Europeana: lo stato dell'arte
"Europeana", il progetto per la digitalizzazione e messa on line del patrimonio culturale europeo è ancora in versione "beta". Il prototipo lanciato nel 2008, ha già raccolto oltre 5 milioni di oggetti digitali, ma il traguardo - indicato e riconfermato recentemente dalla Commissione - dei 10 milioni di oggetti entro il 2010 appare al momento non così facile da raggiungere.
Sul sito – mantenuto presso Biblioteca nazionale dei Paesi Bassi “Koninklijke Bibliotheek” - è possibile effettuare ricerche mediante un motore multimediale e multilingue, ma attualmente per un utente o studente italiano imbarcarsi in una ricerca può essere fonte di qualche imbarazzo: al momento i nostri classici della letteratura nei repository di Europeana in pratica non esistono.
La Divina Commedia è disponibile solo grazie ad alcune versioni digitalizzate dalla Biblioteca Nazionale di Francia e da quella di Slovenia. I Promessi Sposi: niente. Al nome "Leopardi" corrisponde soltanto l'informazione su quattro opere non consultabili on line ma esclusivamente presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.
Anche la ricerca "Carducci" da zero risultati “italiani” e così via. Se poi si passa al '900, è ancora peggio (ma qui ci si scontra - come vedremo poi - con la "questione copyright"). Comunque, due nomi per tutti: Pirandello e Calvino, rispetto ai quali pochissime risorse collegate e soprattutto nessun testo disponibile.
Indubbiamente si tratta di un gap da colmare in fretta, e le nostre istituzioni e biblioteche stanno già provvedendo attraverso l'aggregatore "CulturaItalia": entro il 2010 è, infatti, previsto il trasferimento di oltre 1 milione di records di opere italiane in Europeana.
Tuttavia, malgrado questi ed altri sforzi simili, se si considera la situazione d’insieme, vale a dire lo sviluppo dell’impianto generale che vede il contributo - a vari livelli tramite rispettive biblioteche nazionale ed istituti culturali - dei 27 paesi membri UE, è netta la sensazione che il progetto “Europeana” si trovi – nonostante i mezzi impiegati ed i risultati finora raggiunti – per così dire “in mezzo al guado”, in uno stato di altalenante incertezza rispetto agli ambiziosi obiettivi di partenza.
Al punto che il progetto stesso ha deciso di interrogarsi sul suo futuro lanciando "Europeana - next steps": una consultazione pubblica presso i propri partners, contributori e utenti attuali e potenziali aperta il 28 agosto 2009 e chiusa lo scorso 15 novembre. La quale affronta - attraverso 16 domande - tutti gli aspetti principali e relativi nodi del progetto: accesso, identità, digitalizzazione, contenuti, copyright, finanziamenti e governance. Al momento, cifre, risultati e percentuali, non sono ancora disponibili.
Ma già l’indagine scaturita dal Libro verde - avviata nel 2008 sulla spinosa questione del "diritto d'autore nell'economia della conoscenza" ed effettuata mettendo insieme il parere di 372 soggetti rappresentanti appunto “dell'economia della conoscenza" (biblioteche, università, editori ecc.) - aveva prodotto, in prospettiva “Europeana”, un preoccupante risultato, vale a dire una netta spaccatura tra due punti di vista difficilmente conciliabili: da una parte una sollecitazione per un sistema di diritto d'autore "più permissivo" (biblioteche, archivi, musei, università) e dall'altra la richiesta di editori e titolari dei diritti del mantenimento, in sostanza, dello status quo.
La Commissione, comunque, si era subito pronunciata rispetto ai risultati di questa consultazione, raccogliendone la sfida e annunciando che avrebbe lavorando a nuove regole per conciliare gli interessi contrapposti così nettamente emersi.
Tuttavia, la strategia della Commissione sembra in questa fase più orientata a concentrare gli sforzi – basandosi su quelli che ritiene i 2 motori dell’innovazione e creatività: diritti d’autore e internet - verso la creazione di un mercato unico del digitale europeo, rispetto al quale il contenuto "libro digitale" insieme ai contenuti musica, film, videogiochi ecc., dovrebbe più che altro fungere da volano per il settore produttivo, mentre alle autorità pubbliche (Stati nazionali e Commissione Europea) spetterebbe il compito di impegnarsi per misure chiare e favorevoli alla disseminazione dei contenuti digitali tra i potenziali consumatori europei.
Specificatamente, riguardo allo sviluppo di Europeana, l’ormai ex-Commissario alla società dell'informazione e media, Viviane Reding, ha messo recentemente l’accento sui ritardi nei processi di digitalizzazione, ammonendo che l’Europa non può rimanere indietro nella sfida del digitale lasciando “languire il vasto patrimonio di cui le biblioteche europee dispongono” , e raccomandando a questo punto anche l’ingresso di partner privati nella digitalizzazione dei materiali, e dunque, perché no?, prevedendo anche accordi con il “nemico” Google.
Cosa in realtà già avvenuta, in quanto Google Books è da un po’ che sta “aiutando” diverse biblioteche europee (in Francia, Belgio, Spagna, Germania ecc.) a digitalizzare i loro libri, ed ora ha cominciato a farlo anche in Italia: è notizia recentissima l’accordo stipulato tra Google e il MiBAC (Ministero per i Beni e le Attività Culturali) per la digitalizzazione di circa un milione di libri di pregio in pubblico dominio ( opere del XVIII e XIX sec.) provenienti dalle Biblioteche Nazionali di Roma e Firenze.
D’altronde, Google Books, a fronte di un forte finanziamento (circa 270 milioni di dollari) si avvia a passo spedito verso i 12 milioni di libri digitalizzati e raggiungibili on line, mentre il catalogo on line di Europeana – che rispetto al contenuto “libro” si aspetta i rifornimenti dalle biblioteche europee - soffrendo di endemica scarsità da insufficienti digitalizzazioni presenta a tutt’oggi lacune e vuoti vistosi.
Insomma, allo stato dell’arte, per il progetto, malgrado il successo del “network Europeana” realizzato per rastrellare contenuti e cresciuto fin oltre le 1000 istituzioni culturali, il ritardo nella digitalizzazione rappresenta una delle priorità da affrontare.
La Commissione sta cofinanziando (ad esempio attraverso il progetto Impact - VII Programma Quadro), centri di competenza per la digitalizzazione di vari tipi di materiali in tutta Europa. L’intento è coordinare e razionalizzare sforzi e limitate risorse: studiando forme di scansione meno costose, migliorando la qualità soprattutto dal punto di vista dell’acquisizione dei testi in OCR, e curando le tecniche di conservazione dei materiali.
Resta il fatto che le campagne di digitalizzazione sul territorio europeo procedono per ora slegate ed a macchia di leopardo: i libri si digitalizzano in Polonia e Ungheria, giornali e riviste soprattutto in Finlandia ed Estonia, immagini provenienti da musei in Romania ecc., con gli ovvi paradossi – segnalati già per il caso italiano – che i classici della letteratura europea quando risultano disponibili lo sono quasi sempre in lingue diverse da quella originale (Goethe in polacco oppure in ungherese...ma non in tedesco).
Le autorità europee hanno più volte ribadito: “la digitalizzazione dei libri deve avvenire conformemente alla legislazione europea in materia di diritto d’autore”. Google per la sua digitalizzazione a tappeto di milioni di libri, prima si è appoggiato all’anglosassone “fair use”, poi – e sembra ormai con successo – ha tirato fuori dal cilindro (sborsando 125 milioni di dollari) il “books settlement” con autori ed editori che dovrebbe spianargli definitivamente la strada.
Invece Europeana, in attesa di una legislazione unica europea sui diritti d’autore, deve barcamenarsi tra le 27 legislazioni degli Stati membri, con intoppi, lentezze e contrasti evidenti. Per quel che riguarda la questione “riproduzioni e copie digitali”, almeno un riferimento comune c’è, anche se non vincolante per gli Stati membri: la direttiva (Infosoc) 2001/29/EC.
In base alla quale biblioteche e archivi non sono totalmente esentati dall’obbligo di rispettare il diritto di riproduzione, e soprattutto non godono di nessuna “eccezione globale” per la digitalizzazione di massa dello loro collezioni, bensì necessitano per ogni opera ancora in regime di copyright sottoposta a scansione di un’autorizzazione preventiva da parte dei titolari dei diritti.
Ed è su questo punto, cioè sulla questione “stato dei diritti dei libri da digitalizzare”, che si gioca un bel pezzo di futuro del progetto Europeana. I patrimoni delle biblioteche interessate dalla digitalizzazione di massa sono formati da 4 tipologie di libri: pubblico dominio, opere orfane, fuori commercio e libri in commercio.
Usando come riferimento delle informazioni ricavate dal progetto “Google Books”, nelle collezioni bibliotecarie queste tipologie possono essere all’incirca così ripartite: il grosso (circa il 70%) è rappresentato dalle opere orfane e libri fuori commercio, il restante 30% va suddiviso tra pubblico dominio (20%) e libri in commercio (10%).
Questo significa che al momento, la “mass digitization” che dovrebbe riempire di libri i repository di Europeana può esercitarsi unicamente su una limitata percentuale (quel 20% circa corrispondente ai libri in pubblico dominio) del patrimonio delle biblioteche europee, ma neanche questa limitata percentuale è poi così sicura.
Infatti, anche la digitalizzazione dei libri in pubblico dominio crea a sua volta una copia soggetta ad un “copyright sui generis”. In pratica, la digitalizzazione presuppone (applicando art.9 della Convenzione di Berna all’ambiente digitale) il diritto di riproduzione in quanto modifica il formato, quindi la conversione del testo da analogico a digitale può essere assimilata ad un processo di riproduzione dell’opera stessa.
Da ciò, un’altra necessita vitale per Europeana: garantirsi l’accessibilità alle opere di dominio pubblico anche in caso di rivendicazione di diritti per cambiamento di formato.
Detto ciò, anche se Europeana fosse in grado di disporre integralmente delle copie digitalizzate di tutte le opere di pubblico domino conservate nelle biblioteche dei 27 paesi dell’Unione, si tratterebbe comunque di un patrimonio assai incompleto della conoscenza europea, mutilo di circa l’80% del reale patrimonio librario posseduto.
Particolarmente grave sarebbe poi non tanto l’assenza dei libri in commercio (facilmente reperibili presso le tante librerie on line a cominciare da Amazon) quanto l’indisponibilità delle opere orfane e libri fuori catalogo (che insieme fanno circa il 70% delle collezioni): un prezioso e vastissimo patrimonio di titoli ormai rinvenibili quasi solo nei magazzini delle biblioteche ma ancora soggetti a copyright, la cui assenza determinerebbe, in pratica, la cancellazione del XX secolo, un vero e proprio “buco nero” nel quale rischierebbe di collassare anche l’intero progetto Europeana.
La Commissione è corsa ai ripari, e prevede – in ambito UE – di intervenire entro il 2010 nel tentativo di dipanare l’ingarbugliata matassa. Tra le ipotesi allo studio: la concessione di autorizzazioni collettive che potrebbero essere integrate ad un sistema di licenze collettive estese. Insomma, la quadratura del cerchio è affidata alla ricerca di un modello di licenza ad hoc per la digitalizzazione di massa in un contesto europeo.
Missione per niente facile, che potrebbe incappare in molti ostacoli e dilatarsi nel tempo. Intanto, specificatamente alle opere orfane, mentre biblioteche, archivi ed università caldeggiano un emendamento a livello UE per permettere il prima possibile l’utilizzo di tali opere; gli editori e titolari dei diritti – sulla falsariga della spaccatura già evidenziata nella consultazione pubblica sul “diritto d’autore nell’economia della conoscenza” – sono fermamente contro ed in alternativa a qualsiasi ipotesi di introduzione di un’eccezione globale per le “orphan works” propongono invece l’attivazione di sistemi di ricerca – mediante database dedicati o progetti mirati come ARROW - per individuare e localizzare i titolari dei diritti.
Le lacune nei contenuti, i ritardi nella digitalizzazione e le “secche” del copyright rappresentano handicap seri ma non certo insormontabili come quelli derivanti dall’incertezza sulla sostenibilità finanziaria a lungo termine del progetto.
Fino ad inizio 2009 Europeana ha potuto contare su 1,3 milioni di euro (del progetto EDL-net). Per il periodo successivo (2009-2011) lo sviluppo di Europeana verrà finanziato con una dotazione di 6,2 più il contributo (ancora tutto da quantificare) degli Stati membri. Comunque, fino al 2013 la Commissione continuerà ad erogare fondi (nell’ambito del programma “competitività e innovazione”) al progetto. E poi?
Al momento, non si sa. Ma si sa che senza risorse certe anche i progetti più creativi ed innovativi non camminano, e una volta fermi, inevitabilmente, muoiono. La situazione assolutamente da superare - per realizzare un modello finanziario sostenibile e duraturo nel tempo – è il sistema di finanziamento a “progetto” che finora ha sovvenzionato Europeana.
Google Books può contare sui stanziamenti sicuri e maxi (270 milioni di dollari l’investimento di partenza) commisurati alle crescenti dimensioni dell’azienda di Mountain View. Europeana, invece, per garantirsi il futuro, oltre ad abbandonare l’orizzonte limitato dei progetti a termine, deve agire su più fronti con l’obiettivo di integrare finanziamenti pubblici / privati e forme di sponsor.
Visto che la digitalizzazione l’accesso nonché la preservazione del patrimonio culturale europeo sono attività molto costose e sono svolte da Europeana non per ragioni meramente commerciali ma a beneficio della comunità, sarebbe innanzitutto opportuno prevedere un finanziamento permanente sia da parte della Comunità Europea che da parte degli Stati membri (per quest’ultimo caso una delle proposte è calcolarlo a ripartizione in funzione del PIL).
A questa base stabile andrebbero affiancate forme di partnership e sponsorship con privati. Ad esempio, partnership tecnologici e/o links da Europeana verso siti di autori o altri detentori dei diritti nei quali gli utenti potrebbero acquistare quei contenuti sotto copyright.
Un modello in questo senso potrebbe essere il sistema già adottato da Gallica 2 che offre libero accesso al materiale di pubblico dominio e rimanda – mediante links – agli editori francesi per tutto il restante materiale protetto da diritti . In conclusione, qualsiasi forma di business model potrebbe essere utile per rafforzare e stabilizzare l’infrastruttura economica del progetto, ma ad una condizione: che la governance sia pubblica.
Attualmente la gestione di Europeana è affidata alla supervisione della “Fondazione per la Biblioteca digitale europea”, creata nel 2007. I membri sono le associazioni europee di biblioteche, archivi, musei, archivi audiovisivi, nonché alcune importanti associazioni culturali.
E’ auspicabile che gli inevitabili adattamenti futuri nella governance portino ad una direzione del progetto più snella e specializzata, magari anche con la presenza qualificante di bibliotecari. Una direzione sempre pubblica e con prerogativa esclusiva di operare tutte quelle scelte di strategia culturale e d’indirizzo, vitali per l’identità e lo sviluppo di Europeana. E solo per ciò che attiene ai controlli d’efficienza ed economicità gestionale, preferibilmente coadiuvata da un’autorità indipendente.
Pubblicato su Biblioteche oggi n.3 2010
- Cultura Digitale 2003 -
|
|
||||||
|
|
|
|
|||||
|
|
|||||||