di impedire o rimuovere quei post, editati dai circa 600 mila blogger cinesi, classificati come sgraditi.
Anche i cyber caffè, importanti punti d’accesso e di ritrovo per quei milioni di cinesi senza un computer in casa, sono sottoposti al moloch della censura digitale. I locali devono aver installato un sistema software di sorveglianza per il monitorare le attività in Rete dei frequentatori.
I proprietari, alla segnalazione di un qualsiasi accesso a materiali illegali, hanno l’obbligo di disconnettere immediatamente l’utente e fare rapporto sull’accaduto. Sono, inoltre, tenuti a conservare per almeno 60 giorni tutti i tracciati d’utilizzo di Internet. Tra l’ottobre e il dicembre 2004, sull’onda d’iniziative sempre più restrittive nei loro riguardi, più di 12 mila cyber caffè sono stati costretti a chiudere.
Un ulteriore motivo dall’allarme riguarda il supporto fornito da alcune grandi aziende americane all’Internet Filtering cinese . In particolare, attivisti ed organizzazioni per i diritti umani hanno più volte accusato la Cisco, titolare di una posizione preminente nella Internet cinese per aver implementato le principali dorsali (ChinaNet, CERNet), di aver disegnato e sviluppato apparecchiature specifiche, tra cui uno speciale router-firewall box.
Inoltre, è stato anche fatto notare che la tecnologia di filtraggio a pacchetto che Cisco ha fornito alla Cina per gli istradamenti sulle dorsali, composta da 12 mila routers, permetterebbe ai routers un filtraggio bi-direzionale con la possibilità di implementare qualcosa come 750 mila regole di filtraggio. Si tratta di tecniche progettate per contrastare i generici attacchi ad Internet, come la propagazione degli worm, ma facilmente utilizzabili anche per altri scopi, come, ad esempio, bloccare tutti quei dati non graditi al regime.
Pubblicato su Tuttoscienze (La Stampa) il 6 luglio 2005Cultura Digitale 2003 - ultimo aggiornamento: 5.03.2007
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