Open Library: la Biblioteca Digitale 2.0
“Nostro scopo è raccogliere ogni libro esistente – in commercio, fuori catalogo, antico, disponibile soltanto in biblioteca, digitalizzato, in solo formato testo ecc. – e creare un libero accesso sul web a questo materiale librario proveniente da tutto il mondo”.
A prima vista, potrebbe sembrare l’ultima, tra le “mission” stile Google, per annunciare l’avvento l’ennesima biblioteca universale. Ma questa volta, nel “mare magnum” delle iniziative di biblioteche digitali on line, pare invece spuntare qualcosa di nuovo, qualcosa che da più parti viene descritto come rivoluzionario.
Si tratta dell’Open Library di Aaron Swartz, ultimissimo prodotto della fucina dell’Internet Archive, ovvero del più grande e dinamico repository “melting pot” on line del mondo.
Tra “2.0” ed aspirazioni borgesiane, il progetto di questa nuova biblioteca digitale gioca le sue carte puntando su un modello non convenzionale, aperto, collaborativo, e universale.
Il tutto basato su alcune innovazioni tecnologiche e biblioteconomiche che potrebbero segnare una svolta nei progetti di “digital libraries”, ma che intanto fanno discutere nonché storcere il naso a più di un bibliotecario.
Roy Tennant, della California Digital Library nonché collaboratore dell’OCLC, in un suo intervento sull’Library Journal.com, ha in pratica liquidato l’operazione e non tanto per le velleitarie pretese “universalistiche”, quanto per la poca serietà d’impianto: un catalogo generato e gestito dagli utenti (?!) e un nuovo “metadata schema” che, una per tutte, prevede un campo autore, a suo dire, poco affidabile….
Comunque, quello che per alcuni sembra poco convincente, è proprio il “core” della Open Library, vale a dire il suo nuovo modello tecno-organizzativo centrato sul cosiddetto utente “UGC “. Un sistema ispirato al “web partecipativo” e imperniato su un nuovo formato di catalogazione, un nuovo database e un sistema wikiper la gestione dei dati e contenuti.
FutureLib è la novità per quanto riguarda lo “schema metadati”, uno standard che a differenza del MARC tiene conto non solo delle esigenze dei bibliotecari ma anche di quelle degli editori (vedi formato ONIX) e soprattutto degli utenti.
Su piattaforma POstgreSQL gira invece ThingBD, nuovo modello di database flessibile per l’organizzazione dei dati. Ed infine c’è Infogami, un software wiki particolarmente duttile in grado di manipolare e ricombinare i dati potenziando “in primis” le caratteristiche di ThingBD ma implementando anche tutte le altre articolazioni del sistema (le pagine del website, i tools di catalogazione, i template ecc.), con un ruolo – all’interno del modello proposto – così importante che il progetto “Open Library” potrebbe anche definirsi: “ un wiki globale per catalogare, archiviare e socializzare libri d’ogni epoca e genere”.
Tuttavia, l’approccio “2.0” – stimolante e al tempo stesso controverso - realizza solo una parte di quella “biblioteca digitale aperta” immaginata da Aaron Swartz. L’altra è data dall’adesione al movimento “open access”.
Il progetto fa, infatti, parte dell’Open Content Alliance – centro di aggregazione di progetti di digitalizzazione con standard condivisi – e di conseguenza adotta il protocollo OAI-PMH, cioè la tecnologia emergente per disegnare una cooperazione a a 360° in rete tra comunità interessate, in questo caso bibliotecari, istituzioni, editori e utenti.
Già oggi, il cosiddetto mondo “open access” è una realtà di milioni di documenti digitalizzati (repository oai-pmh compatibili) sparsi nel web, e con l’harvesting, tramite il protocollo OAI-PMH, diventa possibile raggiungere collezioni e risorse che interessano, prelevare i metadati, e popolare, aggiornare ed arricchire i propri opac e cataloghi, come quello dell’Open Library.
Anche Google, come tutti sanno, sta costruendo, con grande dispiego di mezzi e di risorse finanziare, una biblioteca digitale universale. Ma la sua incerta posizione rispetto all’open access, più precisamente sulla condivisione degli standard di codifica, potrebbe addirittura compromettere il progetto, creandogli in futuro grossi problemi dal punto di vista dell’interoperabilità ed onerosi interventi di conversione.
Riguardo poi alle aspirazioni “universalistiche” dell’Open Library – messo in conto l’inevitabilmente scetticismo che accompagna questo tipo di “annunci ad effetto” – il progetto, a differenza d’altri, ambiziosamente lanciati negli ultimi tempi sul web, ma poi spesso attestatesi in una sorta di limbo - può effettivamente, da questo punto di vista, mettere in campo qualcosa in più, cioè il fatto d’agire nell’ambito dell’Internet Archive e dell’Open Content Alliance.
Due grandi catalizzatori di risorse sul web. In particolare l’OCA ha mostrato di voler perseguire – a cominciare dall’interoperabilità – una politica davvero globale con il coinvolgimento di università, istituzioni culturali e biblioteche di tutto il mondo così da fornire un modello e basi per sviluppare effettivi progetti di biblioteche universali. Non solo.
l’Internet Archive già offre gratuitamente – a parte tutti gli altri formati multimediali stipati nel suo mega-archivio web – oltre 200 mila libri in formato digitale; mentre – ritornando all’Open Content Alliance – va anche aggiunto che la sua – diversamente da quella di Google – può essere ritenuta una “mass digitazion di qualità” sia dal punto di vista dell’acquisizione che da quello dell’accesso e dei servizi. Insomma, per l’Open Library, due partner di tutto rispetto capaci di garantirgli un vasto orizzonte di riferimento.
Viste potenzialità e prospettive, sorge, a questo punto, spontanea un’ultima domanda: al momento, il progetto di Aaron Swartz cosa offre? Non poco. Il suo debutto sul web è progredito attraverso la pubblicazione di due siti: Il primo, creato direttamente dall’Internet Archive, un classico “sito vetrina”- ricco d’informazioni sul progetto – ma realizzato soprattutto per mostrare come i libri possono essere suggestivamente rappresentati on line.
Il secondo, assai più interessante, invece un vero e proprio demo-site. Scorrendo quest’ultimo, ci si può fare un’idea abbastanza precisa su quello che è, che sta diventando, e che sarà, l’Open Library.
Utilizzando – ad esempio - l’opzione “Guided Tour” si possono testare le diverse interfacce con le possibili risposte del catalogo on line rispetto alle principali tipologie di risorse trattate: libri in commercio, libri fuori catalogo e/o antichi già acquisiti in formato digitale, oppure altri generi di documenti a cominciare dagli articoli scientifici.
Ovvia discriminante, anche nel caso dell’Open Library come del resto in tutti i progetti di digital libraries: l’accesso ai contenuti, vale a dire la questione copyright. Anche in questo caso la disponibilità “full text” – con eventuale download” con scelta tra diversi formati - riguarda solo i volumi di pubblico dominio, mentre per i libri in commercio - più o meno recenti - coperti da diritto d’autore, è solitamente offerto un estratto (il più delle volte il I capitolo), cenni biografici dell’autore , link al suo website e link alle principali librerie on line della rete nel caso che si voglia procedere all’acquisto di una copia.
Infine, a ribadire la carica innovativa del progetto anche e soprattutto dal punto di vista della comunicazione, c’è il blog “Disruptive Library Technology Jester” che propone “l’Open Library Demostration Screencast”: un video di circa 12 minuti per lasciarsi guidare tra pagine del demo-site con tanto di dimostrazioni e spiegazioni, una carrellata per gettare un inedito colpo d’occhio su un progetto di biblioteca digitale.
Pubblicato su Biblioteche oggi n.1 2008
- Cultura Digitale 2003 -
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