Internet
sceglie l'anarchia
Nonostante autorevoli critiche – “una forma di slang”
secondo il “padre” del World Wide Web Bernes-Lee e “uno
specchietto per le allodole” per l’inventore dell’XML
Tim Bray,– il cosiddetto “web 2.0” continua imperturbabile
la sua marcia mettendo in moto iniziative, attirando curiosità, suscitando
interessi.
Forse perché, a parte la genericità, il viral marketing e i tornaconti economici (vedi campagna acquisti di Yahoo! per accaparrarsi le prime startup targate web 2.0) di cui viene soventemente tacciato, è anche capace far intravedere qualcos’altro, un qualcosa capace, secondo alcuni, di cambiare addirittura il corso del Web.
Il primo a capirlo è stato Joshua Schachter quando nel 2001, immaginando “un bookmarks sociale che permettesse di aggiungere siti preferiti alla propria collezione di link, catalogarli con parole chiave e condividerli con gli altri”, crea quello che poi diventa il “simbolo” di maggior successo del web 2.0: il sito del.icios.us, che in soli pochi anni raggiunge (dati del 2005) i 300 mila utenti e il milione di link archiviati.
Schachter intuisce la possibilità di invertire il flusso delle informazioni che si propagano nel Web, vale a dire di superare il modello di front end statico calato dall’alto fatto di documenti ipertestuali e servizi in cui il gestore è anche l’autore dei contenuti (web 1.0) per passare allo schema opposto dove la propagazione parte dal basso attraverso la riconversione degli utenti da fruitori passivi in attivi “creatori-miscelatori-aggregatori-condivisori” di contenuti (web 2.0).
Capovolgere l’origine delle informazioni implica, inevitabilmente, anche una rivoluzione nella sua organizzazione. A fornire una veste concettuale al nuovo contesto è Thomas Vander Wal, architetto dell’informazione, che ispirato da una discussione online, mettendo insieme le parole“folks”(gente) e “taxonomy” (tassonomia), conia il neologismo ad hoc: folksonomy.
Da qui, una filosofia, una metodologia e una tecnologia per riorientare il Web su i progetti, le vite personali e i bisogni conoscitivi della gente.
In alternativa alla classificazione tradizionale, tassonomica, basata su un “linguaggio controllato” (standard internazionali, thesaurus, ontologie, soggettari ecc.) la folksonomia propone una classificazione sociale, dal basso, che attinge al linguaggio “vivo”, creata dagli stessi utilizzatori che attribuiscono liberamente parole chiave alle risorse via via incontrate o messe sul Web allo scopo di condividerle.
La metodologia è quella di gruppi di persone che collaborano per organizzare le informazioni disponibili attraverso internet.
La tecnologia è, invece, quella del “tagging”, cioè dell’etichettatura delle informazioni in rete (un post blog, una url, un video, una foto, un link) mediante attribuzione di “tag” che generano classificazioni rapide, distribuite e scalabili, alimentando il nuovo universo informativo chiamato “tagosfera”.
Le informazioni così indicizzate rappresentano anche un’alternativa ai motori di ricerca classici perché permettono il recupero di quei contenuti più nascosti del Web conosciuti solo da appassionati e addetti ai lavori.
Un esempio in questo senso è Technorati, il primo motore di ricerca dedicato al mondo dei blog, che giunto al suo terzo anno d’attività consente ricerche attraverso i post di circa 50 milioni di blog.
Ma, c’è di più. Tutte caratteristiche fin qui accennate e raccolte sotto la definizione “folksonomy” hanno dato vita al cosiddetto “social software” replicato poi in serie di siti che basati sulla condivisione, al momento meglio di chiunque altro, grazie alla popolarità in breve tempo raggiunta, sembrano in grado di personificare il fenomeno web 2.0.
Oltre Del.icio.us specializzato in social bookmarking, YouTube per la gestione e condivisione video, Flickr per la condivisione delle immagini con un archivio con oltre 5 milioni di foto.
Anche la ricerca scientifica si è accorta del web 2.0 e soprattutto degli attributi della folksonomy. L’Università di Roma “La Sapienza” ha, infatti, messo in cantiere il progetto “Tagora” finalizzato a studiare le dinamiche del web del futuro, ed in particolare a “sviluppare la matrice che porta il caos dalla sommatoria degli interventi individuali all’ordine di un archivio finale”.
In pratica, la possibilità, come sostiene il sociologo dei media Derrick De Kerckhove, che la “tagosfera” diventi una costruzione collettiva del sapere tramite una collaborazione spontanea, collaborativa, non prestrutturata, che ha nel tag il suo elemento centrale.
Ma se invece dovesse prevalere il caos? Ci ritroveremo, come sostengono i pessimisti, un Web assai più simile ad un “dizionario impazzito”?
E nell’attesa, c’è anche chi come Tim O’Reilly, editore del digitale ed estensore di un controverso “Manifesto sul nuovo web”, rivendica addirittura l’esclusiva sull’uso commerciale del termine “web 2.0”. Come dire, nell’incertezza, intanto avanti tutta con il business.
Pubblicato su Tuttoscienze (La Stampa) 3 gennaio 2007
- Cultura Digitale 2003 -
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