La Rete come Biblioteca
Con l’annuncio di “Organizzare l’informazione del mondo per renderla accessibile a tutti”, più di tre anni fa, Google dava il via ad una delle più grandi imprese tecno-culturali mai tentate: la digitalizzazione del sapere umano.
Nel giro di qualche anno – prometteva l’azienda di Mountain View – i “primi” 16 milioni di libri, custoditi in alcune delle più importanti biblioteche del mondo, sarebbero diventati liberamente consultabili da qualsiasi computer collegato ad internet.
Insomma, trasformare la rete in un’infinita biblioteca. Un’idea che al momento sembrò visionaria, ma che oggi, lo è molto meno. E non solo perché le tecnologie necessarie (scanner superveloci e ad alta definizione, formati di visualizzazione, banda larga ecc.) sono diventate infrastrutture acquisite ed in continuo perfezionamento, ma soprattutto perché ora risulta più evidente che si tratta di un’impresa la quale risponde ad esigenze tecnologiche, culturali ed economiche sempre più pressanti,
cioè trasformare il web immettendovi una tale massa critica di informazione qualificata da farlo emergere, attraverso il reperimento di informazioni selezionate mediante applicazioni avanzate tipo “booksearch”, come strumento di conoscenza, di studio, di lavoro, ma anche come spazio per un nuovo modello di business basato sulla presentazione, moltiplicazione e distribuzione sia fisica che virtuale del contenuto “libro”.
In realtà, il grande interesse per la digitalizzazione dei patrimoni librari, la vera e propria svolta, ha inizio tra il 1999 e il 2000, e non riguarda soltanto Google. L’iniziativa di trasferire i testi dalla carta ai bit era in verità partita molto prima, rimanendo però sempre confinata – per mancanza a quel tempo di tecnologie in grado di innescare grandi prospettive – nell’ambiente del volontariato telematico.
Un interesse, che poi quasi all’improvviso si trasforma in una sfida globale tra major di internet, colossi dell’informatica e grandi organizzazioni no-profit. Con la banda larga, con lo sviluppo delle reti digitali e relativo aumento esponenziale degli utenti del web, comincia la grande caccia ad accaparrarsi la “polpa” futura di internet: i contenuti.
Tra questi, ce n’è uno – fino a quel momento - per niente capitalizzato: i testi racchiusi nei milioni e milioni di libri “sepolti” nelle biblioteche di tutto il mondo. Da qui, il passo è breve: nasce l’idea della “mass digitization”, ovvero dell’acquisizione a tappeto dei magazzini librari in formato digitale.
I primi a gettarsi nell’impresa, sono quelli del “Million Book Project” nato dalla collaborazione tra Carnegie Mellon University Libraries e l’Internet Archive. L’obiettivo è interessante: creare una biblioteca universale se non altro dal punto di vista linguistico con il coinvolgimento di biblioteche ed istituzioni culturali asiatiche, ed in particolare cinesi ed indiane.
Poi, con l’ingresso in partneship anche della Bibliotheca Alexandrina, il decollo definitivo e la trasformazione in Universal Digital Library, con il risultato di più di un milione e mezzo di libri finora digitalizzati appartenenti a circa venti lingue diverse. Lo “start” di Google arriva subito dopo: accordo con cinque grandi biblioteche americane e inglesi e 270 milioni di dollari come budget iniziale.
La tecnologia messa in campo è di tutto rispetto: sistema di scanner superveloci da 15 mila libri a settimana. Ma cosa ancora più interessante, sono i due concetti di base che muovono il progetto: la conquista della leadership nella distribuzione e reperimento delle informazioni “culturalmente qualificate” in rete, e il perseguimento di un nuovo modello di business basato sui libri o meglio sulla promozione – mediante l’offerta dei testi on line – di nuovi titoli, autori ed editori.
L’iniziativa “pesante” di Google non poteva che scatenare reazioni. Si mobilita, infatti, a seguire una sorta di “Santa Alleanza”anti-Google: l’Open Content Alliance. Un’iniziativa con caratteristiche di eterogeneità dove compaiono insieme l’Internet Archive, Yahoo!, Microsoft, una quarantina d’importanti istituzioni bibliotecarie, e come supportes alcune major del calibro della software house Adobe Systems e della Xerox Corporation.
Un massiccio dispiegamento che ha come scopo primario quello di esercitare una forza centripeta sia sui possessori dei contenuti (le biblioteche) che sui potenziali fruitori, prospettando ai primi una “mass digitization” più attenta e di qualità, ed ai secondi una biblioteca digitale più aperta, più amichevole, più innovativa e nello stesso tempo più professionale, di quella enunciata da Google.
A suggello di queste “buone pratiche”, l’Internet Archive – “core” dell’OCA - lancia sul web “l’Open Library”. Un prototipo proposto attraverso due siti: uno con funzioni di vetrina dove sfogliare “virtualmente” i volumi già digilatizzati, l’altro invece per entrare nel progetto e testarne i requisiti d’apertura rispetto agli standard e di collaborazione con gli utenti nella gestione del catalogo on line, insomma un tentativo di rivoluzionare il profilo della biblioteca digitale con l’immissione di una robusta dose di “library 2.0”.
Nel frattempo, un altro colosso nel mondo delle “digital libraries”, la Library of Congress, non rimane certo con le mani in mano. E non solo per il continuo incremento “dell’American Memory project”, archivio digitale di grande successo - nato nel lontanissimo 1990 – con oltre 11 milioni di documenti storici messi finora on line, ma ora anche per l’avvio, dopo qualche anno di gestazione, di un progetto ambizioso: la “World Digital Library”.
Accesso mondiale, libero e ubiquo. Questo, in estrema sintesi, il programma. Pianificato insieme all’Unesco e con l’aiuto di Google, qui però nella sola vesta di finanziatore e fornitore generico supporto tecnologico. Progetto impostato sull’adesione di cinque grandi biblioteche e, come ulteriori prestatori di consulenza tecnica, anche sull’Applee Intel; e che prevede – entro il 2009 – la realizzazione di una biblioteca digitale multilingua e multiculturale in grado di fornire tramite internet un servizio per la distribuzione della conoscenza a livello mondiale.
Ma, la “mass digitazion”, differentemente da quello che gli inizi ed i successivi sviluppi potevano far pensare, non rimane solo terreno di scontro tra major, mega-istituzioni bibliotecarie e grandi fondazioni no-profit a stelle a strisce. Infatti, dopo il famoso allarme lanciato dalla Bibliotèque Nazionale de France nel 2005 sui rischi di una digitalizzazione dei patrimoni librari lasciata ai soli Google ed epigoni, prende il via il progetto Biblioteca Digitale Europea.
Nei piani della Commissione Europea, la futura BDE, oltre a rappresentare una risposta alla colonizzazione anglofoba della rete ed alla commercializzazione della cultura, nel giro di pochi anni, dovrebbe consentire la digitalizzazione e l’accesso on line a milioni di contenuti digitalizzati provenienti dalle biblioteche, archivi, musei ecc. dell’Unione ponendosi come portale delle tradizioni culturali e scientifiche dell’intero continente europeo.
Staremo a vedere, anche perché tra annunci così ambiziosi e concrete realizzazioni potrebbero mettersi di traverso vari fattori a cominciare dalla burocrazia e ripensamenti vari di Bruxelles. In generale, rimane che la realizzazione di un grande progetto di biblioteca digitale, si presenta – malgrado il superamento delle principali barriere tecnologiche – come un’impresa tuttora dagli esiti incerti.
Nonostante gli annunci, il dispiegamento di mezzi, gli investimenti spesso cospicui, la ricerca e la messa a punto di nuovi modelli di business centrati sul “contenuto libro”; la riuscita dei vari progetti – a dir la verità - non è al momento per niente assicurata.
Pesano, infatti, problemi e ostacoli di vario genere: alcuni insiti nei progetti stessi, qualcuno fattosi immediatamente presente, ed altri che magari cominciano appena a profilarsi all’orizzonte. Tutti però portatori degli stessi effetti: la possibilità di “sabotare” i piani con il rischio, al peggio, di far fallire il progetto, o nel migliore dei casi, snaturarne l’immagine o comprometterne gli obiettivi fondamentali. Tra questi, il copyright può essere considerata la “questione delle questioni”.
Dall’avvio delle “mass digitazion” si sta tentando di trovare una soluzione al fatto che i patrimoni delle biblioteche sono divisi tra libri di pubblico dominio e libri soggetti a diritti. I primi, pubblicati pressappoco prima del 1930, liberamente disponibili. I secondi invece, rispetto alle esigenze di copia digitale, totalmente indisponibili.
Da qui, per quest’ultimi, l’inizio di un’infinita ricerca nel tentativo di stabilire un nuovo equilibrio tra due esigenze a tutt’oggi inconciliabili: quella dei detentori dei diritti sempre più arroccati sulle loro posizioni e quella dei fautori “diritto collettivo”, dell’accesso libero e gratuito al sapere, raccolti sotto le insegne della “rivoluzione digitale”. Google, ad esempio, che ha puntato sul “fair use” e sull’opt-out, si è tirato addosso una bufera di critiche e denunce da parte di autori ed editori.
L’Open Content Alliance che, invece, ha scelto per ora un’altra strategia, dichiara di voler trattare solo materiale “free” ovvero di pubblico domino. E nel frattempo, l’Europa studia. Per preparare la strada alla BDE, la Commissione ha deciso intanto di riesaminare la normativa sul diritto d’autore, anche alla luce di una serie di consultazioni on line effettuate tra istituzioni culturali e detentori dei diritti, istituendo un gruppo di approfondimento ad hoc.
Incombe poi – con il progressivo abbandono del supporto cartaceo – il problema “fragilità” del digitale. Rispetto alla secolare carta, i nuovi supporti vantano cicli di durata preoccupanti: da qualche decina di anni per i supporti su disco o su nastro fino alla breve ed effimera durata – quasi giornaliera – delle pagine web.
Per non parlare del rischio incompatibilità tra i tanti formati finora prodotti, da cui deriva una grande emergenza – al momento priva di soluzioni risolutive – rispetto alla trasmissione e preservazione a lungo termine di tutta la memoria contenuta nei testi che velocemente stiamo convertendo in file digitali.
E “last but not least”, la questione dell’interoperabilità tra le tante biblioteche digitali, vale a dire la mancanza di uniformità tra gli standard di codifica utilizzati nelle varie campagne di digitalizzazione. Google, ad esempio, nel classificare il proprio materiale sembra che utilizzi standard non proprio aperti e quindi forse potenzialmente incompatibili con quelli di altri sistemi.
Tutto questo, in un prossimo futuro, potrebbe diventare un serio ostacolo all’integrazione degli archivi digitali e quindi alla libera individuazione, localizzazione e fruizione dei documenti attraverso internet. In altre parole, un impedimento grave da determinare un’altra causa di fallimento o di forte ridimensionamento nel progetto di trasformare la rete in un’immensa biblioteca.
Resta comunque il fatto che “l’attrazione fatale” libri - formato digitale - internet, malgrado scetticismi, traversie e difficoltà varie, sembra irresistibile. “Organizzare l’informazione del mondo” è sempre stata una grande sfida per la cultura, oggi lo è anche per la tecnologia, per il diritto, per il business. Sul risultato finale, per ora non ci è dato di sapere. Di sicuro è che stiamo assistendo ad una grande impresa i cui orizzonti sono però ancora tutti da definire.
Pubblicato su Biblioteche oggi n.4 2008
- Cultura Digitale 2003 -
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