I pc sporcano come i jet
Il riscaldamento globale è anche colpa dei computer. Lo sostiene l’organizzazione ambientalista inglese Global Action Plan nel recente rapporto An Inefficient Truth. Titolo – che oltre ad ammiccare al celebre film-documentario di Al Gore – ha il merito di andare subito al cuore del problema, e cioè che all’impetuosa crescita, su scala mondiale, del settore ICT (Information and Communication Technology) non ha fatto riscontro un corrispettivo progresso dell’efficienza energetica e della progettazione eco-compatibile di apparati e dispositivi,con il risultato che il 2% dei 49 miliardi di tonnellate di CO2 scaricati ogni anno nell’atmosfera causa attività umane è da addebitare proprio al comparto ICT.
Si tratta di ben 1 miliardo di tonnellate di anidride carbonica che il rapporto rintraccia mettendo insieme una messe di dati provenienti da università, enti governativi, istituti di monitoraggio e ricerca britannici, europei, statunitensi e giapponesi.
Un computo che squarcia il velo su una realtà a molti misconosciuta: la rete di un miliardo e più di computer che avvolge il pianeta avrebbe, in sostanza, lo stesso impatto ambientale di una delle industrie ritenute più inquinanti a livello globale, quella aeronautica.
Non è una buona notizia per l’immagine dell’high tech, anche se il Global Action Plan prende soprattutto in esame le performance delle workstation aziendali e quelle dei dipartimenti ICT basati su server e data center.
Nel solo Regno Unito, dove si calcola che ci siano almeno 10 milioni di PC negli uffici, il sistema informatico assorbe il 10% del consumo totale di elettricità: l’equivalente della produzione di 4 centrali nucleari.
Consumo - da qui al 2020 - destinato a crescere vertiginosamente soprattutto grazie al dispiegamento di server farm sempre più estese, tenendo presente che un server di medie dimensioni, tra energia necessaria al funzionamento e quella al raffreddamento mediante impianti ad aria forzata - ha la stessa impronta ecologica di un SUV da 5 chilometri a litro.
Per non parlare poi degli sprechi. E’ stato stimato che ben il 30% di tutta l’energia consumata dai PC è dovuta alla cattiva abitudine di lasciarli accesi anche quando non sono utilizzati.
Un recente studio, ha rivelato che più di un terzo degli impiegati del Regno Unito non spengono, a fine del turno di lavoro, i propri computer, con un costo aggiuntivo di circa 123 milioni di sterline l’anno sulla bolletta energetica.
C’è poi il problema della carta. Soltanto negli uffici del Regno Unito – tra stampanti, fotocopiatrici, fax - si stampano ogni anno circa 120 miliardi di fogli. Impilandoli si otterrebbe la montagna (di carta) più alta della Terra: oltre 10 mila metri. Si tratta di un volume di materiale che solo per la sua fabbricazione è causa dell’emissione di circa 1,5 milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera.
Ma forse, l’aspetto più sorprendente è la scarsa consapevolezza degli stessi informatici sulle ricadute ambientali dovute alle attività del loro settore.
Studiosi statunitensi, dopo aver calcolato che Internet sarebbe responsabile dell’emissione di più di 45 miliardi di CO2 l’anno, hanno realizzato co2stats.com, un sito capace di calcolare le emissioni di blog e siti web e poi “spostarle” investendo – mediante sponsor pubblicitari – su progetti per energie rinnovabili.
Global Action Plan ha voluto invece interpellare direttamente gli esperti effettuando un sondaggio tra gli amministratori ICT. Dalle risposte ottenute è risultato che ben 86% di essi sembra ignorare l’impatto dell’ICT sull’ambiente, mentre il 56% mostra di non avere il polso della situazione riguardo ai consumi, cioè di non sapere praticamente nulla sui costi per l’alimentazione elettrica dei propri apparati.
Infine, come ulteriore minaccia, si profila, l’inquinamento da rifiuti elettronici. Ogni anno - nel mondo - sono venduti circa 230 milioni di computer e, nello stesso tempo, circa 125 milioni vengono dismessi.
Tutto questo alimenta un ciclo, per la maggior parte incontrollato, a forte rischio ambientale. Greenpeace, con la recente pubblicazione del rapporto Toxic Tech, ha lanciato l’allarme.
Il flusso RAEE (rifiuti da apparecchiature elettriche elettroniche) – che comprende anche cellulari e TV – produce (stima ONU) circa 50 milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici l’anno, pari al 5% di tutti i rifiuti solidi urbani generati nel mondo.
La quasi totalità di questo materiale, che finisce o bruciato in discariche incontrollate in Africa oppure riciclato clandestinamente in Asia, sprigiona - causa i trattamenti rudimentali a cui viene sottoposto - micidiali cocktail di composti chimici altamente nocivi per la salute umana.
Soluzioni?
Global Action Plan ne propone diverse, sottoforma di interessanti case studies: una migliore efficienza energetica attraverso l’implementazione di virtual server e di thin client, l’utilizzo negli uffici di sistemi di power management software per risparmio elettricità con abbattimenti (calcolato per il Regno Unito) nell’ordine di CO2 di 250 tonnellate annue,
l’introduzione massiccia delle videoconferenze al posto dei viaggi aerei, l’impiego di tecnologie per fabbricare ed assemblare i computer in grado di abbassare i consumi e gli sprechi di circa il 60%.
Mentre una raccomandazione “ecumenica” arriva dal 2008 European Green IT Summit, tenutosi a Londra gli scorsi 13 e 14 marzo: pensare più al domani per usare più consapevolmente le tecnologie oggi.
Pubblicato su Tuttoscienze (La Stampa) il 9 luglio 2008
- Cultura Digitale 2003 -
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