Come
trovare (finalmente) ciò che non si cerca
…e le altezze reali viaggiavano per il territorio di Serendip, antico nome dello Sri Lanka, e facevano sempre nuove scoperte, per caso e per intelligenza, di cose che non andavano minimamente cercando. Così nel 1754 scriveva Horace Walpole, collezionista d’arte e figlio del famoso primo ministro inglese, citando in una lettera ad un amico la novella “I tre principi di Serendip attribuita a Cristoforo Armeno ma probabilmente tradotta nel cinquecento dal persiano.
Walpole restò così colpito dal comportamento dei protagonisti della strana storiella da inventare, per l’occasione, una parola nuova: serendipity, ripresa poi da tutte le lingue per indicare la possibilità di fare, per caso, sorprendenti ed inattese scoperte.
Da quel momento, l’idea di un andamento che dispone a trovare cose inaspettate mentre si pensa, si sperimenta, o si opera, in tutt’altra direzione e magari con tutt’altri fini si è, man mano, introdotta nelle cognizioni di umanisti, filosofi, economisti, finanche dei pubblicitari, ma soprattutto si è conquistata un posto rilevante nella storia delle scoperte scientifiche: dalla penicillina rivelatasi a Fleming grazie alla casuale insorgenza di muffe in colture da tempo sotto osservazione, alla radiazione cosmica di fondo scoperta da Amo Penzias riparando un antenna, per non parlare poi, più a ritroso nel tempo, in anticipo sulle speculazione di Walpole, della mela di Newton o della vasca d’Archimede.
Ma, nell’ultimo scorcio del secolo appena trascorso, il “regno di Serendip” ha, in un certo senso, spalancato le sue porte a tutti, e questo grazie ad una geniale invenzione, dovuta a Tim Berners-Lee: il World Wide Web. Nel nuovo ambiente virtuale costituito da un sempre più vasto ed intricato ipertesto planetario, la pratica della “serentipity”, da esclusivo appannaggio d’intraprendenti principi o di pochi fortunati scienziati, si è trasformata in quell’esperienza naturalmente singolare sperimentata quotidianamente, con più o meno soddisfazione e/o successo, dalla moltitudine dei suoi frequentatori.
Ognuno di noi, sia in qualità d’occasionale o d’incallito navigatore del Web, può facilmente testimoniare fortunosi approdi ad informazioni preziose od insperate realizzati lasciandosi trasportare, da un sito all’altro, dalle correnti dei link ipertestuali. D’altronde, scorrere il Web da un capo all’altro è molto meno difficile di quanto comunemente si pensa: basterebbero, secondo uno studio di qualche tempo fa, appena 19 clic, ovvero la distanza media che intercorre tra due siti presi a caso, distanza che in pratica corrisponde all’intero diametro del Web !
Tuttavia, più che le navigazioni “random”, foriere di sorprese, ma non sempre così eccitanti e raramente risolutive, la vera fonte di serendipity in Rete è quella offerta dagli strumenti per il recupero delle informazioni, a cominciare dai famosi motori di ricerca.
Qui si tratta però, come ha scritto il sociologo T.K. Merton (uno che se ne intendeva di serendipity, l’unico ad aver pubblicato due saggi oggi ritenuti fondamentali sull’argomento: “La serendipity nella ricerca sociale e politica: cercare una cosa e trovarne un’altra” e “Viaggi e avventure della Serendipity”) d’acquisire l’arte di navigare in Internet alla ricerca dei dati giusti, tenendo, insomma, sempre ben in vista l’affermazione di Pasteur: “la fortuna favorisce le menti preparate”.
Infatti, scorrendo perspicacemente i risultati di un motore di ricerca può capitare d’imbattersi fortuitamente in preziosi documenti di cui non s’immaginava l’esistenza e che soprattutto non si sarebbero mai trovati seguendo una linea di ragionamento tradizionale. Percorsi trasversali che maneggiando strumenti un po’ meno generalisti dei motori, anche se uno dei più potenti e famosi tra questi, Google, impiega già da ora delle tecnologie abbastanza raffinata basate sull’analisi citazionale e sugli indicatori bibliometrici, possono portare anche a risultati di rilevanza scientifica.
Come nel caso dello storico Carlo Ginzburg che tempo fa, nel corso di una ricerca su Voltaire, trovandosi a dover utilizzare ORION, l’OPAC (On-Line Public Access Catalog) della Reserch Library della University of California at Los Angeles, ha potuto constatare con non poca meraviglia la fecondità del “girovagare” a caso nei cataloghi elettronici delle biblioteche disponibili attraverso Internet.
L’esperimento tentato da Ginzburg è stato quello di verificare gli esiti di una serie d’interrogazioni basate su parole estratte da un passo scelto a caso all’interno del Traité de métaphysique di Voltaire, da lì la scoperta di un testo di Jean-Pierre Purry, edito ad Amsterdam nel 1718, sull’espansione coloniale europea che gli ha dischiuso una nuova, fruttuosa, ricerca, poi conclusasi con un resoconto ad un convegno sulla globalizzazione tenutosi qualche tempo dopo a Istanbul.
Dall’esperienza di serendipity fatta “conversando con ORION” (dalla quale ha anche ricavato un interessante articolo pubblicato sulla rivista “Quaderni Storici”) Ginzburg ne ha tratto la convinzione di poter trovare, nel corso di una ricerca, non solo ciò che si cerca, ma soprattutto “ciò che non si cerca affatto, anzi ciò di cui non si sospetta nemmeno l’esistenza, di fare insomma scoperte impreviste che spalancano inedite prospettive di ricerca.”
Nelle tipologie di navigatori del Web proposte dagli specialisti di tecniche di ricerca delle informazioni in Rete, sembra ormai acquisito il cosiddetto “tipo seredip”, ovvero quel navigatore pronto a cogliere le sorprese, le novità, l’inaspettato. Capace, citando ancora Ginzburg, di fare proprio il famoso consiglio di Leonardo che invitava i pittori ad ispirarsi alle macchie sui muri lasciate dall’umidità, dove “macchie sui muri” va letto, in questo caso, come dato emerso casualmente linkando pagine web, interrogando un motore di ricerca o ancora meglio un catalogo online di una delle tante biblioteche aperte 24 ore su 24 su Internet.
Pubblicato su Il Riformista il 22 luglio 2004Cultura Digitale 2003 - ultimo aggiornamento: 5.03.2007
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