Questione di etichetta
Come risposta alla fortissima diffusione della folksonomy, ormai presente in moltissimi siti e servizi sul Web, si stanno sviluppando tutta una serie di iniziative finalizzate ad esplorare le possibilità per giungere a forme di “tagging mediato”, cioè integrato entro schemi di classificazione alti (top-down).
Con un duplice obiettivo: sfruttare al meglio il “furore classificatorio” proveniente dal basso e soprattutto porre rimedio ai principali limiti della folksonomy: ambiguità, mescolanza, eccessivo sovraffollamento.
Un primo segnale forte in questo senso è venuto dal recente summit europeo di architettura dell’informazione (disciplina emergente che si occupa di classificare, organizzare strutturare informazioni on line) tenutosi a Berlino nel settembre scorso, dove sono stati presentati due interessanti progetti basati proprio sull’interazione tagging collaborativo e classificazione multidimensionale a faccette.
Il primo, italiano, chiamato “FaceTag”, ha come scopo quello di re-interpretare il modello del social bookmarking per ovviarne i limiti dei tags tramite l’integrazione con uno schema di classificazione multidimensionale a faccette.
Infatti, utilizzando congiuntamente tags, faccette e ricerche per parole chiave consente di strutturare semanticamente porzioni di termini incrementando la semplicità di ricerca, navigazione ed esplorazione di ampi spazi informativi, a tutto beneficio dell’utente finale, e nello stesso tempo, permette di contrastare uno dei problemi principali della folksonomy, vale a dire l’impatto della polisemia (ambiguità lessicale) e dell’omonomia sulle descrizioni.
Il secondo, “Metadata Threshold” ovvero soglia dei metadati, promosso dalla BBC, è invece presentato come una riuscita combinazione tra la folksonomy e il lessico professionistico utilizzato dall’autorevole emittente del Regno Unito. Più esattamente, in questo caso, la soluzione è stata quella “d’assorbire” i tags – inseriti liberamente dagli utenti – all’interno di un vocabolario controllato, o più precisamente, di un thesaurus a faccette.
Rimanendo in ambito britannico, c’è poi da segnalare l’esperienza avviata dal mondo dei musei. Qui, a fronte di una vera e propria esplosione - nel settore cultura - del “user – generated content” (UGC), sono state messe in cantiere alcune iniziative particolarmente interessanti.
A cominciare dal British Museum, che insieme con altri dieci musei inglesi, ha deciso di spalancare le porte alle nuove tecnologie centrate sugli utenti tipo “blogs”, “wikis” ecc., impegnandosi in un progetto finanziato dal Tesoro per la creazione di trenta argomenti UGC sul Web denominati “viaggi creativi”.
Queste istituzioni hanno deciso di incoraggiare, in vari modi, i loro utenti abituali nonché la più vasta platea del web a sperimentare forme di “tagging collaborativo” utile e di buona qualità, anche al fine di migliorare la loro reputazione on line.
Ad esempio, il sito del British Museum sta sperimentando uno spazio UGC dedicato ai ragazzi (British Museum children’COMPASS) dove i giovani utenti possono misurarsi con i contenuti in vari modi: interagendo con i materiali (immagini e testi attinenti agli oggetti esposti nel museo), interpellando gli esperti e perfino allestendo personalmente visite on line alla scoperta delle collezioni.
Non solo. Il museo intende a breve applicare lo stesso modello, completando lo sviluppo del nuovo formato, all’intero web site offrendo così opportunità UGC simili anche al più vasto pubblico adulto.
Infine, un’altra interessantissima iniziativa - sempre proveniente dai musei britannici - è il progetto “Steve museum”. L’obiettivo in questo caso è un po’ più ambizioso: far derivare dalle potenzialità della folksonomy uno schema di “catalogazione sociale”.
Si tratta, in pratica, del primo sito culturale ad aver adottato il “tagging” come forma di gestione per le proprie collezioni. Gli utenti sono invitati a lavorare insieme all’interno di Steve, generando descrizioni di manufatti artistici con l’obiettivo di fornire nuovi canali d’accesso ai contenuti culturali.
Per raccogliere i tags degli utenti e testarli rispetto alla terminologia professionale, è stato messo a punto un prototipo che poi, nel settembre 2006, è diventato la release 1.0 del prodotto open source: “steve tagging tool”. Gli ideatori del progetto sostengono che “le persone sperimentano differenti cose.
Quello che uno specialista nota può non essere importante per un membro del pubblico, e viceversa, le parole che un curatore usa possono non essere familiari per il frequentatore medio del museo. Permettere agli utenti di descrivere le collezioni – usando i loro gerghi o linguaggi – può aiutare altri utenti a trovare cose che interessano loro”.
Stessa lunghezza d’onda del guru del Web David Weinberger che, a proposito della folksonomy, ha più volte fatto notare “che spetta ai lettori, e non già agli autori, dare un’etichetta agli oggetti. Un autore è un’autorità rispetto al suo lavoro, ma non rispetto a quello che può significare per gli altri”.
Il progetto Steve, in sostanza, scommette su una maggiore comprensione delle strategie degli utenti e di conseguenza su un miglior uso della folksonomy. Nel far questo suggerisce che lavorando sul potenziale caos dei tags è possibile ricercare un ordine, trovare nel loro insieme forme di composizione fino ad ottenere strumenti di mediazione per l’accesso all’informazione.
Insomma, non solo la prova che la folksonomy
può dotarsi di una struttura, ma anche la possibilità d’arrivare
– in breve - ad un modello esportabile in diversi altri campi.
Pubblicato su Nòva (Il Sole24ore) 1 febbraio 2007
- Cultura Digitale 2003 -
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