\ & BIBLIOTECHE DIGITALI

La grande guerra. La vera storia del conflitto tra Google ed Europeana

Nei laboratori dell’Università di Oxford instancabili “book scanner” sono in azione da qualche mese: entro i prossimi 3 anni, al ritmo di 10 mila libri a settimana, digitalizzeranno oltre un milione di volumi provenienti dal  prezioso patrimonio della Boodleiana, una delle più antiche e prestigiose biblioteche del mondo, seconda in Inghilterra solo alla British Library.

Ogni settimana cinquemila volumi lasciano gli scaffali della Bavarian State Library per convergere su una località segreta della Baviera dove in un apposito “scanning center”vengono digitalizzati.

Stesse attività di copiatura digitale fervono in altre parti del mondo: nelle biblioteche universitarie di Harvard, Stanford, Michigan, Princeton e California, a Manhattan nella Biblioteca Pubblica di New York, a Barcellona nella Biblioteca Nazionale di Catalogna, a Madrid nell’Università Complutense, ed anche presso la Biblioteca Universitaria di Keio in Giappone.

Queste squadre di scanner – nuovi amanuensi del XXI secolo – sono le truppe scelte di Google Books, uno dei progetti più visionari di Larry Page e Sergey Brin, lanciato nel 2004 per “organizzare la conoscenza del mondo on line ad accesso istantaneo e gratuito” attraverso la realizzazione della più grande digitalizzazione di massa mai immaginata: l’acquisizione di milioni e milioni di libri custoditi (e spesso dimenticati) nei magazzini delle biblioteche.

Stipulati i primi accordi – con università e biblioteche in prevalenza statunitensi – è così partita la costruzione della prima Biblioteca Digitale Universale della storia. Una sfida incredibile, rievocatrice il sogno, o meglio l’utopia, che ha sempre attraversato la civiltà: una biblioteca che riunisca tutti i sapere accumulati, tutti i libri mai scritti.

Una sfida – che grazie al know-how ormai disponibile – diventa ora possibile,  come gli oltre 10 milioni di libri già digitalizzati, a sei anni dell’avvio dello “scanning book” targato BigG, sono lì a confermarlo.

Ma, una domanda sorge spontanea: perché l’azienda di Mountain View si è imbarcata in un’impresa del genere? Dan Clancy, ideatore e responsabile di Google Books, sostiene che si tratta di “una grande operazione democratica grazie alla quale tutti potranno reperire facilmente libri che da anni non vengono più stampati”
Acquisito l’afflato filantropico in perfetto stile Google, è possibile individuare anche altre ragioni forse un po’ più stringenti rispetto alle logiche aziendali.

Da un punto di vista generale, il libro digitale si avvia a diventare  il “contenuto” strategico candidato a caratterizzare – in quanto sempre più appetibile e conteso – il futuro prossimo del mercato  del digitale, e di conseguenza Google, leader incontrastato dei motori di ricerca, sa bene di poter utilizzare al meglio il  vantaggio tecnologico acquisito nella ricerca web anche in questo nuovo settore, vale a dire all’interno di una biblioteca digitale universale contenente libri digitalizzati integralmente ricercabili, che in altre parole significa: la possibilità di dirottare il traffico utenti – tramite link in crescita esponenziale – sulle sedi commercialmente più opportune (librerie virtuali, bookstore, OPAC ecc.)

Il 24 gennaio 2005 compariva su Le Monde un articolo dal titolo “Quand Google dèfie l’Europe” dove l’allora direttore della Biblioteca Nazionale Francese (BNF), Jean-Noel Jeanneney, lanciava l’allarme sui rischi di una digitalizzazione massiva dei patrimoni librari lasciata al solo Google.

La preoccupazione inizialmente è rappresentata – soprattutto in Francia -  dalla possibile colonizzazione anglofona della rete e commercializzazione della cultura. Ma ben presto, nella valutazione di una risposta europea alla mass digitization” intrapresa da Google, prendono il sopravvento valutazioni di carattere più economico.

La Commissione che punta a creare un mercato unico del digitale europeo, vede anche nel contenuto “libro digitale” ( insieme ai contenuti iconografici, musicali, audiovisivi) un’opportunità per il settore produttivo e distributivo di contenuti digitali verso una platea immaginata sempre più vasta di utenti/consumatori europei.

La Biblioteca Digitale Europea – progettata per consentire la digitalizzazione e l’accesso on line a milioni di contenuti culturali provenienti dalle biblioteche, archivi e musei del vecchio continente – si trasforma nel 2008 in “Europeana”,  portale aggregatore del patrimonio culturale europeo che ad oggi risulta aver raccolto oltre cinque milioni di oggetti digitali, ed a differenza di  GoogleBooks che digitalizza solo libri, presenta un profilo multimediale, vale a dire non solo testi, ma anche documenti sonori, immagini, video ecc.

Insomma, la risposta alla sfida di Google sembra  lanciata. Ma Europeana, che dovrebbe rappresentare l’espressione digitale del patrimonio culturale di ben 27 paesi e 23 lingue, nasconde diverse pericolose debolezze. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha recentemente dichiarato: “sulla digitalizzazione del nostro patrimonio culturale, non ci lasceremo spodestare a vantaggio di un operatore che è tanto simpatico quanto americano” . In queste parole,  oltre “grandeur” francese, si cela l’ambiguità originaria di Europeana.

La Biblioteca Digitale Europea, più che in sede comunitaria, nasce da una forte sollecitazione francese: più del 50% dei cinque milioni e passa di contenuti finora aggregati arrivano da un solo paese, la Francia. E mentre viene annunciato un grande investimento (750 milioni di euro) per la digitalizzazione del patrimonio nazionale francese perché si “deve procedere autonomamente all’acquisizione digitale della cultura del paese”, Gallica – la piattaforma digitale, fiore all’occhiello della Biblioteca

Nazionale di Francia -  presenta performance alquanto modeste: negli ultimi otto anni è riuscita a digitalizzare soltanto 300 mila opere in formato testo. In questa situazione spunta allora la possibilità – a prima vista contraddittoria -  di cercare anche un accordo con il “nemico”. “Se Google ci permette di andare più veloce e più lontano, perché no?”  chiosa a sorpresa il nuovo direttore della BNF, Denis Bruckmann.

In realtà, il fine dell’atteggiamento nazionalistico francese avrebbe come obiettivo il raggiungimento del migliore accordo possibile con Google. Ed il motivo è molto semplice: oggi solo l’azienda di Mountain View ha capacità, tecnologia, organizzazione e risorse per far procedere speditamente la digitalizzazione di massa.

Europeana non digitalizza in proprio come GoogleBooks, ma è un aggregatore di contenuti già digitalizzati da una fitta rete di istituzioni culturali sparse sul territorio dell’Unione. La scommessa su cui è nata la biblioteca digitale europea è far decollare  la digitalizzazione di massa a livello di stati europei. Ma proprio qui è nato il problema con relativi ritardi.

Le digitalizzazione avviate sono state finora insufficienti e scoordinate:  i libri si digitalizzato soprattutto in Polonia e Ungheria, giornali e riviste in Finlandia ed Estonia, le immagini provengono in buona parte dai musei rumeni, con  ovvi paradossi come ad esempio riguardo i classici della letteratura europea che quando risultano disponibili lo sono quasi sempre in lingue diverse da quelle originali (Goethe in polacco, oppure in ungherese…difficilmente in tedesco).

E tutto questo mentre GoogleBooks procede a tappeto, biblioteca dopo biblioteca, e veloce come un treno. Ma il vero dramma della scommessa digitale europea non è tanto l’avanzare in ordine sparso quanto la cronica mancanza di risorse. La digitalizzazione è costosa. Scansionare un libro costa in media 70 euro.

Convertire in formato digitale una biblioteca di medie dimensioni (500 mila volumi) può già significare investimenti astronomici, nell’ordine delle decine e decine di milioni di euro. Chi può permettersi una digitalizzazione a tappeto delle biblioteche (solo in Italia ce ne sono circa 25 mila). Al momento sembra nessuno, tranne Google.

Europeana per il biennio 2009-2011 potrà contare su una dotazione economica di appena 6,2 milioni di euro, mentre i finanziamenti degli Stati membri rimangono allo stato attuale solo una mera promessa. La sfida tra Europeana e GoogleBooks, è stato osservato, si gioca e si giocherà intorno a due punti cardine: la “mass digitization” e la questione “copyright”. 

Sul primo punto l’Europa è in grave difficoltà, ma anche sul secondo non se la passa granché bene. Anche se, a dire il vero, rispetto al “copyright” ognuno ha i suoi guai. Tutte le ambizioni di biblioteca digitale universale rischiano di arenarsi sulle secche della proprietà intellettuale.

Infatti, una considerevole porzione della cornucopia di libri su cui i due progetti sono pronti a far scivolare i propri “book scanner risulta pubblicata dopo il 1920, e quindi soggetta a copyright. Google partito subito in quarta ha puntando prima su “fair use” (uso corretto previsto dalle normative USA) e “opt-out” (chi non vuole essere digitalizzato lo deve comunicare in anticipo), ma si è tirato contro una bufera di critiche e denunce culminate con la “class action” promossagli contro dagli editori americani.

E mentre la Commissione Europea, più prudentemente,  incaricava un gruppo di esperti di studiare la complessa situazione prima di prendere qualsiasi decisione in merito alla gestione dei diritti in ambito Europeana, Google ha messo sul piatto un asso da 125 milioni di dollari: il “book settlement”, una proposta d’accordo con autori ed editori (americani) che dovrebbe definitivamente spianargli la strada garantendo, nello stesso tempo, alle controparti anche il 63% di tutti futuri guadagni realizzati da GoogleBooks.

Ma il “settlement” non solo non ha sopito le critiche contro la spregiudicatezza di Google nell’affrontare la questione dei diritti, ma anzi le ha ulteriormente amplificate. È stato imputato a  Google di aver forzato la situazione con l’obiettivo voler ridefinire (a suo vantaggio) i confini della normativa sul copyright, e nello specifico di aver di fatto con il “settlement” istituito un regime speciale nella gestione dei diritti a favore di una singola impresa privata (cioè Google stesso).

Ma, più in generale, pesa su GoogleBooks l’accusa di monopolio. Infatti, La rapida e disinvolta digitalizzazione finora effettuata gli avrebbe permesso di creare a proprio vantaggio una “massa critica” capace di attrarre frotte di utenti/lettori con relativa distorsione del mercato e quindi danni per i concorrenti.

Vantaggio ottenuto soprattutto grazie alla preventiva acquisizione (applicando sempre il criterio “opt-out”) delle opere orfane (i cui autori sono sconosciuti o introvabili ma che sono ancora soggette a diritti) e fuori catalogo (anch’esse sotto diritti) che insieme fanno circa il 70% del patrimonio delle biblioteche.

Invece Europeana, paralizzata dall’assioma che la “digitalizzazione dei libri deve avvenire conformemente alla legislazione europea in materia di diritto d’autore” e soprattutto dal fatto che deve conseguentemente barcamenarsi tra le 27 diverse legislazioni degli Stati membri, nel tentativo di  riempire i propri repository digitali, ha potuto puntare finora soltanto sui libri di pubblico dominio (non protetti da copyright o i cui termini legali sono scaduti) peccato però che rappresentino solamente il 20% del posseduto delle biblioteche europee.

GoogleBooks ed Europeana contano di raddoppiare – entro i prossimi anni – i propri magazzini virtuali, portandoli a contenere, rispettivamente, 20 e 10 milioni di contenuti digitalizzati. Ma, sia che si parli di copyright, di business, di tecnologia o che si scomodi perfino l’utopia: la sfida per la biblioteca digitale universale è appena cominciata.

Se si considera che le prime cento biblioteche statunitensi (su un totale di circa 118 mila ) posseggono più di 500 milioni di libri, e che nei magazzini di tutte le biblioteche europee si stima che dovrebbe essere conservato qualcosa come 2,5 miliardi di volumi -  indifferentemente da GoogleBooks o  Europeana –  abbiamo appena iniziato ad esplorare (e in piccolissima parte a digitalizzare) ciò che è custodito nelle biblioteche del mondo.

Con un paradossale rischio: se parte di questi patrimoni culturali – per motivi economici, politici, organizzativi, infrastrutturali ecc. -  alla fine non verranno mai digitalizzati e di conseguenza mai messi on line, estromessi dai futuri circuiti digitali, in pratica spariranno, e  potremo ritrovarci con una “perdita di sapere” proprio a causa di una tecnica nata per la sua massima diffusione, la digitalizzazione di massa.

Pubblicato su Newton oggi n.5 Luglio 2010


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