\ STORIE DI BIBLIOTECHE

La cultura sotto la cenere delle biblioteche in Iraq

L’Iraq non è solo petrolio. E’ storia, arte e civiltà del libro. Qui nel 4000 a.C. furono aperte le prime biblioteche nelle quali Sumeri, Assiri e Babilonesi raccolsero le loro tavolette d’argilla. Qui, nella città di Ninive, situata a Nord dell’attuale Iraq, sorse, voluta dal re Assurbanipal, la più grande biblioteca del mondo antico ricca di oltre ventimila tavolette tra cui quelle recanti la narrazione dell’epopea di Gilgamesh. Un culto della conservazione del sapere proseguito con la civiltà araba, durante la quale, sotto il lungo regno degli Abbassidi, la capitale Bagdad arrivò ad avere ben 63 biblioteche. Poi, a spazzare via tutto ci pensarono i mongoli che nel 1258 devastarono la capitale infierendo in particolar modo sulle biblioteche. Si racconta che i manoscritti e i volumi gettati nel Tigri furono così numerosi da permettere, per lungo tempo, il passaggio da una riva all’altra attraverso cataste affioranti.

Oggi, un’altra invasione rischia di ricancellare questa antica e fragile civiltà del libro giunta fino a noi, attraverso i secoli, tramite l’Iraq moderno. Un tessuto di biblioteche pubbliche, universitarie e religiose che prima delle sciagurate imprese di Saddam Hussein (conflitto con l’Iran, invasione del Kuwait) poteva vantare standard quasi occidentali, ha dovuto subire un primo tracollo causa la disastrosa situazione economica del paese derivante da due guerre inutili e da pesantissime sanzioni imposte dalla comunità internazionale. Ora ne sta subendo un secondo, e potrebbe essere il definitivo. Questa volta gli invasori sono anglo-americani, e sebbene spinti non da una primordiale sete di conquista ma dall’applicazione della moderna dottrina Bush sulla “guerra preventiva”, il risultato, in sostanza, è lo stesso: il paese occupato si ritrova preda del caos più completo, preludio di una lunga catena di disastri, tra cui quello culturale.

Venerdì 11 aprile 2003 segna, infatti, la data d’inizio del disastro culturale iracheno. Le immagini shoccanti dello scempio del Museo archeologico di Bagdad, il più grande e ricco del Medio Oriente, fanno in un attimo il giro del mondo. In barba alla convenzione dell’Aja del ’54, che da agli occupanti precise responsabilità di tutela sul patrimonio culturale dei vinti, gli americani lo lasciano in balia di razzie e saccheggi. Due giorni dopo la scena si ripete con la Biblioteca nazionale di Bagdad: incendiata, saccheggiata e poi abbandonata a se stessa. Continuerà a bruciare per più di venti ore. Intanto, il fenomeno delle devastazioni s’allarga a macchia d’olio prendendo di mira musei, archivi e biblioteche delle altre importanti città irachene. Si levano, dagli ambienti culturali di tutto il mondo, appelli, proteste, accuse e sospetti. L’archeologa Eleonora Robson, della scuola britannica d’archeologia in Iraq, valuta l’accaduto come uno dei maggiori crimini contro il patrimonio dell’umanità, mettendolo sullo stesso piano dei grandi disastri del passato: l’incendio nel V secolo a.C. della Biblioteca d’Alessandria, la distruzione delle biblioteche di Bagdad ad opera dei Mongoli. Accusa poi le forze americane d’imperdonabile negligenza e adombra il sospetto, condiviso anche da Franco Maniscalco direttore dell’osservatorio permanente per la protezione dei beni culturali in aree di crisi, che i saccheggi abbiano la funzione copertura per il “business dell’arte” ormai scatenatosi in Iraq e appetibile quanto quello del petrolio, basato su trafugamenti commissionati dal mondo dei collezionisti privati.

A fine aprile si mette in moto l’UNESCO decidendo d’inviare in Iraq una missione per investigare sugli ingenti danni causati dalla guerra al patrimonio culturale. E mette insieme una task force composta da 4 archeologi, 1 architetto, 1 conservatorista, 1 rappresentante dell’Interpol e 1 bibliotecario. Per il settore biblioteche è previsto un programma di visite, affidate Jean-Marie Arnoult ispettore generale delle biblioteche francesi, presso archivi, biblioteche pubbliche, universitarie e religiose della capitale e delle città di Bassora e Mosul. La missione, tra le mille difficoltà quotidiane di un paese tutt’altro che funzionante o pacificato, si svolge dal 27 giugno al 6 luglio 2003, e per biblioteche ed archivi il dettagliato rapporto conclusivo, stilato dallo stesso J.M. Arnoult, è diffuso tempestivamente in Internet all’indirizzo: www.ifla.org/VI/4/admin/iraq2407.htm corredato da una breve ma assai esplicativa galleria di immagini. Il documento comprende i resoconti dei sopralluoghi effettuati più una serie di raccomandazione tecniche rivolte sia al CPA (Coalition Provisional Authority) che alle autorità irachene concernenti gli interventi più urgenti per la messa in sicurezza e la ricostituzione delle collezioni nonché, ove possibile, il ripristino delle condizioni minime di funzionalità per attrezzature, strutture ed edifici.

Quasi a smentire le più fosche previsioni, il rapporto si apre con una notizia confortante: l’Iraqui Centre for manoscripts, considerato uno dei tesori del patrimonio culturale iracheno, dovrebbe essere in salvo. Isolato caso di lungimiranza, nei mesi precedenti il conflitto, i 47 mila manoscritti del Centro sono stati messi in sicurezza in un rifugio segreto, inaccessibile anche per l’inviato dell’Unesco che ha, comunque, avuto ampie assicurazioni dalle autorità sia sullo stato di conservazione del materiale che sul suo ritorno in sede appena le condizioni di Bagdad lo consentiranno.

Le note dolenti cominciano, invece, con l’ispezione al palazzo della Biblioteca Nazionale di Bagdad, santuario della cultura con il suo milione e mezzo di volumi tra cui gli esemplari più antichi del Corano. Qui, J.M Arnoult, si trova davanti un vero disastro: un edificio completamente in rovina, assaltato ed incendiato per ben due volte, strutturalmente irrecuperabile. All’interno: attrezzature completamente distrutte, inventari bruciati, il 30% dei libri scomparsi e il restante 70% in parte sistemato, in pessimo modo, nella moschea di Saddam City e presso gli uffici del turismo siti nello stesso quartiere.
Stessa sorte per l’Archivio Nazionale, situato nello anch’esso stesso palazzo. Anche qui arredi ed attrezzature completamente bruciati e quasi tutti i documenti scomparsi, cosa questa assai grave e dai contorni forse poco chiari visto che nell’Archivio si custodivano i documenti dello Stato iracheno dal 1958 (anno della sua costituzione) in poi.

L’ispezione si è poi spostata nelle città di Bassora e Mosul, ma lo scenario non cambia: biblioteche devastate, incendiate, saccheggiate. La Central Public Library di Bassora risulta completamente distrutta, si sono salvate solo le mura esterne. Tra le sue macerie, comunque, la prova che gli incendi, lungi dall’essere occasionali, rispondono invece ad una sapiente regia: risultano tracce evidenti di un particolare combustibile utilizzato per scatenare le fiamme nei punti strategici dell’edificio. Anche dell’altra biblioteca di Bassora, l’Universitaria, resta molto poco: il 75% del patrimonio librario scomparso o in fumo, le attrezzature danneggiate o distrutte. Salvo invece, dopo un iniziale trafugamento, il patrimonio della Biblioteca Islamica, recuperato grazie al tempestivo intervento dei membri della comunità. Un po’ meglio le cose risultano essere andate a Mosul. Gli edifici delle biblioteche qui non hanno subito i devastanti danni strutturali spesso riscontrati a Bagdad e Bassora. La grande Biblioteca Pubblica appare solo un po’ danneggiata, e per quanto riguarda l’Universitaria, molto importante con un patrimonio di un milione di volumi, l’iniziale saccheggio ha avuto, per fortuna, un epilogo positivo dovuto all’energica ed immediata reazione delle autorità religiose della città che dalle moschee hanno condannato i ladri e ordinato l’immediata restituzione dei libri rubati, cosa poi puntualmente avvenuta.

Il rapporto si conclude con un appello, pacato nei toni ma deciso nelle cose urgenti da fare, diretto non tanto alle fantasmagoriche autorità irachene ma in primo luogo alla forze della CPA e poi alla comunità internazionale, a cominciare dai paesi dell’area mediorientale collegati storicamente con l’Iraq. La devastazione che ha subito il patrimonio culturale iracheno per quanto grave, è solo una testimonianza della più grande catastrofe che sta vivendo il paese. Tuttavia, riorganizzare, al più presto, la normale attività delle biblioteche e degli archivi, recuperare, per quel che si può, le collezioni di libri e manoscritti, ripristinare anche ad un minimo livello le reti della conoscenza e dello studio può essere un il segnale d’inizio di un processo di democratizzazione del paese. E può diventare, aggiungiamo noi, un’interessante un banco di prova per i tanti che hanno sempre ripetuto con ostinazione di voler solo riportare la democrazia in Iraq. Forse anche dal quel che ne sarà di quello che resta del patrimonio culturale iracheno, dei musei e delle biblioteche, riusciremo a capire scopi e conseguenze di quella che è stata presentata al mondo come l’operazione: “Iraqui Freedom””.

Pubblicato su Tuttolibri (La Stampa) il 20 marzo 2004


Cultura Digitale 2003 - ultimo aggiornamento: 5.03.2007

 
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