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La porta del Mediterraneo

Il recente progetto del presidente francese Sarkozy di realizzare una “Unione Mediterranea”, ha riportato al centro dell’interesse il bacino del Mediterraneo. Uno spazio dove da sempre diverse società si sono scontrate/incontrate intessendo  infiniti rapporti.

Anni fa, in “Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II”, il grande storico francese Fernand Braudel, scriveva: “ il Mediterraneo non è un mare, ma una successione di pianure liquide comunicanti per mezzo di porte più o meno larghe...”.  

Varchi non solo geografici ma anche culturali, che nei secoli hanno permesso la sedimentazione di una memoria comune alle due sponde. E ben prima di Sarkozy , mosso da  ragioni geopolitiche,  della specificità e ricchezza dell’area se n’era accorta la Comunità Europea con una serie di politiche mirate alla regione “euromediterranea”.  

Azione che via via si è andata concretizzandosi in diverse iniziative. Tra le ultime, la “Interreg IIIB MEDOCC”: un programma specifico per il Mediterraneo Occidentale teso a promuovere una maggiore integrazione tra UE e sponda sud del bacino mediante l’elaborazione di strategie e priorità comuni.

Programma, beneficiato da uno stanziamento comunitario complessivo di oltre 103 milioni di euro, e che ha tra i suoi assi principali: “la strutturazione di un’identità del bacino mediterraneo mediante la valorizzazione del patrimonio culturale comune nel riconoscimento delle reciproche tradizioni”. Obiettivo ambizioso.

Per la cui realizzazione, nell’aprile 2006, è stato avviato il progetto “Aristhot”. Punto di partenza: le scienze intese come costante storica dello scambio nell’area mediterranea, e di conseguenza l’idea di raccogliere e diffondere la conoscenza di queste relazioni attraverso la creazione di un corpus testuale ed iconografico sulle “Scienze nel Mediterraneo”.

Per raggiungere lo scopo, 14 partner appartenenti a 9 paesi dell’Unione Europea (Spagna, Francia, Grecia, Italia, Malta) e dell’area africana (Egitto) e mediorientale (Libano e Turchia) – tra cui istituzioni prestigiose e ricche di testimonianze quali la Bibliotheca Alexandrina (Egitto), l’Università degli studi di Cagliari, il National Archives of Malta, l’Archivio storico della Murcia (Spagna) ecc. – hanno costituito un network che si avvale delle ultime tecnologie messe a disposizione dalla Società dell’Informazione.

E proprio nei giorni scorsi, dopo circa due anni dall’avvio ed un iniziale finanziamento di 800 mila euro, è stato presentato a Cagliari il primo tangibile risultato: la “Biblioteca Digitale del Mediterraneo”, già consultabile online all’indirizzo: http://www.aristhot.eu.

In realtà, il progetto ha potuto subito esibire ai nastri di partenza una banca dati digitale di tutto rispetto, e questo grazie alla decisione opportuna di procedere all’accorpamento tra Aristhot e un progetto simile, partito in precedenza,  nel 2003: “Internum”, finalizzato anch’esso alla digitalizzazione e condivisione virtuale del patrimonio documentale dei paesi d’area mediterranea.  

Al momento, sono circa 70 tra università, agenzie culturali, biblioteche, archivi, centri documentali, musei ecc., gli istituti impegnati (a vari livelli) nella costruzione della biblioteca digitale, progetto “in progress”.

Le priorità sono: incrementare il più possibile la base dati – che già comunque contiene più di 210 documenti in formato digitale e complessivamente circa 500 mila catalogazioni – e sviluppare le migliori procedure per la disseminazione e l’accesso al patrimonio digitalizzato con particolare riguardo alla messa a punto dell’interfaccia multilingua (inglese, arabo, catalano, spagnolo, francese, greco, italiano, maltese e turco).

Inoltre, si lavora all’utilizzazione e sviluppo di standard aperti come l’XML-EAD (che consente di acquisire e pubblicare da qualsiasi fonte dati) e all’implementazione di soluzioni “e-learning” per una più efficace “dissemination”.

Ogni istituzione partecipante ha selezionato i suoi materiali scientifici secondo particolari aree tematiche concernenti le scienze naturali (matematica, astronomia, botanica ecc.), le scienze applicate (medicina), le scienze tradizionali (alchimia), le scienze storiche (archeologia, paleografia, storia ecc.), procedendo poi alla fase della digitalizzazione.

Ed è facile costatare come una tale campagna di conversione di libri, manoscritti, mappe, carte geografiche, diari navali, immagini ecc., rappresenti un’impresa umana unica nel suo genere capace anche di rafforzare la “cultura del dialogo”:  centinaia di persone tra tecnici ed esperti – dislocati nei tanti “depositi della memoria” sparpagliati lungo le coste del Mediterraneo –  contemporaneamente impegnati per il raggiungimento di un obiettivo comune.

Sullo scaffale virtuale di Aristhot, è stata finora la  Bibliotheca Alexandrina a fare la parte del leone mettendo online centinaia e centinaia di pagine dei suoi manoscritti (all’incirca XVI –XIX sec.) d’argomento scientifico, in particolare trattazioni di medicina, farmacologia, chirurgia ecc., ma anche le biblioteche, gli archivi e le istituzioni culturali spagnole e francesi stanno lavorando di buona lena. Riguardo poi l’Italia, di particolare interesse è il lavoro fatto in Sardegna.

Il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Cagliari – che figura tra i 14 partner del progetto – insieme all’Archivio storico ed alla Biblioteca studi sardi del capoluogo, grazie ad uno stanziamento di 100 mila euro, sono, infatti,  impegnati in un progetto che vuole mostare come il passato della Sardegna non sia stato solo pastorizia ed identità linguistica, ma anche produzione scientifica:  erbari del settecento sulla flora locale e molti trattati di medicina e sanità pubblica ne rappresentano alcuni tra i più pregevoli esempi.

Sono già 30 mila le pagine di libri, documenti ed altri materiali rari, digitalizzate a Cagliari. E il prossimo coinvolgimento d’altri istituti, come le biblioteche di diverse facoltà scientifiche, il museo di fisica,  di antropologia, di etnografia,  nonché numerose collezioni private, lasciano prevedere futuri incrementi.

Pubblicato su Nòva (Il Sole24ore) 24 luglio 2008


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