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CulturaItalia

Nel 2005, all'avvio del progetto per una Biblioteca Digitale Europea, il commissario europea per l'informazione e i media Viviane Reding, precisava: "non propongo che questa Commissione crei un'unica biblioteca. Prevedo, invece, un network di tante biblioteche digitali, collocate in istituzioni differenti, in luoghi diversi d'Europa".

Infatti, il progetto BDE – ora Europeana – prevede di raccogliere in un unico catalogo, entro il 2010, circa 10 milioni di informazioni su contenuti digitalizzati – al momento sono 4,6 milioni – offrendo così la possibilità agli utenti di interrogare attraverso unico sistema di ricerca questa messe di dati sul patrimonio culturale europeo e poi di raggiungere i documenti originari sui siti web e banche dati dei fornitori di risorse che sono biblioteche, archivi, musei, istituti culturali, collezioni di audiovisivi ecc., ubicati fisicamente in diversi luoghi d’Europa.  

Insomma, un progetto che a fronte dell’oggettiva eterogeneità linguistica, culturale e di sviluppo tecnologico del panorama  europeo, ha puntato, invece che sul modello di database centralizzato tipo “Google Books”, sullo sviluppo di strutture informative confederate capaci – attraverso internet – di cooperare e scambiare dati e/o servizi provenienti da situazioni e sistemi spesso molto diversi tra loro.

Alla base di questa architettura – che ha come centro di raccolta e smistamento delle informazioni il portale Europeana – c’è evidentemente il concetto chiave dell’interoperabilità, che  però in questa prima fase di costruzione del catalogo generale del network si dovrebbe soprattutto estrinsecare attraverso il lavoro di particolari infrastrutture tecnologiche denominate “aggregatori nazionali di risorse”.  

Ed è proprio su questo aspetto che, recentemente, ha sentito l’urgenza di intervenire di nuovo la Rindig, affermando che “ritiene preoccupante il fatto che solo il 5% di tutti i libri digitalizzati dall’UE sia disponibile su Europeana. E costatando anche che quasi la metà delle opere digitalizzate presenti su Europeana proviene da un solo paese (Francia), mentre il contributo degli altri paesi dell’Unione resta troppo debole”.

Un vero e proprio grido dall’allarme indirizzato agli Stati membri invitati a “rimboccarsi le maniche” per allontanare il concreto rischio di mancare gli obiettivi fissati per il 2010, con immaginabili conseguenze sul  proseguo del progetto.

L’Italia, che ha messo a punto un piano di sviluppo e coordinamento con Bruxelles in cui è previsto un invio costante dei dati, sta già rispondendo all’invito della Commissione per una  maggiore partecipazione con l’implementazione del suo aggregatore di risorse: CulturaItalia, il Portale della Cultura Italiana.

Nato da un progetto della Scuola Normale di Pisa su iniziativa del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la piattaforma tecnologica (costata circa 1,3 milioni di euro) ha iniziato il collaudo alla fine del 2007, mentre l’anno successivo, dopo la pubblicazione in internet, sono iniziati i test per l’invio di set di record su Europeana.

Da aprile 2009 con il lancio della Campagna “Aderisci a CulturaItalia”,  il Portale può considerarsi operativo. Finora, sempre per testare la procedura di invio automatico, sono stati inviati i primi 50 mila dati relativi a  risorse digitali “italiane”.

E dalla fine di quest’anno – come ha spiegato Rossella Caffo direttore dell’ICCU e responsabile del Portale – il contributo italiano allo sviluppo della Biblioteca Digitale Europea potrà considerarsi a regime: entro dicembre 2009 altri 100 mila dati provenienti da biblioteche italiane, con l’obiettivo d’arrivare - entro la primavera del 2010 - ad oltre 1 milione di records aggregati da CulturaItalia e presenti su Europeana.  

Ma come funziona l’aggregatore CulturaItalia? In pratica il Portale è un grande catalogo di metadati del patrimonio culturale provenienti dai repository di biblioteche, archivi, musei, gallerie, mostre, monumenti ecc. La raccolta (harvesting) di questi metadati non comporta duplicazione di risorse, la cui fruizione completa rimane disponibile esclusivamente sui siti delle singole istituzioni.

CulturaItalia, che è un sistema aperto con infrastruttura tecnologica “open source”,  si avvale di regole e standard internazionali. Per la raccolta dei dati utilizza il Protocol for Metadata Harvesting dell’Open Archive Initiative (OAI-PMH), e per l’interoperabilità tra risorse provenienti da vari settori adotta lo standard di metadati Dublin Core.

Questo significa che i fornitori di contenuti a CulturaItalia partecipano, allo stesso tempo, al Portale della cultura italiana e ad un più ampio circuito internazionale (principalmente alla costruzione della BDE basata su stesse regole e standard) di condivisione di contenuti.

Il contesto è quello dell’accesso digitale al patrimonio culturale nell’ambito dei progetti europei, e qui tra gli altri opera il servizio Michael – anch’esso coordinato dal Mibac – che sta realizzando il censimento delle collezioni digitali europee  e si integra con CulturaItalia al quale rimanda per alcuni servizi web d’accesso diretto a singole banche dati.  

Ad aprile ’09 i metadati pubblicati erano più di 2 milioni, ma CulturaItalia, che si propone come “vetrina qualificata” per favorire la promozione in rete, la visibilità nazionale e internazionale della risorse a cui da accesso, punta molto più in alto, fino a raccogliere, come ha auspicato  Antonia Pasqua Recchia – direttore generale per l’Innovazione del Mibac -  qualcosa come  17 – 18 milioni di informazioni.

Per centrare questi ambiziosi risultati, è stata lanciata una campagna di adesione al Portale. I fornitori di contenuti che aderiscono, lo fanno rendendo disponibili i metadati che descrivono le risorse della propria base dati.

Tecnicamente, dopo una selezione dei contenuti proposti, si procede con l’installazione e configurazione del repository, la mappatura dei metadati ed infine estrazione e harvesting dei metadati. L’invito a partecipare al catalogo di CulturaItalia e stato rivolto non solo alle istituzioni culturali (collaborano le regioni e circa 70 università), ma anche ad importanti fornitori privati. Tra gli altri, hanno finora aderito: la Biblioteca del Senato, il Fondo Alinari, l’Istituto Luce, le Teche Rai, il Touring Club e la Biennale di Venezia. 

Pubblicato su Biblioteche oggi n.1 2010


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